Di Gilberto Trombetta

Il seguente grafico mostra l’andamento del reddito del 10% più povero della popolazione (decimo percentile), della fascia mediana (50esimo percentile) e del 10% più ricco (90’esimo percentile) degli ultimi 30 anni.

Nel 2016, il 10% più povero tra i lavoratori guadagna quasi il 20% in meno rispetto alla metà degli anni 80. Il gruppo mediano il 3% meno. Invece chi fa parte del 10% più ricco ha un reddito da lavoro del 20% superiore.

Il crollo, sia per la fascia più povera che per quella mediana, inizia nei primi anni 90.

Inizia cioè dopo la grande ondata di privatizzazioni, la distruzione dell’IRI e l’inizio dell’avanzo primario. Cioè dello Stato che anziché immettere risorse nell’economia e, quindi, nelle tasche di cittadini e piccole imprese (il 96% del totale, in Italia), le toglie (724 miliardi dal 1995 al 2018). Come uno strozzino qualsiasi.

Sono gli effetti di libera circolazione di merci, capitali e lavoro. Gli effetti di una globalizzazione all’insegna del capitale e della deregolamentazione finanziaria.

Gli effetti di 30 anni di neoliberismo. Un’ideologia che ha permeato tutto e tutti nonostante risultasse veccchia e fallace già a inizio del XX secolo.

[fonte del grafico: elaborazioni di M. Raitano su dati Inps-Losai, via Marta Fana di cui è da poco uscito il nuovo libro, scritto insieme al fratello Simone, Basta salari da fame]

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