Di Andrea Zhok

Esistono sottilissime chiavi di lettura psico-politiche o magari socio-paranoiche per motivare il comportamento, perfettamente coerente nel tempo, dei ‘tutori dell’ordine’ dell’Eurozona (Germania, Olanda, Finlandia, ecc.).

Si possono certo scomodare varie ragioni, di opinione pubblica, di tradizione storica, di opportunismo nazionale; e sono tutte ragioni valide, che aiutano la comprensione.

Ma la versione più semplice a volte aiuta.

E per dedurre nel modo più elementare gli atteggiamenti di tutti questi paesi basta andare ad un banale nocciolo ideologico:

tutti questi Keynes (figuriamoci Marx) non lo vogliono vedere neanche dipinto.

Ma perché? Antipatia personale?

No, naturalmente si tratta di una precisa questione sostanziale: Keynes (ed è ciò che lo avvicina alla lezione marxiana, al netto delle differenze) assume che le finalità di una politica democratica (ad esempio, il perseguimento della piena occupazione) possano e debbano guidare il funzionamento del mercato.

Invece i cosiddetti ‘rigoristi’ non sono affatto caratterizzati né da maggior ‘rigore’, né da maggior dedizione al proprio interesse, né da maggior ‘razionalità’, ma dalla semplice idea che il funzionamento del mercato sia tutto ciò di cui ha davvero bisogno una politica, e che dunque gli equilibri del mercato siano l’ultima giustificazione dell’agire politico, l’unica pienamente accettabile.
(Il monetarismo inscritto nello statuto della BCE questo è: una teoria economica che pone l’equilibrio del mercato, definito dalla stabilità monetaria, al suo centro, e tutte le altre variabili sociali come accidenti gravitanti intorno a questo centro.)

Questa è la semplicissima divisione di fondo.

I ‘rigoristi’ vogliono che in ultima istanza in ogni caso l’ultima parola sia lasciata ai meccanismi di mercato.
Da ciò l’insistenza ad utilizzare strumenti di debito sul mercato dei capitali privati che lascino i paesi successivamente e sempre nelle mani del giudizio dei mercati, vincolandone in perpetuo le opzioni democratiche (es. MES).

I ‘rigoristi’ altro non sono se non neoliberali fortemente ideologizzati. (Si distinguono dai ‘neoliberali per inerzia e quieto vivere’, ubiqui in tutti i paesi occidentali, che sono disposti a cambiare pragmaticamente strategie).

L’unica politica che può essere giustificata per un governo neoliberale è quella che lo autovincola a mettersi al servizio dei meccanismi di mercato.
L’idea di poter esercitare un’autonoma volontà popolare è anatema (‘populismo’).

Il pensiero neoliberale, che permea le istituzioni dell’Eurozona, e identifica i paesi sedicenti ‘virtuosi’, è nel suo nucleo centrale pensiero antidemocratico.

E questo, e solo questo, è il cuore del dramma che stanno vivendo gli ideologi neoliberali nell’Europa odierna.

L’attuale crisi porta violentemente alla luce del sole un fatto di solito dissimulato, ovvero come il soggetto politico reale sia sempre e comunque il popolo.

E’ infatti il popolo che lavora, che produce, che consuma, mentre il mercato è solo un artificio in equilibrio instabile, che non ha alcuna indipendente ragione d’essere.

E in questa situazione tragica il popolo, soffrendo, può accorgersi che ciò che conta è solo la capacità di fare (kratìa) del popolo (démos), e che il mercato è una mera funzione collaterale, del tutto privo di poteri indipendenti, del tutto privo di ragioni d’esistenza autonome.

Questa è la battaglia odierna, la battaglia intorno a chi governa la crisi, e a chi ne governerà gli esiti.

La realtà della pandemia rompe l’incantamento ipnotico in cui vivevamo tutti in precedenza e mostra come in ultima istanza la volontà politica (la kratìa del démos) sia tutto ciò di cui c’è bisogno per affrontare i problemi. (E’ la scoperta cui di solito portano le guerre.)

Ma questa rivelazione della nudità del re, della volontarietà della tradizionale servitù, è ciò che getta l’intero establishment neoliberale nel panico più schietto: l’autonomia di una politica democratica dal giudizio dei mercati è ciò che gli sottrae ogni potere e li espone alla rovina.

Questa, più di ogni questione di particolari perdite economiche o egoismi nazionali, è la linea di faglia intorno a cui si sta combattendo l’attuale battaglia. Battaglia i cui esiti sono ancora del tutto incerti.

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