Di Andrea Zhok

Due giorni fa l’unione degli studenti della Sorbona (Parigi) ha promosso una protesta, interrompendo la rappresentazione delle “Supplici” di Eschilo in quanto essa avrebbe promosso stereotipi razzisti. Il problema, si è poi inteso, dipendeva dal fatto che gli attori, seguendo la tradizione dell’antico teatro greco, recitavano con una maschera nera. Questo aspetto era stato sciaguratamente pubblicizzato con dei poster in cui le maschere erano visibili e ciò ha suscitato la vibrante protesta. I poster sono stati sollecitamente rimossi.
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Ieri l’unione degli studenti della prestigiosa università londinese SOAS (School of Oriental and African Studies) ha richiesto che nello studio dei corsi di filosofia la maggioranza dei filosofi studiati debbano essere di origine asiatica o africana.
I “filosofi banchi” dovrebbero essere studiati solo “se necessario” e “solamente da un punto di vista critico, ad esempio riconoscendo il contesto coloniale in cui i cosiddetti filosofi dell’Illuminismo scrivevano.”
Il SOAS si trova ora in grande imbarazzo, perché le nuove normative britanniche pongono in cima ai criteri di valutazione delle università (ranking) la soddisfazione espressa degli studenti.
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Questi sono solo due casi recenti di una serie interminabile e crescente.

Ora, molte lezioni si potrebbero trarre da questa curiosa forma di suicidio culturale che l’intellighentsia liberale ha deciso di perpetrare.

Il primo istinto sarebbe quello di alzare le spalle, trattando questi soggetti per gli imbecilli che con tutta evidenza sono, e passare avanti.
Questo purtroppo è un errore di sottovalutazione, in cui io stesso sono spesso incorso.
Troppo a lungo di fronte a questi sistematici eccessi censori, degni della psicopolizia orwelliana o delle ‘guardie della rivoluzione’ khomeiniste, anche chi li disprezzava, per quieto vivere, ha taciuto.

Per molto tempo si è visto questo fenomeno solo nella forma del ‘politicamente corretto’, come se si trattasse della mera introduzione di eufemismi, edulcorazioni terminologiche del linguaggio comune.
Ma non è così.
Ciò a cui assistiamo è in effetti un tentativo di egemonizzazione culturale operata da gruppi culturali organizzati, sedicenti progressisti, che mescolando alti tassi di presunzione e intolleranza con la convinzione di essere portatori di valori superiori, cercano di censurare sistematicamente ogni forma di espressione sgradita.
Si tratta in effetti dell’analogon intellettuale di quelli che esportano la democrazia a colpi di bombe: nel nome di un’autoproclamata superiorità culturale, si ritiene che aggressività e coazione siano del tutto legittime, giacché si tratta di far trionfare il Bene.
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L’intellighentsia, tuttavia, non maneggia esplosivi, ma parole.
Non essendo in grado di operare sul piano delle prassi sociali e dei vissuti comuni, questi gruppi si concentrano sulla sorveglianza e sulla censura delle forme espressive, di parole, di rappresentazioni, in modo da impedire, o almeno ostacolare severamente, tutto ciò che non si attaglia alla loro visione del mondo.

È un errore sottovalutare queste operazioni, perché se da un lato esse non sono in grado di penetrare direttamente nella massa della società, esse sono però perfettamente in grado di egemonizzare il discorso delle élite culturali; e poiché nessuna società è in grado di fare a meno di tali élite, ciò finisce, in molteplici forme indirette, per modificare in profondità temi e aspettative del discorso pubblico.

Per comprendere questa capacità di imposizione della volontà di minoranze organizzate alla maggioranza è necessario comprendere (come notano Boltanski e Chiapello) come nell’ambito dei ceti culturalmente apicali il principale patrimonio maneggiato (il loro capitale sociale) consti delle connessioni con i propri pari. Sono queste connessioni a permettere le forme di cooptazione con cui si conferiscono onori e promozioni in tali ambiti.
Mettersi contro una minoranza organizzata e rumorosa significa creare intorno a sé un ‘imbarazzo’ e ricevere uno stigma avverso, il che comporta un elevato rischio di essere marginalizzati in termini di carriera e visibilità.

Negli ultimi anni ho visto con i miei occhi crescere costantemente tra accademici, giornalisti, ricercatori, scrittori, ecc. il terrore di essere oggetto di uno “shitstorm” creato da questi gruppi di pressione. Accade così che anche nelle università e nei centri di ricerca ogni discussione su temi controversi sia vista con crescente insofferenza dai vertici, perché si sa che attirerà attenzioni sgradite, che si sarà oggetto di polemiche e diffamazioni, le quali possono “compromettere la dignità dell’istituzione”.
Si attiva così sempre più frequentemente l’autocensura preventiva su tutto ciò che può risultare socialmente controverso alla luce di questo ‘neobigottismo’, riducendo i margini di una libera discussione persino nei luoghi a ciò ufficialmente deputati.
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L’esito terminale di questo processo può essere duplice.

La prima possibilità è che queste forme di sterilizzazione neobigotta del discorso trionfino integralmente, trasmettendo (in modo non appariscente) la propria egemonia moralista attraverso media e tribunali, dalle élite culturali alla società nel suo complesso. L’esito sarebbe scarsamente distinguibile da una forma elegante dell’Oceania di Orwell.

La seconda possibilità è che la trasmissione dall’alto si inceppi, fallisca, e che perciò si limiti ad approfondire la spaccatura tra ceti intellettuali e popolo. In questo caso si crea un terreno dove lo spazio del discorso pubblico viene occupato solo da chi è estraneo alla sfera intellettuale e non è perciò condizionabile dalle censure di cui sopra; questi ultimi hanno a disposizione la facile scorciatoia di porre come ‘nuova autenticità’ una semplice inversione delle censure ‘politicamente corrette’: si apre così lo spazio trionfale per una politica del borborigmo e della flatulenza.

Andrea Zhok è professore associato di Filosofia morale all’Università degli studi di Milano

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