Di Andrea Zhok

La situazione internazionale odierna è dinamica e ribollente come non era da mezzo secolo. Siamo nel mezzo di ciò che un noto proverbio cinese chiama “tempi interessanti” (augurandosi di non doverli vivere).

Gli effetti della pandemia (quella che i geni nostrani del complotto ritengono essere una quisquilia, o una montatura mediatica) stanno dispiegando i loro effetti, gradualmente, come si conviene a madre natura, ma inesorabilmente.

Come sempre avviene in questi casi, la crisi porta a nudo verità note, ma tenute di norma sotto traccia.

Innanzitutto il mondo si sta dividendo tra i paesi che hanno risorse economiche e politiche per governare e proteggere le proprie popolazioni, e governi che mostrano di non essere in grado di farlo.

Questa divisione non segue fedelmente le distribuzioni del Pil, anche se la disponibilità di risorse economiche aiuta.

Tra le aree del mondo che si dimostrano essere ‘fuori controllo’ troviamo gran parte dell’America Latina (Messico incluso).

La combinazione che porta alla luce la fragilità delle relative compagini statali è quella tra 1) estensione dell’economia sommersa, e della malaoccupazione; 2) carenza di servizi pubblici (sanitari innanzitutto); 3) elevata disgregazione sociale e discredito delle classi dirigenti.

I paesi che presentano in alto grado quelle caratteristiche non sono in grado di rispondere alla pandemia, e la mancanza di risposta non comporta una prosecuzione del business as usual, ma un’esplosione delle diseguaglianze e della protesta popolare, unita ad un crollo di commerci e traffici. Per far saltare sistemi produttivi basati su scambi internazionali intensivi ed elevata urbanizzazione oggi non serve la peste nera, ma basta un malanno sufficientemente serio da mettere fuori combattimento per mesi (e a turno) una significativa parte del paese.

Diversamente da quanto pronosticato dal cretinismo minimizzatore nostrano (quelli che “è solo un’influenza, basta tirare dritto”), i paesi che non riescono a difendere e controllare la propria popolazione non sono “liberi e floridi”, ma iniziano a cadere a pezzi.

Salvo miracolose svolte, che nessuno degli esempi storici a noi noti fa prevedere, siamo di fronte ad un processo che coinvolgerà il pianeta per almeno un altro anno intero.

E qui il nostro mondo, quel mondo che ci piaceva credere ricco e forte come nessun altro mai nella storia, sta mostrando che la gran parte della sua popolazione non ha abbastanza ghiande per l’inverno per sopravvivere una settimana senza lavorare.

In questo contesto, che ha tutti i tratti di una svolta storica epocale, gli equilibri di politica estera scricchiolano.

Tutto lascia presagire che si sia di fronte al momento del sorpasso della Cina sugli Stati Uniti, nel ruolo di superpotenza mondiale.
La Cina si è dimostrata forte su tutti e tre i punti di cui sopra: ha dimostrato di avere un buon controllo sulla propria economia (per quanto liberalizzata), di avere risorse scientifiche e sanitarie diffuse, e di avere una buona compattezza sociale e un elevato credito delle sue classi dirigenti.

Tutto ciò appare come un dito nell’occhio dell’ideologia liberale dominante, che non può concepire neppure per un attimo di non essere la verità ultima della storia dell’umanità.

In questo contesto bisogna gettare uno sguardo attento alle iniziative americane. Non c’è crisi economica o sociale da un secolo a questa parte che gli USA non abbiano affrontato esportando il problema, cercando un nemico esterno su cui far convergere il malcontento.

Il sistema ha sempre funzionato perché si adatta perfettamente all’ordinamento economico e politico statunitense.

Da un lato il meccanismo del capro espiatorio è il meccanismo più sperimentato di tutti i tempi per compattare le fila interne di fronte ad una tendenza disgregativa, e gli USA coltivano la disgregazione interna come una preziosa pianta da frutto, essendo una società che si alimenta ideologicamente di un principio competitivo illimitato.
Siccome ciò crea costantemente conflittualità interna, questa la puoi domare solo in due modi, o presentando un quadro di crescita galoppante tale per cui il numero dei ‘perdenti’ non è eccessivo, o (se l’economia va male) concentrando la rabbia dei ‘perdenti’ verso un nemico esterno.

Dall’altro lato, gli USA hanno nel settore militare il loro ‘welfare’, il loro volano anticiclico: se lo stato dev’essere chiamato ad uno sforzo particolare, ad una concentrazione di capitale impiegato per far ripartire l’economia, la forma di spesa pubblica di gran lunga più efficace per gli USA è la spesa militare.
Il meccanismo del nemico esterno mette a tacere sul piano interno (quasi) ogni protesta e lo stato americano, che ha grosse difficoltà a motivare spesa pubblica in qualunque altro caso, può invece così disporre di tutta la sua potenza di fuoco (economica, e in senso proprio).

Oggi gli USA stanno mostrando al mondo di non essere in grado di governare il proprio paese. Non sono in grado di difendere la propria popolazione dal punto di vista sanitario, né da quello economico, né da quello della giustizia sociale.

Le esplosioni di conflittualità ‘razziale’, un evergreen della storia americana, sono naturalmente solo un modo per dissimulare il conflitto sociale con tinte metabolizzabili dall’ideologia liberale americana. (Le rivendicazioni ‘razziali’ sono un argomento benedetto dalla cultura liberale, le rivendicazioni salariali no.)

Il grande problema, per tutto il mondo, e di più per chi, come l’Italia, è sostanzialmente sotto tutela statunitense, è che tutto lascia prevedere che anche questa volta gli USA cercheranno di rilanciare la propria posizione inventando un nemico esterno.

Le mosse di Trump volte a screditare la Cina, creando un ‘casus belli’, sono però finora talmente ovvie e goffe, da risultare persino indigeribili ai media statunitensi (non a quelli italiani, beninteso, subito pronti a battere i tacchi in difesa dei ‘valori occidentali’ contro gli alieni dagli occhi a mandorla.)

Finora Trump si sta dimostrando poco abile nel fare ciò che gli USA di solito sanno fare al meglio: creare una bella storia di liberazione e di lotta del bene contro il male, una bella storia da far circolare per qualche settimana tra i media occidentali, prima di mettersi la calzamaglia da supereroe e spianare qualche paese di bombe, per far girare l’economia. (Facendoci in coda qualche soldo ulteriore, a colpi di filmografia hollywoodiana).

Diversamente dai suoi predecessori, Trump però è un semplice, e pensa che se il nemico è la Cina, allora è la Cina che devi prendere a legnate. Ma tutti (gli altri) sanno che questo sarebbe un suicidio (in quarant’anni di guerra fredda gli USA non hanno mai attaccato la Russia, ma hanno sempre adottato bersagli indiretti minori, gli unici davvero trattabili).

E tuttavia non è affatto detto che i tempi della crisi americana siano tali da consentire di rimanere in questa condizione di stallo a lungo, magari arrivando al cambiamento di cavallo elettorale.

A occhio e croce direi che bisogna tendere le orecchie, perché tutto fa pensare che una “crisi politico-umanitaria”, che esige l’inderogabile intervento del nostro proverbiale difensore di pulzelle e diritti umani nel mondo, possa essere alle porte.

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