Di Andrea Zhok

Ho la presunzione di conoscere meglio di molti i rischi dell’adozione di principi libertari indiscriminati.

Non ho inoltre nessuna simpatia personale per il soggetto politico che era imputato (Marco Cappato), e considero la forza politica (partito radicale) in cui si muove agli antipodi rispetto a tutto ciò in cui credo.

Detto questo, credo che la decisione di ieri della Consulta sia ineccepibile, che Cappato non andasse condannato, e che l’introduzione di una norma che permetta il suicidio assistito sotto le condizioni (alquanto restrittive) esposte dalla Consulta sia semplicemente giusto.

Tolti di mezzo gli argomenti di tipo confessionale (legittimi, ma estranei ad uno stato laico), l’unico argomento che viene sollevato con qualche plausibilità contro di essa è l’argomento del ‘slippery slope’ (‘pendio scivoloso’). Secondo questo argomento, fare una concessione in una certa direzione (qui la possibilità di disporre della vita umana) può aprire la strada ad un principio estensivo, che conduce a conseguenze di lungo periodo inaspettate e devastanti (ad esempio l’adozione dell’eutanasia sistematica verso i vecchi e gli improduttivi).

L’argomento del pendio scivoloso ha senso come ammonimento generale a sorvegliare i processi in cui viene introdotto un nuovo diritto, per fare in modo che attraverso di esso non si faccia spazio per concessioni inizialmente non previste e sgradite. Talvolta effettivamente un nuovo diritto viene introdotto come un ‘piede nella porta’, con l’intento di farvi passare successivamente ben altro, e in questo senso l’argomento del pendio scivoloso è utile come messa in guardia.

Tuttavia la situazione su cui si è espressa la Consulta è una situazione molto precisa e il modo in cui si è espressa è assai ben definito.

Il caso in questione NON è un caso di eutanasia, tantomeno di eutanasia imposta.
Si tratta di un caso dove un soggetto, capace di intendere e di volere, che ha espresso la ferma e reiterata volontà di porre fine ad una condizione di sofferenza senza fine, – una condizione, peraltro, imposta con l’intervento artificiale di macchinari, senza di cui tutto sarebbe finito da tempo, – viene messo nelle condizioni di togliersi la vita, non avendo egli più la capacità fisica di farlo.

Francamente faccio molta fatica a vedere in un caso del genere da che parte potremmo ‘scivolare’ sul nostro pendio.
Si tratta, grazie al cielo, di casistiche estreme, rare, che non possono preludere all’introduzione di un costume sociale quotidiano.
Si tratta di una decisione, inoltre, che coinvolge solo il decisore e nessun altro, giacché è sua la volontà di farlo, dall’inizio alla fine, sua l’azione, suoi gli effetti dell’azione.

A me pare che non consentire tale soluzione sia di fatto una forma di tortura infinita, pubblicamente imposta, giacché si impone a qualcuno una condizione di sofferenza approfittando dal fatto che egli non è in grado di sottrarvisi.

Dunque, per quanto, come ho detto all’inizio, io diffidi nel modo più netto dell’appello indiscriminato a principi libertari, questo mi pare un caso netto e univoco, dove tale decisione è eticamente del tutto condivisibile: condivisibile per gli effetti sull’individuo coinvolto, e condivisibile anche per gli effetti di natura simbolica, di costume, a lungo termine, che non introducono alcuna prassi di trattare con leggerezza la vita umana.

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