Minacce di invasione, sabotaggio del sistema energetico nazionale, esaltazione messianica di Guaidò e demonizzazione mediatica e politica di Maduro. In questo periodo di tentativi di “regime change” qualsiasi cosa avvenisse in Venezuela è stata usata contro il suo presidente legittimo.

E così, nei giorni di preparazione del concerto di Cúcuta al quale partecipò la marmaglia conformista dei meglio artisti internazionali – Roger Waters rifiutò con disprezzo di partecipare all’evento – un uomo molto vicino a Guaidò come Freddy Superlano veniva assassinato in un motel.

L’opinione pubblica non aveva dubbi: il mandante è il regime criminale di Maduro. Un giornale colombiano svelò però che il deputato dell’opposizione fu si assassinato ma dalle due prostitute con cui aveva passato la notte e che a cose fatte gli avevano sfilato via dalle tasche la bellezza di 250 mila dollari in contanti.

Una cifra che avrebbe sfamato Caracas per parecchio tempo. E non è tutto, perché l’incasso dell’iniziativa umanitaria strappalacrime, due milioni e mezzo di dollari, non fu mai investito in cibo e assistenza umanitaria, ma scomparve insieme alla sensibilità degli organizzatori, che tornarono in Europa e negli Usa dopo aver dato sfoggio della loro sedicente filantropia.

Negli stessi giorni i teppisti assoldati dall’opposizione bruciavano un camion di aiuti umanitari indirizzati alla popolazione, accusando Maduro del crimine peggiore: affamare il proprio popolo. Un’accusa talmente priva di riscontri che lo stesso New York Times smentì la notizia, dimostrando con un video che il camion fu incendiato da una bottiglia molotov lanciata dalle barricate della sommossa, e non dai soldati

Erano tutti segnali evidenti non solo delle pessime intenzioni dell’opposizione, che da vent’anni sta cercando di rovesciare Chavez e Maduro con colpi di stato di ogni genere – supportati dalle sanzioni imposte dagli Usa che affamano i venezuelani – ma anche della corruzione interna alla stessa opposizione. Tutte cose che non capiva solo chi non voleva capire.

E adesso il giornale statunitense PanAm Post ci svela che gran parte del cibo destinato ai venezuelani è andato a male e che gli 800 mila dollari stanziati per mantenere i disertori – solo 700 soldati, numero poi gonfiato a 1450 per ottenere più fondi – sono stati spesi in beni di lusso, discoteche e prostitute. Altro che aiuti umanitari e altre retoriche.

La questione venezuelana si impose anche nella politica interna italiana, provocando una frattura nel governo che, se da una parte non ebbe conseguenze politiche, dall’altra mostrò con evidenza la differenza di vedute dei due alleati di governo: Salvini definì Maduro un “dittatore” e sposò la linea atlantista; il M5S fece da contraltare e decise che l’Italia avrebbe dovuto restare neutrale per non aggravare gli instabili equilibri politici e sociali del Paese, cercando di evitare lo scoppio di una guerra civile. Un governo che si dice protettore della sovranità nazionale non avrebbe potuto violare quella dei paesi non allineati a Washington.

Adesso che l’altra faccia di Guaidò e seguaci è stata svelata con tutta evidenza e con tanto di documenti – come se non bastassero le violenze perpetrate per le strade di Caracas e i chavisti bruciati vivi – opinionisti, semi-opinionisti e para-politici potrebbero approfittare per rielaborare i loro paradigmi d’analisi.

Prima rettificando gli errori, e poi smettendo di insultare chi non la pensa come la redazione de la Repubblica o de Il Giornale, che in quanto a politica estera la pensano esattamente nello stesso modo. Una rettifica che potrebbe scuotere l’opinione pubblica, che continua a subire passivamente la celebrazione di eroi da quattro soldi come Guaidò, il peggiore e meno efficace degli uomini su cui Washington abbia mai puntato, nonostante la beatificazione internazionale.

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