Qual è il ruolo degli intellettuali?

Di Noam Chomsky

Il concetto di “intellettuale” nell’accezione moderna si è imposto a partire dal 1898, con la redazione del Manifesto degli intellettuali da parte dei dreyfusardi, i quali, ispirandosi alla lettera aperta di protesta di Emile Zola al presidente francese, criticarono sia le false accuse di alto tradimento all’ufficiale dell’artiglieria francese Alfred Dreyfus sia il successivo insabbiamento da parte dei militari. La posizione dei dreyfusardi ci restituisce un’immagine degli intellettuali come paladini della giustizia, che sfidano il potere con coraggio e onestà. Ma non era così che venivano visti all’epoca. Componente minoritaria delle classi istruite, i dreyfusardi furono duramente avversati dagli ambienti intellettuali tradizionali, in particolare da alcune figure di spicco appartenenti agli “immortali dell’Académie Française, fortemente anti-dreyfusarda”, come scrive il sociologo Steven Lukes. Per il romanziere , politico e leader anti-dreyfusardo Maurice Barrès, ad esempio, i dreyfusardi erano “anarchici da leggio”. Per un altro di quegli immortali, Ferdinand Brunetière, la stessa parola “intellettuale” stava a indicare “una delle più ridicole stranezze del nostro tempo, ossia la presunzione di elevare scrittori, scienziati, professori e filologi al rango di superuomini”, che osano “trattare da idioti i nostri generali e considerano assurde le nostre istituzioni sociali e insane le nostre tradizioni”. Chi erano dunque gli intellettuali? La minoranza che si ispirava a Zola (il quale fu condannato al carcere per diffamazione e fuggì dal paese), oppure gli “immortali” dell’accademia? Ѐ una domanda che, in un modo o nell’altro, ritorna in tutte le epoche.

Una possibile risposta possiamo ricavarla da ciò che accadde durante la Prima guerra mondiale, quando influenti intellettuali di ogni schieramento si allinearono entusiasti a sostegno dei propri Stati. […] Il filosofo John Dewey, ad esempio, era entusiasta della grande “lezione psicologica e formativa” impartita dalla guerra, la quale provava che gli esseri umani – più precisamente, “gli uomini intelligenti della comunità” – possono “farsi carico delle cose umane e gestirle […] con consapevolezza e intelligenza” per raggiungere i fini che si sono prefissati. […] Non tutti, però, si schierarono obbedientemente con la linea ufficiale. Figure notevoli come Bertrand Russell, Eugene Debs, Rosa Luxemburg e Karl  Liebknecht furono, come Zola, condannati al carcere. Debs fu punito con particolare severità: una condanna a dieci anni di prigione per aver messo in discussione la “guerra per la democrazia e i diritti umani” del presidente Wilson. Costui rifiutò di concedergli la grazia a guerra finita, e alla fine fu il suo successore, Warren Harding, a farlo rilasciare. Ad alcuni dissidenti fu data una bella lezione, ma non così dura: Thorstein Veblen, ad esempio, fu licenziato dalla Food Admninistration per aver redatto un rapporto in cui si evidenziava che il problema della scarsità di lavoratori nel settore agricolo poteva essere risolto ponendo fine alla spietata persecuzione dei sindacati voluta da Wilson, in particolare dell’Industrial Worken of the World; Randolph Bourne fu bandito dalle riviste per aver criticato la “società delle nazioni magnanimamente imperialiste e le loro nobili imprese” . Il gioco tra venerazione e castigo si ripete di continuo nella storia: chi si mette al servizio dello Stato è venerato dalla comunità intellettuale, chi invece rifiuta di allinearsi viene punito.

[…] Ѐ quasi un assioma storico che gli intellettuali conformisti, ossia coloro che appoggiano la linea ufficiale e trascurano o giustificano i crimini dell’autorità godano di prestigio e privilegi all’interno della loro società, e che al contrario gli intellettuali guidati dai valori siano penalizzati in un modo o nell’altro. Questo schema risale a tempi antichissimi. A bere la cicuta fu l’uomo accusato di corrompere i giovani di Atene, un po’ come i dreyfusardi furono accusati di “corrompere le anime e , di conseguenza, la società intera”, e gli intellettuali guidati dai valori degli anni Sessanta di intralciare “l’istruzione dei giovani”. Nei testi sacri ebraici sono presenti figure che secondo i criteri contemporanei sarebbero considerate di intellettuali dissidenti, altrimenti detti “profeti”. Costoro facevano incollerire le autorità con la loro critica geopolitica, con il biasimo per gli abusi dei potenti, con il loro appello alla giustizia e con l’attenzione riservata ai poveri e agli afflitti. Re Acab, il più malvagio dei sovrani, considerava Elia un nemico di Israele, il primo caso di “ebreo che odia sé stesso”: se vivesse oggi negli Stati Uniti sarebbe un “antiamericano”. I profeti erano angariati, a differenza degli adulatori di corte, che in seguito sarebbero stati bollati come falsi profeti.  Ѐ  uno schema prevedibile, e sarebbe sorprendente se avvenisse il contrario.  Quanto alla responsabilità degli intellettuali, non c’è molto altro da aggiungere, a parte una semplice verità: gli intellettuali sono dei privilegiati, e il privilegio porta delle opportunità e le opportunità a loto volta implicano delle responsabilità. Ѐ a quel punto che un individuo deve scegliere.

(Da “Chi sono i padroni del mondo” di Noam Chomsky, Ponte delle Grazie, 2015)

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