“Vien da chiedersi: ma cosa penserà di Salvini la madre di Salvini?”. Lo scrive sulla prima pagina de La Repubblica Gad Lerner, intellettuale di rilievo nel – povero – panorama intellettuale progressista che orbita attorno al quotidiano di Scalfari. Più che di un sedicente intellettuale, si tratta di un intellettuale costruito, celebrato dagli stessi giornali per cui scrive per le qualità morali e per il senso della lacrima di cui si fa portatore in un’epoca di drammatica crisi esistenziale.

Ma c’è un problema. Sensibilità a parte, intellettuali come Lerner non ne beccano una. È per questo che ogni loro commento porta voti al peggior nemico politico e morale di sempre, più riprovevole anche dello stesso Berlusconi, e vale a dire Matteo Salvini, il politico di professione debole con i forti e forte con i deboli.

Eppure, nonostante intellettuali come Saviano e Gad Lerner sbaglino sempre le loro analisi politiche – e non ci è dato sapere se lo fanno in buona o in cattiva fede – continuano ad essere celebrati come se fossero le uniche voci morali in un’Italia ormai “in preda alla rabbia e all’odio”. Questo perpetuo sostegno mediatico permette loro di esprimere le più contraddittorie opinioni nell’arco di pochi anni, senza che l’opinione pubblica si accorga dell’incoerenza di quanto scrivono e dicono.

È tutt’altro che coerente versare lacrime di coccodrillo – profumatamente pagate – per i migranti, e poi schierarsi dalla parte della Nato e della guerra che miete lutto e dolore e che provoca i flussi migratori forzati. E tuttavia intellettuali come Saviano e Lerner sono caduti più volte in questa contraddizione, e continueranno ad inciampare nell’incoerenza date le loro simpatie politiche per illustri progressisti democratici – leggasi macellai – come gli Obama, i Sarkozy e i Clinton.

Com’è noto, l’esplosione dell’attuale crisi migratoria è stata provocata dall’assassinio in diretta TV di Gheddafi nell’ottobre del 2011 – accolta con giubilo dagli opinionisti e dai giornalisti di tutto il mondo occidentale – che ha spalancato ai migranti di tutta l’Africa una delle peggiori vie verso l’Europa. Una guerra, quella libica, del tutto ingiustificata, violenta e improvvisata che ha inaugurato il campo alle altre guerre umanitarie degli anni ’10: Siria, Ucraina, Yemen. Tutte guerre sostenute dai due vate della sinistra intellettuale e dai loro epigoni.

Le prime pagine dei quotidiani dopo l’assassinio di Gheddafi

Le settimane che precedono lo scoppio di una guerra sono caratterizzate da superficiali dibattiti negli studi televisivi e sulle prime pagine dei quotidiani. Più che di dibattiti si tratta di veri e propri appelli alla guerra, come si può facilmente verificare con il modo in cui l’intelligencija nazionale sta affrontando la crisi in Iran di questi giorni. Ed ecco cosa scriveva su Vanity Fair Gad Lerner, che oggi piange per gli effetti della guerra in Libia, a proposito dell’intervento militare contro Gheddafi, otto anni fa.

“Abbiamo sentito opporre argomenti uno dopo l’altro per negare che bisognasse impegnarsi dalla parte degli insorti di Bengasi per consentire la deposizione di Gheddafi. Il rais pagava troppo bene i suoi mercenari per cui era invincibile. Ne sarebbe scaturita una secessione della Cirenaica indipendente dalla Tripolitania. Il ritorno alle guerre tribali d’epoca precoloniale. L’instaurazione di un regime islamico qaedista. L’esodo (biblico!) di profughi a centinaia di migliaia. Tutte balle. Il pacifismo di destra che si è contrapposto all’impegno lodevole della Nato, di Obama, di Cameron, di Sarkozy, seguiti controvoglia da Berlusconi mentre una Merkel sempre più irresoluta si asteneva come al solito”.

Gheddafi non era sicuramente un democratico a la francaise, ma era la Guida politica e morale della Libia, fino all’intervento militare Nato il Paese più ricco e prospero dell’Africa. Il Colonnello era l’unico in grado di governare un paese complicato come la Libia, di tenere unite le varie tribù e di assicurare una stabilità geopolitica anche all’Europa, e in particolar modo all’Italia che si affaccia proprio sulle coste libiche. L’abbattimento del Raìs, definito addirittura “lodevole” da Lerner, ha provocato quella tragedia umanitaria prevista dai “pacifisti di destra” che lo stesso Lerner definiva con superbia “tutte balle”: la Libia in mano alle tribù, guerra civile, crisi migratoria e diffusione del terrorismo.

Una delle foto del lungo convoglio di pickup con a bordo uomini armati e incappucciati e bandiere nere dell’Isis, ANSA/ WEB/ EL MINBAR

Un intellettuale di ben altra levatura come Alessandro Leogrande, nel libro intitolato “La frontiera” racconta di Hamid, un ragazzo dalla storia tragica che, partito dalla Somalia per raggiungere l’Europa, aveva trovato una stabilità in Libia e un lavoro dallo stipendio di 700 dollari. Fino a quando la guerra, tanto desiderata in quei giorni da Lerner, non lo costrinse ad imbarcarsi clandestinamente per l’Italia e a vivere uno dei naufragi peggiori che il Mediterraneo abbia vissuto.

Gli intellettuali devono rendere conto di quello che dicono e che scrivono. Soprattutto quando sostengono esplicitamente la guerra. È necessario immaginare come trascorra la vita dalle due sponde opposte del Mediterraneo. Da una parte, in Africa, c’è Hamid, un ragazzo di neanche vent’anni che dopo tanto soffrire riesce ad arrivare in Libia e finalmente a stabilizzarsi.

Dall’altra parte c’è Lerner, che per fanatismo ideologico o per carrierismo lancia un appello dai giornali più autorevoli affinché la Libia, dove vive Hamid, venga bombardata. Di mezzo c’è il Mediterraneo, per il quale Hamid, che ha perso la stabilità conquistata, si imbarca diretto verso l’Italia. E quando in quella traversata muoiono centinaia di persone, tocca anche sopportare Lerner che piangendo ci parla dell’ingiustizia del mondo.

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