Di Franco Cardini

L’impero colpisce ancora. O, quantomeno, ci prova. Napoleone Bonaparte trascorse come un fulmine l’Europa “dall’Alpi alle Piramidi” e “dal Manzanarre al Reno”, come una volta i ragazzi del ginnasio ben sapevano; ma Donald “Napoleon” Trump concepisce orizzonti imperiali ben più ampi, addirittura intercontinentali, dal Venezuela alla Russia all’Iran. E se il Grande Còrso impiegava da par suo torme di cavalli, masse di fanti e batterie di cannoni, Donald Chiomarancio dispiega ormai la sua arma preferita, l’embargo, ben convinto che affamare i popoli sia un modo eccellente per piegarli (se ciò non bastasse si potrà sempre ricorrere ai missili e alla cattura di un po’ di prigionieri da spedire a Guantanamo… perché, visto che oggi è il Giorno della memoria, ve lo ricordate che la prigione di Guantanamo, crimine internazionale, esiste ancora, nevvero?).

The Donald ha di recente imposto il rinnovamento dei dazi contro Mosca. E l’Europa, contro il proprio interesse, lo ha seguito con ovina rassegnazione. Non pago di ciò ha  stracciato nell’estate del 2018, con immotivato gesto unilaterale, l’accordo siglato il 14  luglio del 2015 a Vienna – e voluto con forza da Barack Obama – tra Iran e i sei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (USA, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, ai quali si era aggiunta la Germania), ai sensi del quale si poneva fine a due decenni di pressioni e di sanzioni scopo delle quali era obbligare il governo di Teheran a recedere dal suo programma nucleare, per quanto mancassero le prove che gli iraniani stessero puntando al nucleare militare, mentre, in quanto firmatari – a differenza di India, Pakistan e Israele – del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (TNP) stipulato nel 1968, essi hanno in linea di principio tutto il diritto a sviluppare il nucleare civile. La capricciosa svolta di colui ch’è purtroppo l’attuale inquilino della Casa Bianca appare del tutto immotivata: gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (l’AIEA) avevano riscontrato che il governo del presidente Hassan Rohani, pur di uscire dall’embargo,aveva addirittura rischiato l’impopolarità accettando tutte le forme di controllo degli ispettori sul suo territorio comprese quelle che il fronte conservatore del suo paese giudica umilianti.

Va ricordato che, ai sensi del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) sottoscritto a Vienna nel ’15, l’Iran s’impegnava a sospendere fino al 2025 qualunque attività di arricchimento di uranio e di fabbricazione di plutonio in cambio della sospensione delle sanzioni decretate da ONU, USA e Unione Europea. In sintesi, l’Iran rinunziava a divenire una potenza nucleare (nonostante fosse letteralmente circondata da potenze provviste viceversa di armi nucleari: Pakistan, Israele, basi statunitensi in Turchia, mentre sembra che la stessa Arabia Saudita si prepari a provvedersene) per tornare a essere con le sue straordinarie risorse in materie prima una potenza commerciale che sarebbe stata una temibile concorrente sui mercati. Trump si era impegnato già durante la sua campagna elettorale a cancellare questo, che egli giudicava un horrible deal.

Ora, l’Iran non potrà più vendere il suo petrolio e il suo gas a nessuno dei paesi che aderiscono al diktat statunitense. Ma l’ukase di Chiomarancio sta incontrando molte resistenze: purtroppo non quella dell’Italia, il governo della quale sta formendo un’ulteriore prova di servilismo.

Servilismo ancora maggiore, l’immancabile governo italiano, ma anche purtroppo l’intera Unione Europea, hanno mostrato nell’accettare la precipitosa benedizione impartita da Trump al colpo di stato del presidente dell’assemblea nazionale venezuelano, Juan Guaidó, proclamatosi presidente ad interim per “salvare” il popolo venezuelano dalla dittatura” del presidente legittimo, Nicolas Maduro, al quale i media asserviti alla superpotenza statunitense – che, fedele al dettato della “Dichiarazione Monroe” del 1823,  considera l’intera America latina come il “cortile dietro casa” – imputano a torto la difficilissima situazione socioeconomica di un paese dotato di ricchissime riserve petrolifere ma letteralmente strangolato dall’embargo imposto dagli USA. E’ il modello seguito nei confronti di Cuba, e fallito: nel caso del Venezuela, americani e complici (Unione Europea in prima linea) vogliono imporre “libere” e “immediate” elezioni, inducendo una popolazione esasperata a sconfessare, con i crismi della democrazia formale, il loro presidente e insediando al suo posto uno che farà l’interesse degli USA e delle lobbies alla sua politica collegate. Si ripete, a decenni di distanza e mutatis mutandis,lo schema che in Cile rovesciò Allende.

Nei confronti dell’Iran, lo schema è il medesimo. Trump spera che il rinnovato rincrudirsi dell’embargo conduca gli iraniani alla disperazione, o per provocare un’insurrezione popolare contro la Repubblica Islamica o, al contrario, per determinare una vittoria dei conservatori estremisti avversari di Rohani, i quali riprenderebbero una politica aggressiva nel Vicino Oriente, magari attaccando Israele e facendo così il gioco dell’asse statunitense-israeliano-saudita, che cerca a ogni costo il modo di annientare la compagine iraniana.

Questi progetti criminosi non sono nuovi. Nel contesto tattico-strategico che presiede alla loro dinamica s’inscrivono la “Rivoluzione delle Rose” in Georgia nel 2003, quella “arancione” in Ucraina nel 2004, quella “dei Tulipani” in Kirghizistan e quella “dei Cedri” in Libano, entrambe nel 2005; ci hanno provato anche in Iran, nel 2009 e poi tra 2017 e 2018; intanto, fra 2014 e 2017, ci provavano anche fra Iraq e Siria, fingendo di combattere contro il daesh califfale, in realtà pedina loro e dei sauditi. Consultate un atlante qualunque dell’Eurasia e il piano vi risulterà chiaro: si tratta di creare un semicerchio di postazioni missilistiche puntate contro Mosca.

Tali gli espedenti adottati per mantenere un’egemonia mondiale che non c’è più. Obama, con sostanziale onestà, aveva affrontato realisticamente il tema di un mondo divenuto policentrico. Trump e la “sua” America non hanno ancora deciso: da una parte costruiscono muri al confine di casa propria, dall’altra fulminano sanzioni contro governi pretesi “nemici del popolo” in casa altrui. E’ un gioco pericoloso. Sia che fallisca, sia che consegua un qualche successo.

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