Di Pino Cabras

Il tono delle autocelebrazioni del duetto Trump-Netanyahu nel presentare “l’Accordo del Secolo” sulla Palestina somigliava a una cerimonia di premiazione degli Oscar: sorrisetti, ammiccamenti, saluti alle consorti in sala, pacche sulle spalle, ottimismo, luci di scena. Perfetto per una festa della fiction.
Già chiamare “accordo” una decisione “prendere o lasciare” (in cui uno dei presunti partner, cioè il popolo palestinese e i suoi rappresentanti, non è nemmeno invitato allo show, non ha potuto negoziare nulla, non ha disegnato una sola mappa) è una manipolazione totale del significato delle cose. L’Accordo del Secolo è sì un accordo, ma un accordo non fra popoli, non fra nemici che fanno pace, non fra Israele e Palestina, bensì un accordo fra Donald Trump e Bibi Netanyahu, costruito sulla base dei desideri della destra nazionalista israeliana, ossia di un costrutto di interessi fondato sulla versione ottocentesca di un nazionalismo vecchio stampo, tutto sangue e terra, ideologismi coloniali e rapporti di forza brutali, assistito nondimeno da un luccicante e ultramoderno apparato di pubbliche relazioni su scala planetaria.
Quello che nell’incredibile mappa twittata da The Donald viene descritto come il territorio dello Stato Palestinese non è l’ambito territoriale previsto dal Diritto internazionale, dai diritti dei popoli, dalla praticabilità geografica, dalla giustizia nelle assegnazioni delle risorse. È un limone spremuto, una terra residuale ritagliata scientificamente in ossequio agli interessi delle correnti più oltranziste di Israele, dove tutta l’acqua è sottratta ai palestinesi, ampie aree vengono annesse a Israele con confini appositamente disegnati per rendere discontinua e impossibile la connessione interna delle comunità, all’interno di una cornice giuridica che limita gravemente la sovranità e lascia tutto in mano alle forze armate di Netanyahu e sodali. Nessun arabo scacciato prima del 1967 dai suoi territori o un suo discendente avrà diritto a tornare a casa sua. Viceversa qualsiasi colono nato in Kansas che vanti radici nell’ebraismo americano e mai stato in Terra Santa potrà tranquillamente diventare cittadino di Israele. Come già accadeva, solo che stavolta la Casa Bianca rinuncia anche a ogni tradizionale osservanza giuridica di facciata praticata nonostante tutto fino ad oggi.
I mazzi di fantastiliardi virtuali agitati da Trump per indorare la pillola amara non possono nulla contro un semplice fatto: senza giustizia non può esserci pace. E questo non è un giusto accordo di pace. È una capitolazione umiliante imposta unilateralmente a un popolo, è un vecchio arnese colonialista in grado di garantire un altro secolo di guerra. Piacerà alle decine di milioni di “cristiani rinati” su cui il presidente punta per farsi rieleggere, piacerà alle forze politiche estremiste che Netanyahu corteggia elettoralmente per dare forma al Sionismo Reale. Non potrà mai funzionare.
La Repubblica italiana ha sempre avuto un’altra idea rispetto alle mediazioni e soluzioni politiche possibili in Terra Santa, conquistando per decenni il rispetto di paesi essenziali per i suoi rapporti nel Mediterraneo allargato. È perciò nostro interesse non dare alcun futuro all’accordicchio di Gerusalemme.

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