Le elezioni politiche ed europee degli ultimi anni hanno dimostrato che il processo di integrazione europea sta andando in frantumi. A sessantasette anni dalla nascita del progetto europeo è possibile, oltre che doveroso, storicizzare l’Europa per capire come mai il Vecchio Continente -padre del diritto e della democrazia moderna- è diventato il dispensiere del rancore tra europei.

Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia da una parte, ma anche Italia, Francia, Austria, persino Germania e adesso Svezia -tutti Paesi in cui, seppur con diversa espressione, si fa sentire forte il sentimento antieuropeista- non hanno maturato da un momento all’altro la loro diffidenza nei confronti del progetto europeo, con l’apparizione dei mitologici populisti, questa banale etichetta di comodo. Bisogna scavare nella storia stessa del progetto europeo per capire che era fragile di cuore, di zampe deboli. Di salute incerta già dalla nascita.

I sopravvissuti di quella spaventosa guerra civile europea cominciata secondo alcuni nel 1914 e finita nel 1945 concordavano sulla necessità di stabilire un nuovo approccio ai rapporti internazionali. Si fece largo con maggior convinzione la teoria federalista, una delle tesi che nella seconda metà dell’ottocento circolava negli ambienti intellettuali e spesso sovversivi d’Europa. Il sogno di un’Europa unita era stato poi espresso con chiarezza nel 1941 da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene.

Tuttavia la spinta decisiva verso l’integrazione europea è stata data dal ministro degli esteri francese Schuman, che nella sua celebre dichiarazione del 1950 rivelò la necessità di “ricondurre l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto l’egidia di un’Alta autorità comune, nel quadro di un’organizzazione aperta agli altri paesi europei”.

L’industria siderurgica francese aveva necessità di accedere alle risorse naturali tedesche per incrementare la ripresa produttiva del Paese. Tuttavia, il metodo sperimentato nel primo dopoguerra -e cioè l’occupazione della Ruhr e il ricatto delle riparazione a danno dei tedeschi- si era dimostrato fallimentare. Realizzare un’organizzazione in cui più paesi coordinavano l’accesso e lo sfruttamento delle risorse significava fondamentalmente gestire con strumenti internazionali la crescita della Germania Ovest, controllare la rinascita dei tedeschi piuttosto che sottometterli al dispotismo francese.[1]

Il 25 luglio 1952 entra in vigore la Comunità del Carbone e dell’Acciaio (CECA), i cui paesi aderenti erano Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo. Il suo compito era quella di elaborare un mercato comune per il carbone e per l’acciaio, in cui i paesi avrebbero avuto un accesso comune alle fonti di produzione. Veniva inoltre abolito ogni ostacolo al commercio e ad una sana concorrenza. Niente di più diverso dal sogno dell’Europa unita dei federalisti.

Nel maggio dello stesso anno fu De Gasperi a indirizzare il processo di integrazione in senso federale, attraverso la proposta dell’introduzone dell’articolo 38 nel contesto del progetto CED (Difesa Comune Europea). L’articolo prevedeva la possibilità di realizzare una Comunità Politica Europea, impostando così l’Europa su una struttura sovranazionale. Nel 1954, con la fine della guerra di Corea e con la morte di Stalin, il progetto CED decade, così come la proposta di De Gasperi. Questo a dimostrazione del fatto che i governi europei non avevano nessuna intenzione di cedere la minima parte di sovranità nazionale nell’ambito di un Europa sovranazionale. L’interesse era perfezionare l’integrazione commerciale, mai quella politica.

La nascita della Comunità Economica Europea (CEE), partorita dai Trattati di Roma nel 1957, rispondeva proprio a questo obiettivo. I punti salienti della CEE prevedevano il rafforzamento del mercato comune attraverso l’armonizzazione delle politiche economiche: abolizione dei dazi tra i paesi membri, introduzione di una tassa unica sulle importazione dai paesi estranei alla CEE, libera circolazione di merci, capitali e lavoratori, regolamentazione della concorrenza. È facile immaginare perché, anche questa volta, i federalisti uscirono sconfitti.

I risultati furono straordinari, e resero possibile quel boom economico che contraddistinse la rinascita industriale, politica e sociale dell’Europa occidentale. Nel 1970 il 50% dei rapporti commerciali dei 6 si svolgeva nel quadro intercomunitario. Fra il 1958 e il 1970, il valore dei commerci intracomunitari ebbe una crescita annua del 44%. Il valore degli scambi con l’esterno ebbero una crescita media annua del 15%. Alla fine degli anni ’60, le esportazioni della CEE rappresentavano il 28% del totale mondiale. (Rapone)

Gli anni ’70 e ’80 misero in seria difficoltà l’esistenza stessa della CEE. Fecero il loro ingresso all’interno della Comunità nuovi paesi, tra cui la criticatissima Inghilterra e la sventurata Grecia. Ma furono soprattutto gli anni della crisi del dollaro e del petrolio. Tuttavia non mutò la direzione di marcia dell’integrazione, rivolta sempre in senso economico e mai politico. A mutare furono invece i rapporti di forza all’interno della Comunità: la Germania Ovest dell’Ostpolitik di Willy Brandt si aprì all’Europa dell’est, trovando nuovi mercati e smarcandosi dalla Francia, superando definitivamente l’asse franco-tedesco che aveva rappresentato il motore dell’integrazione.

Nel 1992 viene firmato il trattato di Maastricht, che sancì la nascita dell’Unione Europea e la creazione di una moneta unica, L’Euro, creato a immagine e somiglianza del marco, e della BCE, creata a immagine e somiglianza della Bundesbank. Soprattutto, il trattato conteneva una clausola che concedeva libertà ai paesi membri di scegliere se proseguire attraverso un’integrazione politica o un’integrazione soltanto economica. Questa clausola è fondamentale per capire gli attuali screzi tra i paesi dell’Europa Occidentale e quelli dell’Europa dell’Est.

Con l’affacciarsi del nuovo millennio altri paesi -tra cui quelli del gruppo Visegràd- entrano a far parte dell’Unione Europea, eppure il progetto sembra subire una battuta d’arresto: Francia e Olanda bocciano con un referendum nazionale la proposta di istituire una costituzione europea. In questa fase di staticità -dopo che per 50 anni il progetto europeo non ha mai assunto un profilo politico, proseguendo sempre attraverso compromessi economici tra singoli stati- l’Europa si avvicina a quella crisi del 2008 che le ha levato la maschera.

Per analizzare il modo in cui l’Unione Europea ha affrontato la crisi bisogna guardare la Grecia. Individuati il metodo e gli strumenti con cui l’UE ha salvato le casse di alcuni stati svuotando quelle degli altri, è facile capire perché oggi gli europei vogliano tornare alle sovranità nazionali. Il progetto europeo avrebbe dovuto unire i popoli del Vecchio Continente, invece ha creato tali divisioni tra gli Stati da ricreare il clima di odio che si respirava tra la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale.

Prima però bisogna chiarire una questione fondamentale. L’Unione Europea si è imposta delle regole per armonizzare le proprie politiche economiche, e la rigidità con cui le regole devono essere osservate è una delle cause più profonde della grave recessione che stanno attraversando i paesi in crisi. In particolare, la Germania impone il rispetto sacrale del contenimento del deficit al 3% del Pil e del debito al 60% del Pil, cioè i criteri di convergenza contenuti nel Patto di Stabilità e Crescita. Guai a sforare, le multe potrebbero essere salatissime. Eppure la Francia ha sforato senza conseguenze penali i criteri di convergenza per dieci anni, così come la Germania, che ha sforato più volte le sue stesse regole per via delle “spese di riunificazione”. Anche la Grecia avrebbe diritto a sforare, ma questo non le viene assolutamente permesso.

In mancanza di organismi sovranazionali democratici che garantiscano la buona e onesta condotta dei paesi membri, la prassi di governance dell’Unione Europea resta quella intergovernativa, che significa che comanda il Paese più forte in dispregio di quelli più deboli.[2] In questo modo Francia e Germania, barando, hanno potuto produrre una spesa pubblica almeno sufficiente a risanare le falle sociali dei loro Paesi, mentre gli Stati più deboli che non sono riusciti a svincolarsi dalla morsa dei criteri di convergenza sono rimasti indietro. E questo rappresenta il primo grave elemento di disuguaglianza tra gli stati dell’UE.

Prendiamo il caso della Grecia. Le disgrazie del paese ellenico sono cominciate quando il governo Papandreu ha denunciato le irregolarità nella stesura dei bilanci presentati dai precedenti governi. La crisi aveva reso la Grecia, che non è mai stata una potenza industriale, un paese a rischio. Nel 2009 la Trojka (FMI, Commissione Europea e BCE) si presenta in Grecia per la prima volta. I “pacchetti di salvataggio” prevedono l’austerità, e cioé il taglio netto della spesa pubblica e l’implementazione della pressione fiscale, un metodo sui generis di affrontare la crisi, dal momento che ogni paese con una sovranità monetaria avrebbe implementato la spesa pubblica e abbassato le tasse.

A dieci anni dal primo “pacchetto di salvataggio”, possiamo affermare con certezza che la Trojka ha fallito, e non per colpa dei Greci. Rispetto al 2009, il Pil greco è crollato del 25% e la spesa pubblica del 22%. Nel 2013 la disoccupazione ha toccato il 27,8%, mentre la disoccupazione giovanile è pari al doppio. Nel 2012, secondo l’Oxfam, un terzo dei Greci viveva al di sotto della soglia di povertà e il 17,5% delle persone che avevano tra i 18 e i 60 anni (circa un milione) viveva in famiglie in cui nessuno percepiva lo stipendio. Dal 2008 al 2012, secondo l’UNICEF, i bambini in povertà sono aumentati dal 23% al 40,5%. Dal 2010 al 2012, il tasso dei suicidi legato all’austerità è aumentato del 35%. [3]

Questo è dovuto alle programmi imposti dalla Trojka, che ha elaborato “programmi di salvataggio” che hanno falcidiato un intero Paese per salvare, questa volta davvero, gli interessi delle élite industriali e finanziarie. Contraddizioni che il premio Nobel Stiglitz ha esposto chiaramente. Come mai nei programmi della Trojka erano previsti tagli alle pensioni e alla sanità piuttosto che all’esercito? La Grecia spenda in spese militari il 3,6% del Pil (quasi 14 miliardi all’anno), quasi il doppio degli altri paesi del mondo.

Per combattere l’evasione fiscale, la Trojka ha imposto al governo greco di riscuotere le tasse all’inizio dell’anno, prima cioè che un commerciante possa guadagnare o sapere se guadagnerà più di quanto verrà tassato. In più, i programmi costringono le banche greche a contrarre l’attività creditizia, per cui le piccole imprese si vedono negate i prestiti necessari a mantenere l’azienda. La Trojka ha inoltre imposto alla Grecia, che è un paese produttore di latte, di eliminare dalle bottiglie la dicitura “latte fresco” e a prolungare la data di scadenza. Questo sfavorisce l’economia locale a favore dei prodotti delle multinazionali produttrici di latte. Si aggiunge la questione delle privatizzazioni. L’aeroporto di Atene è stato gestito da società tedesche fino al 2013, che devono alla penisola ellenica ancora diverse centinaia di milioni di euro. Questo è stato possibile perché la Trojka ha imposto al governo di eliminare la ritenuta alla fonte sui trasferimenti di denaro in uscita dalla Grecia, un elemento fondamentale di riscossione delle imposte. Un chiaro conflitto d’interesse. Infine c’è la questione del debito. L’Unione Europea versa dei prestiti al governo greco affinché possa “salvare” il proprio paese. In realtà quei prestiti servono a ripagare gli interessi salatissimi imposti dai creditori, cioè le banche francesi e, soprattutto, le banche tedesche. Soltanto il 10% dei 230 miliardi di euro prestati alla Grecia sono effettivamente andati alla Grecia.

Questa condizione di subordinazione nei confronti della Germania ha creato un vuoto di democrazia. La Germania propose di negare alla Grecia il diritto di voto in sede europea finché questa non avesse pagato il suo debito. L’Unione Europea impedì al governo Papandreu di indire dei referendum sull’austerità. Non occorre ricordare quale fu il prezzo da pagare quando ciò accadde nell’estate 2015 sotto il governo Tsipras.
La Grecia non recupererà mai questi dieci anni. Di certo l’euro è stato salvato, ma a quale prezzo umano?

La Grecia è un caso speciale, si potrebbe obiettare. Niente affatto. La Trojka potrebbe presentarsi alle porte di tutti. Gli europei lo sanno, e si sono visti distruggere quel welfare, che tanto faticosamente avevano conquistato per i loro paesi, dai vincoli economici che dei “tecnici” nominati impongono loro. E i tecnici non devono rispondere a nessun elettorato. Il parere degli esperti non si discute.

Sebbene l’Unione Europea abbia portato delle grandi innovazioni tecnologiche che hanno permesso lo sviluppo dell’Europa occidentale prima e dell’Europa orientale poi, nonostante abbia costituito Fondi di sviluppo e organismi come la Corte europea dei diritti umani, le sue contraddizioni strutturali restano talmente forti da offuscare queste sue primalità.

Bisogna guardare all’Europa per come si è storicamente costituita, e cioè come un’organizzazione internazionale che vanta valori solidali di unità, ma che in realtà ha sempre funzionato attraverso la litigiosa legge del paese più forte che domina il paese più debole con la frusta del mercato. A dimostrazione dei suoi egoismi costitutivi, la riallocazione impossibile dei migranti. Non è umanamente tollerabile che un Paese come la Francia, volano di quel neocolonialismo che crea le crisi migratorie, non accetti di rispettare la sua quota di migranti, lasciando l’onere di un’accoglienza impossibile a paesi in grave recessione come l’Italia o la Grecia.

Non è politicamente tollerabile la concorrenza sleale tra gli stessi paesi membri, una concorrenza portata avanti anche con il metodo della guerra, come dimostra il conflitto italo-francese in Libia, o con il metodo del soffocamento, come dimostra il vantaggio scorretto concesso alle multinazionali dei paesi più forti a danno delle economie locali dei paesi più deboli come la Grecia.

Non sono infine tollerabili i due pesi e le due misure con le quali viene misurata la flessibilità del rispetto delle regole di bilancio. L’Europa sognata da Spinelli non è mai esistita. La crisi ce lo ha rivelato e per questo sta crollando.

Quale può essere il destino dell’Unione Europea dopo la Grecia? Con quale coscienza d’animo alcuni partiti politici parlano ancora dei valori di solidarietà, dei principi di Ventotene, quando questi non sono mai stati oggetto d’interesse di chi ha costruito l’Europa nel corso degli ultimi 70 anni? Uno dei padri fondatori della CECA, Monnet, diceva che l’Europa unita non si sarebbe fatta nelle piazze ma negli uffici dei burocrati. Sessant’anni dopo ne abbiamo capito il perché.

 

[1] Leonardo Rapone, Storia dell’integrazione europea, Carocci, Roma, 2017

[2] Sergio Fabbrini, Sdoppiamento. Una prospettiva per l’Europa, Laterza, Bari-Roma, 2017

[3] Joseph E. Stiglitz, L’Euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa, Einaudi, Torino, 2017

 

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