<<Sì, Salvatore. Di Vita Salvatore. Ah…ma come, non lo conosce, signorina? Ecco, brava. E io sono la madre.>>
È donna Maria che parla. Chiama dalla Sicilia ad una Roma che sembra lontanissima. Cerca suo figlio Salvatore – Totò – che non torna a casa da trent’anni. Dall’altra parte del telefono però è una voce di donna che risponde: dice che Salvatore non c’è. Seduta al tavolo, a fianco di donna Maria, c’è sua figlia ormai cresciuta che preferisce lasciar perdere, Totò non torna da troppo tempo: <<si sarà dimenticato>>. Eppure donna Maria non si rassegna, compone un nuovo numero con la pazienza degli anziani e ricomincia da dove aveva lasciato:<< Per piacere, vorrei parlare col signore Di Vita Salvatore. Sono la madre>>.

Sono le prime immagini di Nuovo Cinema Paradiso, uno dei capolavori concepiti dal genio di Giuseppe Tornatore, che per questa pellicola si aggiudicò un Oscar come miglior film straniero nel 1990. Accompagnata dalle musiche immortali di Ennio Morricone, si  racconta la storia di Totò – un bambino nato dal grembo di una Sicilia appena uscita dalla guerra – attratto come una calamita micidiale dal <<cinematografo>> e dal grande mistero che gli c’è dietro, la cabina di proiezione, ma soprattutto il meccano di tutto l’ingranaggio: Alfredo, un operatore analfabeta e scorbutico. Il solo, tuttavia, che per non saper né leggere né scrivere conosce le leggi per ricreare la vita sul grande schermo, attraverso il segreto di un fascio di luce che sorge dalla bocca di un leone.

Alfredo e Totò in un’immagine del film

È la storia d’amore di un bambino senza padre che si innamora di un adulto senza figli, sullo sfondo di una Sicilia strapaesana in cui non manca nessuno all’appello e tutti sono al loro posto. C’è lo scemo del villaggio che ripete ossessivamente le uniche parole che sembra essere in grado di pronunciare:<<La piazza è mia!>>. C’è Don Adelfio, il sacerdote del paese su cui regge la responsabilità di equilibrare vizi e virtù della comunità: è lui che decide – suonando una campanella quando appaiono immagini che ritiene oltraggiose, durante proiezioni private – quali scene debbano essere censurate e quali invece possono essere guardate. C’è Spaccafico, il fannullone che vince alla lotteria e diventa milionario ma che resta parte indissolubile del paese – al pari della chiesa e della piazza – e mette la sua fortuna a disposizione della gente con cui è cresciuto.

È la storia d’amicizia tra Totò, che cresce senza cambiare cuore e sentimenti, e Alfredo, che invecchia restando la sua stella polare. Sarà lui a consolarlo davanti alle lacrime d’amore e sarà lui a ordinargli di scappare via dal paese e di andare a Roma per acchiappare i sogni per la veste, usando le parole: ” Vattinni, tonnatinni a Roma! Tu si giovane, il mondo è tuo e io sugnu vecchiu: non voglio più sentirti parlare, vogghiu sentiri parrari di tia. “, e ancora: ” Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu “.

Alfredo, cieco dopo l’incidente mentre racconta a Totò la storia del soldato e della principessa

È soprattutto una storia di nostalgia per le cose che si consumano e che cambiano. La nostalgia che prende le cose da lontano e che restituisce profumi e colori solo a metà, mettendo tutti davanti al fatto compiuto, e cioè che ricordare significa tornare, non importa se col corpo o con la mente, e il ritorno è sempre un grande gioco di solitudini. I greci lo avevano capito e del <<dolore per il ritorno>> (Nostos: ritorno e Algos: dolore) ne hanno fatto una parola per consolare i malinconici di tutti i secoli. Questo è Nuovo Cinema Paradiso, un grande lavoro di nostalgia che invita a ricontare i propri passi, senza il timore di aver lasciato solchi troppo irregolari. Nostalgia che nasce sempre come pulsione di un vissuto, la condizione di esistenza per chiunque abbia una storia da raccontare. Che significa sempre fare i conti con sé stessi. La sintesi di un’intera esistenza: << Più è pesante l’uomo, più profonde sono le sue impronte.>> Così parlò zio Alfredo.

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