Di Pierluigi Fagan

Come ogni anno mi corre l’obbligo di ricordare perché si festeggia il 1 maggio o meglio quale fu l’origine dell’appuntamento. L’origine risale al 1 maggio 1886 nel quale in America, venne indetto uno sciopero generale nazionale ad oltranza per estendere all’intero Paese, le leggi sul limite delle otto ore di lavoro al giorno. A Chicago ci furono scontri violenti con due morti ammazzati dalla polizia. In seguito, ci furono agitazioni con tanto di bomba addebitata a gli anarchici e conseguente strage con polizia che sparò uccidendo mai si seppe quanti lavoratori. Quattro anarchici vennero impiccati. Pare si debba al sesto congresso della Seconda internazionale di Amsterdam nel 1904, la ratifica del 1 maggio come celebrazione per l’estensione universale delle otto ore di lavoro. Il 1 maggio è quindi la festa di coloro che lavorano per ricordare le lotte per l’emancipazione dal lavoro stesso. Prima ma anche dopo in molti casi, si lavorava dalle 12 alle 10 ore.

Le prime rivendicazioni sulla limitazione alle otto ore di lavoro fu fatta da un gruppo di sarti americani che fondarono una associazione detta “Cavalieri del lavoro”, la quale si riprometteva di promuovere lo sviluppo sociale e culturale del lavoratore, diminuendo il tempo che si era obbligati a vendere per avere il reddito per vivere. Questo movimento originario era pre-socialista, 1869. Negli anni ’70 in Europa, le lotte per la limitazione dell’orario di lavoro, portarono alle 40 ore settimanali, 8 ore per cinque giorni. Oggi, in Italia, OCSE afferma si lavori ore/anno più che in: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Svezia, Svizzera, UK. La contrazione dell’orario di lavoro nei Paesi OCSE sembra una costante tendenziale almeno dal 1970. Lo sarebbe in maniera ancor più chiara se si prendessero i dati a prima del 1970. In futuro, le previsioni danno ulteriori cospicui diminuzioni dovute alla progressiva sostituzione del lavoro umano con le macchine.

L’orario di lavoro è un indicatore – variabile dentro un complesso meccanismo da cui non può esser isolato se non per produrre statistiche. La variabile è correlata a reddito/costo del lavoro, indici di produttività che sono determinati da molte condizioni che variano non da lavoratore a lavoratore ma da paese a paese, competizione sul costo/produttività del lavoro nell’ambito del mercato ormai globale. Inoltre, il suo indice non può esser separato da quello del numero degli occupati ovvero disoccupati.

Di contro, fuori dalla logica strettamente economica, è un indicatore che pesa la libertà individuale poiché c’è poco da costruire sociologia astratta elaborata da intellettuali che in genere non lavorano nel senso pieno del termine, per quanto in alcuni casi “piacevole” o “realizzativo”, il tempo di lavoro è tempo subordinato. Poiché il lavoratore è anche cittadino, maggiore il tempo di lavoro, minore il tempo per il cittadino tra cui le sue attività di partecipazione politica alla gestione del bene comune connesso ai tanti problemi della vita associata. Da sempre, è su questa sequestro del tempo che si basa il dominio di Pochi su Molti, i Molti lavorano, i Pochi decidono.

Ci si domanda quindi se una condizione di vita sempre più complessa quale registriamo e prevediamo svilupparsi sempre più nell’immediato futuro, non richieda una maggior partecipazione alle decisioni dei governati che dovrebbero in realtà governarsi e se questa maggior partecipazione non presupponga più tempo che va necessariamente a dover esser sottratto al lavoro subordinato. Ci si domanda in sostanza se la battaglia continua e costante per la riduzione dell’orario di lavoro (decorrelandolo dal potere d’acquisto o di soddisfazione dei principali bisogni), non sia la battaglia antro-politica fondamentale.

Quella che viene prima di ogni altra poiché crea le condizioni necessarie per ogni altra.

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