Di Andrea Zhok

E’ assai deprimente continuare a vedere in giro un sacco di soggetti ‘astuti’ che sul tema ambientale insistono indefessamente a concentrare tutte le loro attenzioni sul ‘cui prodest’, su chi finanzia Greta, su qual è l’agenda segreta sottostante delle multinazionali, ecc.

Purtroppo oltre un certo punto l’astuzia disincantata diviene schietta imbecillità.

Ora, casomai non vi fosse noto, la storia è piena zeppa di ‘eterogenesi dei fini’. La Rivoluzione russa, per dire, emerge dagli esiti della Prima Guerra Mondiale, ma nessuno dei promotori della Prima Guerra Mondiale voleva una rivoluzione socialista (e i socialisti e comunisti, a loro volta, erano contrari alla guerra). Queste dinamiche sono del tutto ordinarie nella storia.

Ci sono mille manovre possibili dietro al fenomeno Greta Thunberg e a quello che ne è seguito, ma quando si opera con ‘materiale umano’ non si deve guardare all’impulso iniziale per capire la traiettoria del movimento (come se fosse balistica), ma, una volta lanciato, un movimento è sempre contendibile, indirizzabile (e naturalmente anche manipolabile per fini pessimi).
Ma non è con esibizioni di ‘sgamata disillusione’ che otterrete alcunché. Queste esibizioni di ‘astuzia diffidente’ sono semplici istanze di narcisismo. E non c’è cosa più patetica nei processi storici che inorgoglirsi a posteriori, davanti a un certo esito per ‘aver indovinato’: “Eh, vedete, io l’ho sempre detto!”. E chissenefrega. Quand’anche avessi avuto ragione, che vuoi, una medaglia sulla tomba?

Il bello dei processi storici è che non hanno una forma destinata; hanno tendenze intrinseche, subiscono pressioni, ma non sono dardi che, quando hai capito da dove son partiti non hai bisogno di altro.

Quindi quello che serve, quello di cui ci si dovrebbe occupare ora, non sono mugugni (né applausi), ma fornire di giusti obiettivi intermedi un movimento del genere.

Una volta compreso che il nemico è niente meno che l’organizzazione socioeconomica prevalente negli ultimi tre secoli, è anche chiaro che non puoi prenderla semplicemente per il collo e rovesciarla con una ‘mossa segreta’. E’ sin troppo ovvio, appena alziamo gli occhi dalle popolose manifestazioni ‘verdi’, che siamo stabilmente, mani e piedi, dentro un sistema che è costretto ogni mattina a produrre e consumare più dei concorrenti per sopravvivere. E così tutte le nostre aspirazioni palingenetiche paiono dissolversi come nebbia al sole.

Si tratta dunque di avviare un processo con numerosi passi intermedi che devono rendere progressivamente meno remoto il raggiungimento del fine (una forma di vita capace di vivere in equilibrio, dentro e fuori di sé).

E quali sono questi passi? Beh, non è roba da improvvisare con due battute sui social, però tra le linee di fondo ci devono essere cose come:

1) Riacquisizione di centralità di imprese e forniture di servizi statali, invertendo il processo di privatizzazioni degli ultimi cinquant’anni (perché un’impresa pubblica può permettersi di produrre senza profitti e con finalità di bene pubblico).

2) Ricostruzione di un tessuto politico partecipativo, che dev’essere assunto come compito fondamentale degli stati, accanto e insieme alla buona formazione della cittadinanza (perché in sistemi politici che riducono l’affidamento ad automatismi di mercato, ampliando i compiti di deliberazione democratica, devi avere ‘materiale umano’ in grado di farlo).

3) Avvio di una svolta culturale che metta alla berlina il ‘consumo ostentativo’, che inverta il processo di venerazione simbolica del successo economico ostentato in forme di consumo (una volta che il consumo ‘prestigioso’ non è più un fattore su cui si gioca il riconoscimento sociale, moltissime modifiche di atteggiamento etico seguono a cascata).

4) Imposizione, con accordi internazionali, di produrre beni riparabili, aggiornabili e duraturi + divieto di proliferazione di produzioni effimere, dagli imballaggi fantasiosi e sovradimensionati alla miriade di gadget usa e getta (tipicamente di plastica) + obbligo di utilizzo di specifici, circoscritti materiali riciclabili, chiaramente identificabili + raccolta differenziata con criteri omogenei (almeno su ciascuno territorio nazionale).

5) Riduzione progressiva del ruolo giocato dalla componente di esportazione e commercio internazionale: per quanto l’autarchia non sia oggi un orizzonte plausibile, la riconduzione dei consumi con prevalenza della componente interna, prossimale, e con riduzione degli scambi internazionali è necessaria (e ciò vale sia per beni di consumo che per beni intermedi.) Il Km zero è una possibilità reale solo per un’esigua minoranza di beni, ma la tendenza a ridurre la movimentazione dev’essere costante.

6) Creazione di un decentramento e di un policentrismo produttivo, invertendo il processo di concentrazione sia della produzione che della forza lavoro. Bisogna invertire il processo attuale per cui si produce e consuma in alcune limitate parti del mondo e poi le persone sono invitate a muoversi come globetrotter alla ricerca di sostentamento. (Bisogna sostenere con forza il diritto a NON dover emigrare).

Ecc. ecc.

Ecco, la rivoluzione non si fa domani. Ma non si fa neanche da sola.

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