Durante il XIX e il XX secolo, l’antisemitismo era un fenomeno molto diffuso in Europa e in Russia. Questo è particolarmente vero se si volge lo sguardo verso quei paesi in cui la minoranza ebraica era particolarmente consistente, come in Germania, Polonia e Ucraina. Proprio in una città contesa da questi due ultimi Paesi, Leopoli, all’indomani della prima guerra mondiale si consumò un tragico pogrom contro la popolazione ebraica. Un massacro che non sarebbe stato l’ultimo: furono numerosi i polacchi e gli ucraini che collaborarono allo sterminio degli ebrei durante l’Olocausto, pur essendo proprio i polacchi e gli ucraini, oltre ai sovietici, le vittime principali della follia nazionalsocialista. Qui Proponiamo un brano tratto dal capolavoro di Israel J. Singer (1893-1944), scrittore polacco di lingua yiddish che raccontò quel pogrom del novembre 1918 ne I fratelli Ashkenazi (Bollata Boringhieri). Buona lettura.


 

I più disgraziati di tutti furono gli ebrei della Galizia orientale, nella zona di Leopoli. Le città e i villaggi erano stati devastati dai cosacchi durante l’invasione russa. Molti ebrei sono stati scacciati dalla provincia e alcuni deportati in Siberia. All’invasione era seguita una grande carestia, e alla carestia era seguita la peste. I soldati ebrei, arruolati tra la popolazione galiziana negli eserciti dell’impero austriaco, tornavano a casa a decine di migliaia e trovavano miseria e desolazione.

Secondo una diffusa consuetudine, molti di questi soldati si erano appuntati sull’uniforme la stella di David. Ma i loro commilitoni non facevano che beffeggiarli. «Perché non ve ne andate al vostro paese? Non vi vogliamo qui». Gli ebrei più anziani non volevano saperne di questi simboli. Ne avevano abbastanza della guerra e degli emblemi militari. Ne avevano abbastanza del servizio, della disciplina e dei modi di vita non-ebraici che erano stati costretti a seguire sotto le armi. Quando tutto era crollato, ricominciarono a lasciarsi crescere i cernecchi e ripresero le antiche abitudini. Dimenticarono l’eretta andatura militaresca, tornarono a gremire le sinagoghe per pregare e studiare come un tempo. Il peso memorabile del giudaismo, il sublime fardello di questo mondo e del mondo futuro, gravò nuovamente sulle loro spalle. Dovevano riprendere il filo della loro vita da dove l’avevano lasciato cadere; pensavano agli arnesi da lavoro rimasti inutilizzati nelle soffitte delle loro case; era venuto il momento di tornare alla normalità, di guadagnarsi la vita, tirare su i bambini, educarli alla vita ebraica, sposare le figlie, insomma la lunga, gravosa, faticosa routine cui erano abituati. Nelle case di studio, nelle sinagoghe chassidiche dove si radunavano, cercavano conforto alzando gli occhi al cielo, al Re dei re.

Ma le loro preghiere erano state vane. Il mondo non sarebbe tornato com’era prima; la guerra e la violenza non sarebbero cessate. Scoppiarono altre guerre più piccole, conseguenza di antiche inimicizie, tra i polacchi e i ruteni, tra i nobili polacchi e i contadini. Ogni piccolo gruppo avanzava pretese sul potere. O adesso o mai, Di dicevano. E gli ebrei erano presi in mezzo tra le parti contendenti; da qualunque parte provenissero le pallottole attraversavano le vie e le case degli ebrei; ciascuna delle parti contendenti esigeva l’aiuto degli ebrei e li accusava di tradimento se si rifiutavano di farsi coinvolgere in quei contrasti.

La più accanita di queste guerre secondarie di combattuta a Leopoli. La città era tenuta da due eserciti rivali, l’esercito polacco e quello ucraino; ciascuno occupava la propria zona e sparava contro l’altro attraverso lo spazio che li divideva, occupato dagli ebrei. Giovani soldati e ufficiali ebrei dell’ex esercito austriaco organizzarono una difesa ebraica, per respingere i rapinatori e gli assassini che avevano cominciato a compiere scorribande anche in pieno giorno. Gli ebrei di proclamarono neutrali tra i polacchi e gli ucraini, sperando in tal modo di placare il vincitore finale. Ma i polacchi presero questa dichiarazione come un’offesa; e benché il comando polacco l’approvasse e firmasse un accordo ufficiale con il corpo difensivo ebraico, fra le truppe di diffuse una violenta avversione contro gli ebrei, che venivano denunciati come nemici della Polonia.

I militari polacchi di bassa forza minacciavano gli ebrei apertamente. «Aspettate e vedrete!» gridavano. «Quando avremo buttati fuori gli ucraini, v’insegneremo noi ad essere neutrali!»

E non mancarono di farlo. Quando gli ucraini si furono ritirati da Leopoli, le truppe polacche organizzarono un attacco al quartiere ebraico, esattamente come se fosse stata una fortezza nemica, anziché una zona inerme di una città conquistata. E al seguito delle truppe venne una folla avida di saccheggio, impiegati e infermiere, ladri e prostitute, prelati, monaci e massaie, un’accozzaglia disparata che invade le strade ebraiche.

«Abbasso gli ebrei!» urlavano. «Impiccateli per la barba! »

Gli ufficiali marciavano apertamente alla testa delle loro truppe, un ufficiale ogni dieci soldati. Circondarono il comando del corpo di difesa ebraico, lo disarmarono; fucilarono i capi e arrestarono tutti gli uomini.

E poi cominciò la carneficina e il saccheggio.

L’attacco fu iniziato con la precisione di una battaglia. Alle sette in punto di una fredda mattina di novembre, i legionari polacchi circondarono piazza Cracovia con le mitragliatrici e le autoblindo. Gli sbocchi di via Sinagoga, via Shulkev, via Ognon, e di altre vie furono bloccati, in modo che nessuno potesse uscire, quindi fu dato l’ordine di aprire il fuoco.

Le pallottole delle mitragliatrici e dei fucili cominciarono a scheggiare i muri e a fracassare le finestre; avanzando lentamente, i legionari polacchi lanciavano bombe a mano contro le case e contro le porte sbarrate. Grida di terrore si levavano dall’interno delle case; e alcuni si slanciarono all’aperto e furono immediatamente abbattuti. Levando grida di trionfo, i soldati continuarono a gettare le bombe.

Quando la popolazione fu tutta quanta atterrita, quando ebbe avuto larghi esempi di ciò che doveva aspettarsi in caso di resistenza, gli ufficiali diedero l’ordine di cessare il fuoco e inviarono pattuglie nelle case. Gli ordini venivano emanati dal Teatro Comunale, dove l’alto comando avevo posto la sua sede. Le pattuglie avanzarono di casa in casa, sfondavano le porte, penetravano nell’interno e gettavano in strada tutti ciò che contenevano. Nelle cass più ricche, agli abitanti veniva ordinato di mettersi contro il muro a mani in alto, mentre gli ufficiali li frugavano in cerca di denaro, gioielli o altri oggetti di valore. Qua e là, i soldati non si accontentavano di saccheggiare: la vista di qualche bella donna accendeva le loro voglie e il loro presenza le donne venivano violentate dalla soldataglia. E come se ciò non bastasse, soldati e ufficiali furono assaliti da un’insana sete di sangue; vi furono bambini pugnalati nelle culle in presenza della madre, uomini abbattuti col calcio del fucile, donne sbudellate a colpi di baionetta.

Fuori, per le strade, una folla impazzita chiedeva a gran voce ancora sangue, ancora bottino. Alle porte del quartiere stavano fermi autocarri militari sui quali i soldati ebbri e sudati caricavano le masserizie saccheggiate, che venivano quindi trasportate nei punti di raccolta. Qui, la popolazione civile lottava furiosamente per la divisione del bottino. Popolane in scialle, signore eleganti in pelliccia, ragazze di strada, infermiere, monache, maestre, tutte spingevano e urlavano per ottenere la loro parte.

«Datela a me, capitano!» «No, a me! La voglio io, quella!» urlavano.

I ricchi venivano con la carrozza, per poter prendere più roba. I negozi ebraico furono vuotati di tutti i capi di vestiario, delle provviste alimentari, di ogni genere di mercanzia. Dalle porte del quartiere ebraico usciva una interminabile colonna di autocarri carichi, incrociandosi con una di autocarri vuoti che vi entrava.

Il secondo giorno, quando il saccheggio fu terminato, l’alto comando diede l’ordine di appiccare il fuoco al quartiere ebraico. Ora gli autocarri portarono fusti di benzina presi dai negozi ebraici il giorno prima. I muri delle case ebraiche ne furono cosparsi; materassi, coperte, sacchi di paglia inzuppati di benzina furono ammucchiati contro le porte, in modo che nessuno potesse fuggire. Quindi vi furono accostate le torce.

Dall’interno delle case ebraiche si levarono grida di terrore:

«Friggete nel vostro grasso!» urlavano i soldati e gli ufficiali.

Dalle case, i legionari polacchi si volsero alle sinagoghe e alle case di studio. Quattro ufficiali, ciascuno al comando di una squadra di dieci uomini, penetrarono nella sinagoga di Forshtetter. Strapparono la tendina dinanzi alla sacra Arca, aprirono lo sportello e si impadronirono di tutti gli oggetti preziosi che conteneva; presero le corone d’argento, i manici dei rotoli, i calici e i candelabri. Cacciarono tutte queste cose in un sacco insieme coi parati di seta e di velluto dei giorni festivi. I rotoli spogli furono gettati a terra, calpestati e insudiciati. Quando l’interno della sinagoga fu interamente devastato, i soldati lanciarono diverse bombe a mano, nell’Arva spogliata, quindi appiccarono il fuoco all’antico edificio.

Due ragazzini di tredici anni che abitavano in via Sinagoga, David Reubenfeld e Israel Feigenbaum, entrarono di corsa nella sinagoga in fiamme e raccolsero i rotoli della Legge che giacevano sul pavimento. Con quei sacri oggetti tra le braccia corsero fuori, ma sulla porta della sinagoga furono abbattuti dai legionari polacchi.

Un destino analogo ebbero le altre sinagoghe e case di studio del quartiere. Gli ufficiali portarono via tutti gli oggetti d’argento dal tempio di via Shulkev. Alcuni, non contenti del saccheggio, con ebbra frenesia, diedero libero sfogo al loro odio e al loro disprezzo per la religione ebraica. Strapparono le coperture dell’Arca, se le avvolsero sulla testa come turbanti, e si misero a danzare lì attorno, a dondolarsi in avanti e indietro parodiando gli ebrei in preghiera, tra le risate e i lazzi della soldataglia. Quando si furono divertiti abbastanza, gli ufficiali ordinarono di schiodare il pavimento, versare benzina nelle fondamenta, e appiccare il fuoco a tutti quanto.

In un’altra casa di preghiera in via Sinagoga, alcuni ebrei si avvolsero nei sudari, si coprirono il capo con gli scialli di preghiera e si misero a recitare le preghiere dei moribondi battendosi il petto. Le porte vennero chiuse e sbarrate dall’esterno, e fu appiccato il fuoco all’edificio. Gli ebrei continuarono a pregare finché le fiamme raggiunsero gli scialli di preghiera. Un ufficiale, vedendo lo spettacolo dalla finestra ne fu inorridito. Apri una porta laterale e gridò agli ebrei di uscire. Ma nel fracasso, nei geniti, nella confusione non fu udito e gli ebrei perirono tra le fiamme.

Il saccheggio e la distruzione del quartiere ebraico durarono tre giorni e tre notti. I soldati assassinarono e devastarono; le case e le sinagoghe furono distrutte dalle fiamme, i pompieri della città non si mossero dalle caserme.

Il quarto giorno gli ebrei atterriti, fiaccati dalla catastrofe, strisciarono fuori dalle macerie e cominciarono a cercare i loro morti. I cadaveri carbonizzati furono avvolti in scialli di preghiera, i resti non identificati furono messi entro giare, per potergli dare decorosa sepoltura. Dalle rovine ancora fumanti, frammenti di arredi sacri e pezzi di pergamena che un tempo erano stati rotoli della Legge, furono messi dentro altre giare di terracotta per poter essere seppelliti anch’essi. Settantadue morti furono allineati sotto gli scialli di urlanti cercavano i loro cari.

Tutti gli ebrei della città si adunarono per il funerale collettivo dei martiri e dei rotoli profanati e distrutti.

 

*[Non avendo trovato fotografie relative al pogrom del 1918, abbiamo utilizzato un’immagine del pogrom avvenuto nella stessa città nel 1941]

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