Di Fulvio Scaglione

Il dibattito politico, soprattutto sulle grandi questioni del nostro tempo, non è solo benvenuto. È da sollecitare e animare con passione. La speculazione elettorale, al contrario, è detestabile e andrebbe soffocata sul nascere.Soprattutto quando viene esercitata sulla pelle degli esseri umani. Quello delle migrazioni e dei migranti è un tema fondamentale, anzi decisivo. Ma intorno a esso non c’è dibattito politico, quasi solo speculazione. Il tutto in vista del voto di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo, catalogato da molti come sfida risolutiva per il futuro della Ue.

Situazione drammatica ma non seria, quindi. E il caso “Sea Watch”, l’ultima tra le tante navi che hanno salvato migranti al largo della Libia e poi si sono presentate alle coste italiane, lo dimostra chiaramente. Se i 47 migranti siano sani o malati, ricchi o poveri, disperati o furbacchioni, ha importanza zero. La sostanza, a costo di sembrare cinici, sta altrove. Matteo Salvini, leader della Lega Nord, ministro degli Interni e vice-premier, specula perché ingigantisce ad arte il problema. Parla di difesa dei confini di fronte a una potenziale (e inesistente) invasione, anche se sa bene che il numero degli sbarchi si era drammaticamente ridotto già prima del suo arrivo al Governo. I dati del Viminale dimostrano che dal 1 luglio 2017 al 29 maggio 2018, cioè dall’accordo con la Libia alla caduta del Governo Gentiloni che lo aveva siglato, sbarcarono sulle nostre coste 122.524 migranti in meno rispetto ai 171.442 sbarcati tra il 1 luglio 2016 e il 29 maggio 2017.

Ma come Salvini speculano gli oppositori, a quanto pare. Minniti, che in quel Governo era il “duro” di turno (e come tale massacrato dai compagni di partito e dagli umanitari di ogni genere e sorta) parlò sempre bene dell’accordo con le autorità libiche, che ora vengono descritte come una banda di torturatori o, nel migliore dei casi, come un pugno di speculatori che prendono soldi sia dall’Italia sia dai trafficanti di esseri umani. E tuttora a sinistra ci si vanta di quel calo, ci si attribuisce una medaglia per aver fermato un bel po’ di migranti. Fu con quel Governo, inoltre, che venne sequestrata per la prima volta la nave di una Ong, la “Jugend Rettet”, una delle sei (su undici attive nel Mediterraneo) che non firmarono il codice di condotta proposto dal premier Gentiloni. Alla luce di tutto questo, dovremmo forse pensare che disperati sono solo i migranti di oggi, quelli di Salvini insomma, mentre quelli di Minniti e Gentiloni venivano in gita?

E poi c’è il M5S. Un po’ tace e un po’ si allinea a Salvini, poi manda (o lascia andare) in Tv Alessandro Di Battista, leader morale, battitore libero, quello che può dire le cose che gli altri non possono dire, a sparare che i migranti bisogna farli sbarcare e poi spedirli con un aereo in Olanda (prima ancora aveva pensato in Francia), «perché senza un incidente diplomatico la Ue se ne frega».
Dibba specula perché sa che l’incidente diplomatico non serve a nulla, nella questione dei migranti. Serve, forse, a dare un’altra spallata a questa Ue travicella, ridotta così male che gli europeisti provano persino a convincersi che Macron e la Merkel abbiano fatto un accordo a due per salvare l’Unione e non per salvare se stessi. E come specula lui, “cattivo”, speculano pure gli altri, i “buoni”. Perché la politica dei porti chiusi (che non vuol dire “non salvate la gente in mare” ma vuol dire “non portateli a noi”) affonda le radici nel fatto che nessuno dei piani Ue per la ridistribuzione dei migranti sbarcati in Italia ha finora funzionato. Non uno, neppure quelli da poche decine di persone. E questo perché gli stessi leader che accusano Salvini e Di Maio tengono i loro porti ermeticamente chiusi, da Pinocchio Macron in Francia al traballante Sanchez in Spagna.

D’altra parte a voi pare normale che una nave che batte bandiera olandese, ovvero la Sea Watch, si piazzi in acque internazionali, prenda a bordo 47 migranti e poi sfidi per giorni e giorni il mare brutto e il nostro Governo perché vuole che quei 47 sbarchino in Italia e solo in Italia? Non dovrebbe depositarli nel più vicino approdo sicuro, qualunque esso sia, risparmiando tempo e denaro per correre a salvare altri naufraghi? Siamo sicuri che anche questa curiosa strategia, puntualmente replicata, non sia, se non un “incidente”, almeno una “provocazione” diplomatica?

Potremmo andare avanti all’infinito, un colpo di qui e uno di là, facendo solo crescere la sensazione che i migranti, oggi, siano solo merce di scambio, un piede di porco con cui scassinare le coscienze e ramazzare voti. Che delle vite (loro) e del problema (nostro, perché in trent’anni l’Africa avrà 2,5 miliardi di abitanti con vent’anni di età media e allora sì che l’Europa vecchia e vuota avrà da divertirsi) non freghi davvero nulla a nessuno.
Se davvero volessimo incidere sulla questione, e fare qualcosa di positivo per tutta questa gente che scappa dal presente e insegue il futuro, non saremmo ossessivamente concentrati intorno a questo Mediterraneo che è diventato un cimitero (15 mila morti in quindici anni) proprio perché siamo sempre impegnati a discutere di interessi solo nostri. Proveremmo a prendere il problema per la testa, non più per la coda. E andremmo a vedere quel che succede prima che i migranti arrivino in Libia, nelle migliaia e migliaia di chilometri che devono attraversare tra predoni e deserti dove secondo fonti Onu muore un numero di persone doppio rispetto a quelle che annegano nel Mediterraneo.
Il vero inferno, per i migranti, è lì, non in Libia. Però con le sabbie del Chad o del Niger non si vincono le elezioni in Europa. Per queste serve di più la “Sea Watch”, non c’è dubbio.

Da Linkiesta del 29 gennaio 2019

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