“Non fare domande al professore di storia. Si guadagna il pane con le menzogne. Di solito, quanto più la storia di allontana, tanto più la menzogna diventa innocua e innocente. Il professore di storia ti conosce bene. A cinque minuti di distanza dalla scuola, passa la strada che da Acri va verso est, in direzione di Safed.

Appena fuori Acri, comincia un piccolo uliveto che circonda un’altura affacciata su una distesa verde. Su quell’altura, qualche anno fa sei nato tu. La tua infanzia è ancora vicina a tutto: all’altura, alla distesa, alla strada asfaltata, ai primi spari. Se non fosse stato per la luna, quella notte, ti avrebbero perso per sempre. Ti avrebbero scambiato per qualcos’altro, come è successo a una madre di Haifa in una notte senza luna.

Pallottole e terrore erano piombati sulla sua casa, lei aveva afferrato qualcosa pensando che fosse il figlio ed era saltata nella barca più vicina. In mare, sulla rotta per Acri, aveva scoperto che il bambino era un cuscino e, da quel giorno, aveva perso la ragione. Quanti bambini scambiati per cuscini? Quanti cuscini scambiati per bambini? Che cos’è la patria? La patria della madre è il bambino, la patria del bambino è la madre.

“I palestinesi hanno venduto le terre e sono scappati”, sostengono sia gli amici che i nemici. La morte non è eroica quando è gratis. Deir Yassin non era una rivendicazione araba come, ora, sostiene qualcuno. Chiedere a un popolo inerme di morire non rimanda proprio alla definizione giusta di patria. Non è stato una battaglia né uno scontro, è stato un massacro. Chi ora sostiene che i palestinesi hanno venduto la loro patria, prima aveva avuto un’opinione alquanto diversa, aveva ritenuto il restare in patria un tradimento, la guerra una passeggiata e la partenza una gita.

[…]Molto presto, la parola Palestina è diventata proibita. Quanto al nome di Israele, l’aveva portato Mosè dopo aver spaccato il mare in due con il suo bastone.

” Che cosa succederebbe se ammettessi di essere venuto dal Libano?”

“Saresti considerato un infiltrato clandestino e tutto cambierebbe: non otterremmo più la carta d’identità.  Ogni settimana, in paese, c’è un funerale. I contadini trovano, sparsi qua e là, i cadaveri degli infiltrati divorati dalla sterpaia desolata, dal freddo, dalle pallottole. Il professore di storia ti dice che gli ebrei non hanno cacciato nessuno, ma, quando gli domandi come può Israele essere ebrea come l’Inghilterra è inglese senza cacciare gli arabi, ti proibisce di fare domande e taglia corto:” La storia è la storia e la politica è la politica”.

A cinque minuti di distanza da questo paese, passa la strada che da Acri porta a Safed. Per te, non è una strada ma un confine che divide la terra del tuo esilio e del tuo rifugio dalla tua patria. A sud della strada, c’è la terra di tuo padre e di tuo nonno, oggi coltivata da immigrati ebrei yemeniti. Nel momento in cui sono arrivati lì definendo il loro destino e quello dei loro figli, in quello stesso momento, hanno definito anche il tuo destino. Nel momento in cui loro sono diventati cittadini tu sei diventato un profugo. Se i tuoi piedi calpestano quella terra, la tua, finisci in tribunale e dal tribunale dritto dritto in esilio. Se sollevi obiezioni, ti accusano una volta di essere ostile e un’altra di farneticare.

Perciò, per la seconda volta, capisci cos’è la patria: il desiderio di morire per recuperare terra e diritto. La patria non è solo terra, ma terra e diritto insieme. Tu hai il diritto, loro hanno la terra. Dopo essersi impadroniti della terra con la forza, hanno cominciato a parlare di diritto acquisito. Il loro “diritto” era storia e ricordi ed è diventato terra e forza. E tu, senza forza, hai perso la storia, la terra e il diritto.”

 

Mahmud Darwish, da Una trilogia palestinese, Feltrinelli, Milano, 2017

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