Rammenda i nostri cuori Dio della strada perché tutto è sacro….

Oklahoma. Anni 30. Un soffio di vento screpola gli ultimi lembi di un terreno devastato. Una grande nube si alza sopra le speranze di una famiglia colonica. Dopo qualche giorno si posa riconsegnando i frammenti di una famiglia, una miseria nuova, più lucida. Niente raccolto. La tecnologia a colpi di frusta propina il suo progresso che sa di veleno: un motore avrebbe sostituito il sacro sudore che aveva bagnato quelle terre, come un’acqua santa che benediceva una terra sempre più esausta. Eccola lì la “tigre” di ferro: il trattore avrebbe
raccolto i profitti; il nutrimento sarebbe stato sostituito da piccoli numeri sul tavolo di un banchiere di New York, e il lavoro non avrebbe più unito il cielo e la terra con i suoi lenti movimenti e con l’arte di scrutare le stelle, ma sarebbe caduto nel suono sordo e metallico di precisi ingranaggi, che non conoscevano il tempo e gli alambicchi del cuore umano. Gli impiegati delle banche perlustravano i possedimenti. Domani si sloggia: lo ha deciso l’«anonima». I tempi cambiavano e il mercato esigeva il loro sangue. Ruth, Tobia, giocano a
nascondino, per loro la vita è solo un infinito girotondo, un dispetto al fratellino, una corsa dalla mamma per raccogliere un perdono per l’ultima marachella. Al, invece, con le mani da meccanico e gli occhi da marine, è abbastanza grande per scrutatore il viso del babbo, così come la mamma. Sanno bene che solo la sua rabbia avrebbe potuto salvarli: quell’atavico orgoglio che spunta sulla fronte di uomini abituati a reagire per accomodare il destino senza sopraffarlo. Lo sanno bene: quella rabbia significa che la famiglia non sarebbe caduta sotto il peso degli eventi. Che c’è una strada. Rabbia come vita, un colpo di reni che è come un fulmine che raddrizza, in un modo o nell’altro, il corso degli eventi. Perché qualcosa si sarebbe trovato fino a quando un Joad si sarebbe piegato sulla terra per raccoglierne una manciata, per poi guardare l’orizzonte e lasciarla cadere. Un respiro profondo, una bestemmia, e via. Anche questa volta ci è mancato poco. Si parte. California. Ma ci serve una macchina. Anche un rimorchio ci serve. Si va a trovare fortuna. Su animo. Non si è mai visto un Joad ad acchiappare mosche. L’aratro al mercato, i catini, i mastelli, su prendi
anche le zappe, i cavalli, e le ceste, bambini non potete portare tutti i giocattoli. Prendi la bambola di seta. Ruth, e tu Tobia l’arco da pellerossa. Faccendieri senza scrupoli avevano annusato nuovi affari in quella transumanza che, in una costola degli Stati Uniti, si stava consumando, e per pochi dollari i mezzadri si vendevano quella che era stata la loro vita. Per pochi dollari, rigattieri compravano i loro ricordi. Di qua non un semplice cavallo, ma il respiro che aveva riscaldato la casa negli inverni più gelidi; la criniera con cui Ruth e Robbia avevano giocato chissà quante volte; di là quel catino che, con il suo rumore metallico, aveva scandito i ritmi di una famiglia, che sotto il solo, in fondo, voleva solo vivere.
I padroni dell’est avevano distribuito dei biglietti, promettendo delle buone paghe per la raccolta delle pesche: avevano bisogno di 800 lavoratori? Ne facevano stampare 10.000, così se ne sarebbero presentati 5.000 e avrebbero potuto abbassare i salari. Un giochetto da niente. Era il mercato, le leggi avrebbero garantito ordine e disciplina e assicurato lauti guadagni, con il prezzo delle pesche che continuava a rimanere alto. Un affare. Ma i biglietti erano colore dell'oro, e sullo sfondo la terra promessa con delle fantastiche illustrazioni dove erano impressi iugeri sterminati, colmi di ogni ben di Dio: si sarebbe potuta allungare la mano per cogliere un succulento frutto. Tanto bastava per infiammare i sogni degli Joad: e poi per quale motivo i padroni avrebbero dovuto stampare quei biglietti se non avessero avuto bisogno di lavoro? Ecco la strada, una Hudson. Si parte. Sul mucchio di masserizie i bambini, poi la nonna, il nonno, Al, Tom, la mamma, Rosatè, Connie, e Casy. Rosatè aveva nel grembo una promessa, presto si sarebbe sposata con Connie, che sognava di essere un radiotecnico. Nella notte buia, i due innamorati si dicono le parole degli innamorati: il mondo sembra chiudersi su di loro: un piccolo universo fatto di parole dette a bassa voce, e di sogni; il loro pargolo avrebbe avuto il segno di quel viaggio e nelle mani la pasta delle stelle, che i due scorgevano dal tendone dell’autocarro mentre in silenzio, sotto le coperte, facevano l’amore, approfittando del sonno della famiglia. Casy era stato un predicatore, aveva incantato il villaggio con il fuoco dei suoi sermoni, una volta aveva anche fatto un’omelia a testa in giù, ma ormai la sua lingua non aveva più la grazia
dei salmi, né le sue mani l’intuizione del sacro. Aveva perso la sua vocazione, gettandola come si getta una tunica ormai troppo vecchia. Aveva chiesto agli Joad di partire, perché diceva che le sue labbra errano chiuse a Dio, e voleva scoprire gli uomini in mezzo agli uomini, condividerne il dolore, per scovare anche lui, povero diavolo, il senso del suo cammino. A volte bisogna andare, solo andare. E lui lo aveva capito. Perché la croce, vive nel fango che gli uomini calpestano con il loro carico, a volte leggero, a volte pesante.
Tutto deve muoversi; un bambino nasce, una scossa; uno muore, una scossa. Sì anche la morte è una scossa. Elettricità sotto i piedi che viene dal cuore del mondo. È sempre stato così per te e per me. Via. Il deserto. New Mexico. Arizona. Eccola: la California… La California… La California… cresceva impetuosa e ricca, sì tanto ricca. Al ferma il motore, tutti scendono per vederla…. La California… Un miracolo di grandezza e prosperità. Gli occhi della mamma si bagnano di lacrime. Ancora qualche chilometro. Si dorme qui stanotte. I giorni passavano, gli okies, questo il nome che gli indigeni diedero a quel popolo di migranti in fuga, si ammassavano in ghetti, dove la notte qualcuno suonava la chitarra per addolcire la miseria più nera, per sentirsi più vicini, ma sempre con quel ruvido piglio di chi non si concede troppo al calore umano. Ma presto si sarebbe trovato lavoro, e il destino avrebbe sorriso di nuovo. Ma come sempre accade chi possiede odia la miseria, non vuole vederla, perché questa porta un desiderio troppo umano, quello del pane, che scandalizza chi, ormai pago, ha solo il senso della proprietà. E teme il furto, lo spodestamento. I latifondisti, galoppini delle grandi banche californiane, avevano accumulato una ricchezza immensa: iugeri ed iugeri si distendevano a perdita d’occhio. Di chi è questa sterminata prateria di cotone e pesche? Uno solo il nome che bruciava nell’aria, identificando il fortunato Mazzarò americano. E così accade che lì dove la ricchezza si concentri nelle mani di pochi e la miseria nelle viscere di tanti, questa può trasformarsi in furore. I possidenti armarono agenti e poliziotti con armi e gas. E i soldi che potevano essere distribuiti per alzare le paghe servirono ad opprimere e bastonare. Nessuno violenti il sogno americano. Nessuno. Che Dio la benedica. L’America. La California un sogno di sabbia… Rosatè… Aspetta ancora un po’;… Non è il tuo momento… In mezzo al nulla il cerchio si ricompone nel segno di una promessa. Tutto è sacro dice Casy… tutto è sacro… Rosatè darà il suo seno, per una nuova vita. Un dono che porta il miracolo dell’umiltà e della pazienza che rammenda i nostri cuori. È Natale. Riposa America…

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