Di Andrea Zhok

Nell’attuale ‘crisi di governo fantasma’ si profilano alcune tendenze preoccupanti.

Una premessa (opinione politica personale, e come tale naturalmente contestabile): per il bene del paese due prospettive mi paiono da evitare:
1) la dissoluzione del tentativo politico ‘terzo’ del M5S, con la ricaduta nel solito finto bipolarismo;
2) l’imporsi di un governo di destra neoliberale, come quello che si profila con un governo Lega-FdI-FI (o sua sezione scissa a guida Toti).

La prima opzione è da evitare perché il M5S, con tutti i suoi limiti, è l’unica proposta politica degli ultimi decenni con un’agenda che sfugge al bipolarismo fittizio tra la destra di San Babila e la sinistra dei Parioli, cercando di rispondere (spesso assai confusamente) a istanze popolari reali. Un M5S che si accomodasse in una classica posizione sinistrorsa sarebbe un inutile doppione minoritario, destinato alla scomparsa.

La seconda opzione è da evitare perché lascerebbe il paese nelle mani di una forma di governo destinata a continuare politiche già dimostratesi fallimentari (ricordiamo che negli ultimi decenni sono stati quelli che hanno governato di più). L’evoluzione politica della Lega negli ultimi mesi va poi rimarcata: dopo aver sbandierato istanze di unità nazionale, di contestazione al liberismo UE, di cura delle aree meno agiate del paese, la Lega è ritornata rapidamente a casa base, mostrando come il richiamo degli interessi di ceto e area (media borghesia lombardo-veneta) sia dominante e insuperabile (regionalismo differenziato, flat tax, contestazione reddito di cittadinanza).

Per evitare queste alternative il percorso è davvero stretto, e tuttavia alcuni errori che il M5S dovrebbe evitare mi sembrano lampanti.

Il primo errore è quello di ripristinare sul tema ‘migranti’ un dualismo oppositivo con la Lega. Casomai non fosse sufficientemente chiaro, il successo di Salvini è in gran parte ascrivibile alla sua posizione sui ‘migranti’, dove, con uno stile cialtrone, ha avuto però il coraggio di fare qualcosa che era da tempo indispensabile fare. Il tema migranti è in cima all’agenda percepita nell’opinione pubblica non solo in Italia ma in tutta Europa. Checché ne dicano i minimizzatori, è un problema serio che può diventare, per dinamiche note, deflagrante nel medio periodo. Dopo anni in cui sembrava impossibile sfuggire al combinato disposto tra regolamenti internazionali, strategie delle ONG, e pressioni mediatiche, la Lega di Salvini ha mostrato che era possibile semplicemente dire di no. Lo ha fatto in maniera provocatoria, retorica, strumentale, e insufficiente sul piano della trattativa internazionale, però lo ha fatto, e questo gli è stato riconosciuto.
Il M5S su questo punto fino a una settimana fa ha rivendicato la posizione come propria e ha controfirmato ogni atto di Salvini. Arrivati a questo punto, operazioni che presentino il M5S come una forza di ‘sinistra’ che (come fatto dalla ministra Trenta), si appella con l’usuale vaghezza retorica alle ‘necessità umanitarie’, è un’operazione semplicemente suicida.
L’unico spazio rimasto a chi voglia contendere a Salvini il consenso è quello di rivendicare la sostanza di quanto fatto in questi mesi sul piano migratorio, ma mostrandone i molti limiti. Non si può ritornare al ‘non ci si può fare nulla’ di qualche anno fa (e chi ci prova verrà spazzato via), ma si può mostrare come il tema richieda un supplemento di impegno a livello europeo, sia nella risoluzione delle emergenze, sia (soprattutto) nella collaborazione con i paesi di provenienza.

Un secondo errore che il M5S sta commettendo è quello di continuare a giocare la carta dell’antipolitica. La proposta relativa alla riduzione dei parlamentari è una proposta sbagliata da sempre. Ora, la dirigenza M5S, alla ricerca di una battaglia facile, intorno a cui riaggregare i propri e suscitare entusiasmi sopiti, la propone come una questione fortemente ‘identitaria’, quasi facendone la propria bandiera.
Putroppo, si tratta di una battaglia terribilmente sciocca, che a fronte di risparmi risibili per l’erario pubblico (60 milioni l’anno) opera una netta riduzione della rappresentanza democratica (è matematicamente fatale che ci vorrà un numero maggiore di cittadini per eleggere un singolo rappresentante, lasciando dunque parti crescenti di popolazione senza rappresentanza.)
Ora, la parte più grave di questa proposta è proprio la sua componente simbolica. Infatti in Italia il vero, profondo, problema del paese è l’inadeguatezza capillare della macchina pubblica in molti settori amministrativi. L’argomento retorico sulla diminuzione dei parlamentari ha dalla sua un unico sostegno, ovvero l’idea che ridurre gli spazi della politica sia ‘togliere di mezzo un po’ di politicanti’. Il problema è che questa istanza proposta da un partito che è al governo e che ha il maggior numero di deputati e senatori equivale ad un voto di sfiducia a sé stessi: si sta dicendo alla gente di non credere al ruolo dei politici (come se avessero bisogno che qualcuno glielo ricordasse).

In un paese che ha un bisogno terribile di buona politica, di gestione capillare e non spettacolarista di una miriade di malfunzionamenti, la politica lancia il messaggio che i politici sono superflui.
Si tratta di un’operazione simbolicamente devastante, promossa con l’unica miope speranza che questo paghi elettoralmente. Ne emerge, specificamente per il M5S, la conferma del proprio più grave difetto di immagine: quello di apparire come una forza prevalentemente negativa, tutta intenta a dire no a destra e a manca, a contestare, abbattere, distruggere, in un paese che già di suo è pervaso da processi distruttivi, centrifughi e negativi.
Inutile sottolineare come in termini di immagine questo sia un regalo ai suoi competitori (Lega e PD) che cercano di accreditarsi (assai a buon prezzo) come ‘forze del fare’.

Spero di cuore che gli amici pentastellati correggano il tiro, perché al momento stanno prendendo una rotta che conduce al naufragio.

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