I giorni della lunga campagna elettorale per le politiche del 4 marzo sembravano fatti di profonde incertezze e desolante disorientamento. La vita di tutti noi non era certamente cambiata; le ore trascorrevano come sempre, solo con il suono di qualche sirena di polizia in più.

Eppure quelli erano i giorni in cui, come accertato assiduamente dalla stampa nazionale e internazionale, stava «tornando il fascismo». Buona parte dei partiti in corsa era considerata estremista ed illiberale. Il New York Times – il giorno prima delle elezioni – aveva definito la campagna elettorale italiana «meschina e poco edificante», come dimostrato dal «gran numero di fascisti nelle piazze».

Tuttavia, nonostante tali disonesti allarmismi, le politiche del 4 marzo non rappresentarono il sigillo di una svolta illiberale ma il più importante voto di protesta degli ultimi trent’anni; l’occasione di farla finita con la Seconda Repubblica, di scalzare il simbolo del decadimento della politica italiana – elitaria e demofobica -, ovvero il Partito Democratico.

Dopo mesi di consultazioni dantesche al Quirinale, fu trovato l’accordo per la nascita del governo; M5S e Lega stipularono il famoso contratto, vincolante nella sua semisacralità, a cui avrebbe dovuto fare da garante un avvocato del tutto sconosciuto di nome Giuseppe Conte, professore di Diritto privato all’Università di Firenze.

La sua vicinanza al M5S rappresentò una sorta di peccato originale; la stampa apertamente grillinofobica – dai progressisti di Repubblica agli ordoliberisti del Foglio – aveva dipinto un ritratto sprezzante di Conte dandone l’immagine della controfigura inetta di Di Maio e Salvini.

Si cominciò subito con il presunto curriculum falsato, un’accusa pretestuosa partita dal NYT ed alimentata entusiasticamente dai sopracitati giornali, almeno fino a quando un fact-checking dell’Agi assolse il Presidente da ogni imputazione. Seguirono numerose gaffe rimbalzate sui giornali come se fossero madornali errori politici piuttosto che banali distrazioni.

Qualcuno si ricorderà quando Guy Verhofstadt, capogruppo dell’ALDE, durante una seduta al Parlamento europeo accusò personalmente Conte, in un italiano impeccabile, di non essere nient’altro che il “burattino” di Di Maio e Salvini. In quel caso l’opinione pubblica d’ispirazione progressista accolse felicemente, come un dono divino di cui gioire, quella che era una solo una squallida offesa.

Eppure da tempo ormai i sondaggi ci dicono che Conte sia di gran lunga il politico italiano più amato dell’attuale scena politica. Amato non solo da gran parte dei cittadini ma persino dalla stampa che fino a pochi giorni prima lo derideva. Alla base di questa inversione di rotta tutta da capire c’è il passaggio dal Conte 1 al Conte 2.

Con la nascita del governo M5S – Pd – Leu si era infatti resa necessaria da parte dei media progressisti la complicata operazione di ridimensionamento di tutte le accuse al vetriolo lanciate ai 5 stelle quando questi non erano considerati altro che barbari a Palazzo Chigi.

Il secondo importante passaggio verso l’endorsement mediatico è stato poi il lungo discorso con il quale Conte ha umiliato (per essere riduttivi) Salvini dopo che il leader sovranista incautamente ha fatto cadere il governo, salvo poi gridare al complotto nei fumi della disperazione.

La terza via verso il consenso dell’opinione pubblica progressista sta invece nella sua svolta europeista; perché Conte ha dato dimostrazione di essere un abile diplomatico, realista, pragmatico e de-ideologizzato.
Uno che sa perfettamente che i toni grotteschi con cui la Lega ha combattuto le sue battaglie contro Bruxelles non rappresentino altro che una irrisoria prosecuzione del folklore borgheziano; una politica fatta in parte da forme di protesta discutibili spacciate per gesta rivoluzionarie.

E così il Conte europeista – il Conte 2 -, diventa agli occhi degli opinionisti decisamente più credibile del Conte populista – il Conte 1. Eppure non risulta che il nuovo esecutivo abbia cancellato o emendato i decreti della Lega, a partire dal Decreto Sicurezza, rimasto là come l’ha lasciato Salvini.

Questo consenso è stato poi confermato con il tragico sopraggiungere dell’epidemia. Perché per lo meno sotto il profilo comunicativo, nonostante i gravissimi errori comunque perdonati per la straordinarietà dell’evento, Conte ha dimostrato di essere non impeccabile ma sicuramente una figura rassicurante e protettiva: l’avvocato del popolo.

Un ruolo che purtroppo sarà difficile confermare nel medio termine, perché al di là del mero aspetto comunicativo, il governo non possiede gli strumenti necessari per affrontare la crisi; ed ecco che la comunicazione, quando pecca di efficacia esecutiva, diventa poco più che vuota retorica.

Eppure gli stessi giornali che ieri consideravano Conte nient’altro che un lacchè da umiliare quotidianamente, oggi – avendone sposato la linea politica – non sembrano più in grado di filtrare l’immenso disordine che si è creato tra le promesse espresse nelle conferenze stampa e i fatti che le contraddicono.

Perché, come ricordato da Francesco Mercadante su Il Sole 24 Ore, i 400 miliardi immediati promessi la settimana scorsa, oltre a non essere immediati, semplicemente non ci sono. E prima che arrivino, se davvero dovessero arrivare, la misura dovrebbe essere comunque autorizzata dall’Unione Europea.

Vedremo nei prossimi giorni se Conte agirà come lo statista che pare essere diventato da quando ha umiliato Salvini in Parlamento, oppure se la grandezza che gli viene attribuita oggi sia soltanto il risultato di un consolidato posizionamento europeista – nonostante gli scontri al Consiglio Europeo -, confermato tra l’altro quando lo scorso luglio definì un «inizio incoraggiante» l’elezione di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione.

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