l'umorismo ebraico

Alla mia Bella,

“Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”. Così nella Genesi Dio si rivolge ad Adamo, forse che Dio ha bisogno di chiedere all’uomo, forse Dio non sapeva del peccato di Eva? In ogni caso un Dio, onnipresente e onnipotente, che finge il dubbio è un Dio che fa ridere, un Dio per questo più vicino ad Adamo, lui sì figlio del dubbio, originale all’uomo più dello stesso peccato e infatti precedente. “Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?”.

Kadosh Baruch Hu, il Dio benedetto e santo del popolo di Israele, prima della creazione, secondo la tradizione ebraica, non faceva che creare e disfare mondi perché non si divertiva, fino a che creò l’Uomo, Adam, il terrestre. Secondo un Midrash, un racconto sapienziale di interpretazione delle Scritture, Dio stesso al sue ventottesimo tentativo, poi riuscito, di creazione dell’uomo, avrebbe pronunciato queste parole:”Alvaish ammod” , “Speriamo che funzioni” cioè “speriamo che tenga!”.

Mosè scelto da Dio per riportare il suo popolo nella terra promessa, riscattandolo dal dominio dei Faraoni è balbuziente:”Ma come, un leader balbuziente?”. Ha riso Sara perché non ha creduto ad una promessa così inverosimile: lei vecchia e vecchio il marito, come pensare ancora ad una maternità? “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà riderà di me!” (Gen 21, 3. 6.).

Aveva riso a suo tempo Abramo: “Si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò “Ad uno di cento anni può nascere un figlio e Sara all’età di novanta anni potrà partorire?” (Gen 17,17.19). Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato che significa “Egli riderà”, come a preannunciare la continuazione del popolo israelita, benedetto dal sorriso di Dio. “La nascita di Isacco è una grande burla, un joke, un evento che sfida la logica, che frantuma le consuetudini del pensiero e che proprio per queste ragioni rende possibile la storia”, come ha scritto il rabbino Marc-Alain Ouaknin nel suo La Bible de l’humour juif. Ecco avverato il miracolo umoristico. Simpatico Dio, il primo a ridere è proprio lui che deve essere annoverato tra i primi umoristi della storia. Cos’è il riso per la tradizione ebraica? Che significato ha per questo popolo e per questa cultura così affascinante?

L’ebreo per il mondo occidentale è sempre stato “l’alterità” ed espressione delle sue complicazioni psicologiche; la sua figura come quella dello “zingaro”, dell’ “omosessuale” del “nero” sono state elaborate in una chiave di stereotipizzazione storica e quindi di necessarie semplificazioni; il lobbista, l’untore, il deicida. Non potendo stabilire con l’interlocutore una dialettica in grado di scalzare il pregiudizio l’ebreo preferisce utilizzare l’assurdo, la rottura dello schema logico e convenzionale per destabilizzare il suo destinatario e sfumare nell’immaginazione il suo sentimento di odio rendendolo così ridicolo e inconcepibile a se stesso; a livello più generale potrei dire che l’umorismo giudaico realizza un’operazione sostanzialmente Kafkiana, portando alla luce quella che è l’assurdità della condizione umana, l’ebreo ride per stigmatizzare il suo “super-io ” che egli considera estraneo ed ingiusto.

Attraverso  l’ironia l’ebreo si riappropria della sua identità e della sua libertà; l’ebreo, rispolverando Freud, ride per “sublimazione”; converte le sue energie  nell’umorismo che utilizza come strumento per ricostruire la sua personalità; è dunque una forma di pensiero e di individualismo  attraverso cui l’uomo si ricolloca nella vita e nella realtà, un sorriso amaro ma salvifico che ricorda quello “laico” ma senza destino di Hans Schnier, personaggio reso immortale dalla penna del Nobel tedesco Heinrich Böll in “Opinioni di un clown” :”Rido come un imperatore romano o come un sensibile giovinetto candidato agli esami di maturità, il riso del XVII secolo mi è così familiare come quello del XIX e – se il caso lo richiedesse – rido tutti i secoli, tutte le classi sociali”, o quello più esuberante ma allo stesso tempo malinconico del principe Antonio De Curtis , in arte Totò, che in preghiera di un clown dice:”C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri”, o quello oscuro e psicotico del Joker,  personaggio immaginario dei fumetti nato dalla collaborazione di Jerry Robinson, Bob Kane e Bill Finger, che ha esordito nel 1940 nel primo numero della serie a fumetti Batman ,  con cui condivide a tratti solo la sua causticità ed strema erosione del reale.

Queste forme di comicità sono senza soluzione di causa o mi piacerebbe dire non sono espressione di un destino; l’ebreo scioglie il suo riso nella divinità. La sua operazione umoristica per quanto possa essere amara, a tratti caustica e dissacrante,  tiene ferma la promessa della divinità e della sua eterna protezione; l’ebreo ride quindi perché nella sua storia più di quella di altri popoli è sempre stato costretto a guardarsi allo specchio, ad interrogarsi sul suo posto nel mondo e nella realtà; un popolo disgraziato destinato alla Diaspora sin dalla dominazione Babilonica, eterno peregrino, straniero a se stesso, l’ebreo è un uomo in viaggio e un uomo in viaggio ride perché si interroga sempre sulla sua natura.

Lo stesso yiddish con la sua fusione di tedesco lingue slave è la lingua dell’erranza per eccellenza , l’estraneità è componente della sua identità, è lingua del compromesso e  della precarietà, del superamento delle frontiere e dell’esilio come condizione esistenziale”, come dice Dario Calimani, e solo in questo compromesso linguistico ed esistenziale che si può comprendere lo humor yiddish; c’è una scena stupenda nel film “Train de vie” del regista rumeno Radu Mihăileanu in cui Schmechl, insegnante ebreo di lingua tedesca, cerca di insegnare il tedesco a  Mordechai, a cui era stato designato il compito di fingersi tedesco, per permettere al “train de vie” di riportare gli ebrei del villaggio, altrimenti destinati alla deportazione, in Palestina.

Mordechai:”Non ci riesco. Perché è così difficile? Eppure, somiglia molto allo yiddish. Capisco tutto.”
Schmechl:” Il tedesco è una lingua rigida, Mordechai, precisa e triste. Lo yiddish è una parodia del tedesco, con dentro l’umorismo. Allora quello che vi chiedo, per parlare perfettamente il tedesco e perdere il vostro accento yiddish, è togliere l’umorismo. Nient’altro”.
Mordechai:” I tedeschi lo sanno che facciamo la parodia della loro lingua? Non saranno in guerra per questo?”

Lo Humor si trasfigura nella tradizione ebraica come una continua affermazione della vita di fronte al male del mondo, come la capacità di distaccarsi e di coinvolgersi continuamente nel continuo divenire dell’essere e di sorridere quindi, nella tragedia più totale.

Un ebreo vuole mettersi al sicuro e si reca in un’agenzia di viaggi.
L’ebreo:” Vorrei un biglietto”.
Impiegato:” Per dove?”
L’ebreo:”Non ho preferenze, ha un mappamondo?”
Lebreo:” Si ce l’ho, certo”.
L’ebreo fa girare il mappamondo e punta il dito su un paese a caso “L’Inghilterra!”, e allora l’impiegato, “mi spiace chiedono il visto”, l’ebreo rigira il mappamondo punta il dito a caso “Stati Uniti!” e l’impiegato ribatte “che peccato non accettano più ebrei”, l’ebreo gira ancora il mappamondo  “Sud America!” e allora l’impiegato “eccezionale ma veramente è un posto poco sicuro”, l’ebreo allora punta ancora il dito “Australia!” e l’impiegato allora dice “bellissima scelta, ma c’è una lista di attesa di parecchi anni”. L’ebreo allora dice all’impiegato “Scusa  non avrebbe un altro mappamondo?”

Attraverso l’operazione umoristica l’ebreo si erge su un piano spirituale superiore rispetto alla sua stessa sorte; si eleva quindi oltre l’immagine che gli altri gli hanno costruito, non disprezzando però la possibilità di sottolineare le sue stortura caratteriali. L’ebreo si presenta come un vinto e il vinto può godere del beneficio della pietà, di uno sguardo amorevole e di una compassione che non cede al rancore. Il witz diventa così un’autentica forma di arguzia e di intelligenza; l’ebreo così escluso e marginalizzato per un attimo, corrispondente al tempo del wirtz, diventa il centro del mondo, e lo diventa nella misura in cui è compiuta la sua marginalizzazione.

Kazimier, quartiere ebraico di Cracovia prima delle deportazioni

Il riso ebraico non si abbandona mai ad una scrosciante e scomposta risata ma è un sorridere leggero, posato e profondo, gravido di senso in quanto quello ebraico è un umorismo pensante; il popolo ebraico si qualifica storicamente come uno dei popoli più eruditi e alfabetizzati della storia dell’umanità. E’ già tra il sesto e il settimo secolo d.C  che Joshua ben Gamla, sommo sacerdote, istituì l’obbligo dei padri di provvedere a insegnare a leggere la Torah ai propri figli; il popolo ebraico diventa così il primo popolo ad istituire la scuola dell’obbligo.

Queste considerazioni ci porta a comprendere come l’umorismo ha trovato terreno fertile nella colta tradizione giudaica, sin da subito incline ad un certo livello di astrazione e di generalizzazione, necessarie per l’elaborazione di un pensiero umoristico. Un ridere sapienziale sospeso tra la gioia e il dolore, la redenzione e il pianto; in entrambi il riso è uno strumento per mettersi in contatto con l’infinito e per andare oltre; un’occasione per rivolgersi all’uomo e interrogando l’uomo riscoprire il suo divenire in un’eterna con la divinità. Attraverso l’umorismo l’ebreo riscopre un modo di pregare, non a caso anche i grandi rabbini e maestri ebraici spesso pur nella trattazione di temi profondamente complessi riscoprono l’elemento umoristico.

Famoso è l’esempio del rabbino Marc-Alain Ouaknin, docente presso l’Università di Bar Ilan, che con dei contributi anche del “nostro” Moni Ovadia riscopre l’umorismo Yiddish nel suo “La Bible de l’ humour juif” e poi in “Così giovane e già ebreo’” il primo edito per la Ramsey e il secondo da Piemme.

Dinamica presente anche nel Talmud, risultato di secoli di discussioni di centinaia di Maestri, che contiene tutti i pareri della tradizione sapienziale ebraica. L’ unico libro sacro che accetta la propria messa in discussione. Anzi, in ogni pagina è presentato un sotto-tema, uno sviluppo, una domanda, una problematica a cui viene data risposta con una serie di interventi di diversi commentatori e rabbini. Questo testo religioso è quindi la rappresentazione grafica del modo di pensare ebraico, in cui ogni contributo sapienziale è posto accanto all’altro in un susseguirsi di diverse prospettazioni delle problematiche della comunità; come a dire che la verità sia acquisibile solo in questo continuo domandare dell’uomo attraverso l’arricchimento della tradizione.

bambini prima delle deportazioni a Kazimierz, quartiere ebraico di Cracovia

Ed è in questo passaggio che lo yiddish si pone all’umorismo come attitudine della mente, in quanto possibilità di interrogarsi e di esercitare lo strumento della critica, e come attitudine del cuore perché occasione per poter riscoprire il calore di una rivelazione che scalda e addolcisce l’animo dell’uomo. Lo yiddish non perde occasione di utilizzare l’arma dello humor come strumento per sviluppare la sua conflittualità e la sua dialettica, così recita un witz del XIX secolo: “Mio Dio e mio Signore, noi siamo il tuo popolo eletto ma non avresti potuto scegliere un altro tanto per cambiare?”. Pensiamo anche alla celebre frase del Rabbino in Train de vie: “Dio mio! Era troppo bello, è questo dunque? Ci fai cadere a un passo dalla meta… Qualche volta mi chiedo se sei un po’ sadico. Le vedi le nostre disgrazie? Le vedi le nostre disgrazie, le vedi? Oppure chiudi gli occhi e ti tappi le orecchie per non essere turbato?”. 

L’ebreo si presenta alla storia come un essere pensante mai assoggettato intellettualmente, sempre in tensione con la Divinità; Giacobbe, uno dei padri dell’ebraismo combattette con un uomo durante tutta la notte, e scoprendo di aver combattuto con Dio gli disse :” Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”. Dio allora gli chiese: “Come ti chiami?”. Lui “Giacobbe”. Dio alla fine:” Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!”.Questo passo della Genesi continua ad interrogarci. Cosa significa che l’uomo può combattere contro Dio e farcela? Significa che l’uomo riscopre attraverso Dio la sua identità la quale è una identità sostanzialmente umoristica. In quale religione l’uomo combatte con Dio o mette in discussione le sue promesse e le sue disposizioni? Non è ironica questa immagine?

Lo humor ebraico trova la sua espressione più piena e più arguta nei cosiddetti witz, cioè un genere di storielle ebraiche in cui lo yiddish crea un riparo allo sconforto, strappando un sorriso a volte anche malinconico. Il witz può essere compreso solo se calato nella sua origine linguistica:” Lo Yiddish è una fusione di tedesco, lingue slave, è la lingua dell’erranza, l’estraneità è componente della sua identità, è lingua del compromesso e  della precarietà, del superamento delle frontiere e dell’esilio come condizione esistenziale. Il compromesso dell’yiddish è il compromesso dell’anima ebraica fra la disperazione e l’ansia di superarla con una risata, l’yiddish come lingua del dolore dunque e il witz come momento di riscatto dalla miseria in cui l’uomo è stato gettato dall’altro uomo” ( Dario Calimani).

Kazimierz, quartiere ebraico di Cracovia prima delle deportazioni

Un’altra particolarità che noi ricaviamo dall’umorismo ebraico è quella di giocare con le parole. Non prendere mai una parola come qualcosa di definitivo ma le parole concepite in movimento come fonte continua di insegnamenti e di esperienze di formazione. Esempi di questa funzione liberatoria e dissacratoria del witz ci vengono direttamente dall’esperienza tragica della seconda guerra mondiale, parliamo di due witz degli anni quaranta del novecento:

Due ebrei sono seduti nel caffè di Vienna.
Primo ebreo:” Che cosa sta leggendo mio caro amico?”
Secondo ebreo:”Il mio solito quotidiano yiddishe, lei?”
Primo ebreo:” Il giornale ufficiale del partito nazista”
Secondo ebreo:”Come può leggere cose simili di questi tempi?”
Primo ebreo:”Sa amico di questi tempi sui nostri giornali leggo soltanto di notizie insopportabili, pogrom, persecuzioni, discriminazioni, sul giornale nazista invece che gli ebrei governano il mondo che hanno in pugno la finanza mondiale e la politica degli stati tira su il morale”.

L’ebreo ride di sé stesso ironizzando su quelli che agli occhi degli altri appaiono i suoi vizi, storture o imperfezioni caratteriali, risparmiando così se stesso da una condanna definitiva; quando lo humor ebraico si indirizza agli altri lo fa senza polemica ma solo per esaltare questi difetti o debolezze consolidate dal pregiudizio:

Un cristiano, un musulmano e un ebreo esaltano i poteri delle loro divinità.
Il cristiano:”Ero in barca, all’improvviso il mare si è gonfiato e stavo per affondare ma ho invocato il mio Dio, le acque si sono calmate e mi sono salvato”.
Il musulmano:” Io ero nel deserto, un vento terribile si è alzato e stavo per morire soffocato e allora ho supplicato il mio Dio che ha calmato il vento e mi sono trovato in un’oasi meravigliosa”.
L’ebreo:” Stavo camminando quando a terra davanti a me ho visto 100 euro ma era Shabbat, la nostra giornata di riposo e non potevo raccoglierla e allora ho pregato e allora tutto intorno a me era Shabbat ma dove mi trovavo io, lì, era giovedì!”

Il witz serve all’uomo ebreo anche per sottolineare una forma di orgoglio nell’appartenenza al suo popolo ma senza perdere mai una prospettiva umoristica nel suo relazionarsi con la vita e la realtà circondante:

Un rabbino chiede ad un prete suo vecchio amico:” Ma le può far carriera nella chiesa?”
Il prete:” Potrei diventare vescovo”
Il rabbino:” E poi?”
Il prete, timidamente:” Potrei diventare cardinale”
Il rabbino:” E poi?”
Il prete, con imbarazzo:” Un giorno potrei anche diventare papa”
Il rabbino non soddisfatto,incalza:” E poi?”
Il prete sbotta:” E che dovrei diventare Dio in persona!”
Il rabbino:” Beh uno dei nostri ce l’ha fatta!”

 L’ebreo in questo witz si sta prendendo in giro, perché l’ebreo di cui parla, divenuto Dio in persona, ha sì fatto carriera ma in un’altra religione.

Non c’è tema su cui l’ebreo non rida; il witz si esprime quindi in ogni forma di tematica anche quella orrenda ed odiosa della persecuzione ebraica perpetrata ad opera del nazismo:

Prima persona:” Perché voi ebrei siete quasi tutti violinisti?”
Ebreo:” Lei ha mai provato a scappare con un pianoforte in spalla?”

L’ebreo pensa chiaramente ad una fuga da un pogrom ma rincalza trasformando l’interlocutore in uno sprovveduto in quanto pensa che sia possibile scappare con un pianoforte in spalla; cosa ancora impossibile, con la buona pace del grande Venditti.

Queste storielle circolavano di bocca in bocca tra gli ebrei del ghetto di Varsavia e fra le altre comunità ebraiche poi perseguitate dal regime nazista, si sviluppa così un’esigenza profondamente umana, quella di comunicare tramite l’ironia con gli altri membri della comunità. In alcuni casi,  nei campi di sterminio particolarmente, la trasmissione di queste storielle permetteva di sentirsi ancora membri di una comunità, perseguitata ma pur sempre una comunità. Inoltre le energie intellettive impiegate nell’elaborare questi witz permettevano  di aggrapparsi a qualche parvenza di vitalità  o comunque di continuare ad usare la propria mente, prezzo il totale annullamento psichico della persona ; è la stessa esigenza che si espresse nella figura  di  Jòzef Czapski, artista polacco , deportato ad  a Grjazovec, in Russia dove  organizzava seminari e conferenze clandestine,  per permettere a lui e ai suoi amici di continuare a pensare e in questo modo sentirsi vivi, era il loro modo di mettere lo sgambetto alla morte.

Voi mi chiederete: «Come ebreo, come hai potuto raccontare una barzelletta del genere in un momento come quello?!’,  ricordiamo la famosa affermazione di Jacob  interpretato da Robbie Williams  , in “Jacob il bugiardo” un film di Peter Kassovitz del 1999, “È così che siamo sopravvissuti, queste sono le cose che ci hanno fatto andare avanti, il resto ce l’avevano preso i tedeschi, avevano costruito alti muri di filo spinato, per rinchiuderci nel ghetto, siamo stati isolati dal resto del mondo per anni, senza ricevere notizie. Quindi ci aggrappavamo alle piccole cose, una barzelletta macabra, una giornata di sole, un passaparola incoraggiante.”

Kazimierz, quartiere ebraico di Cracovia
Foto: Lorenzo Ferrazzano

La figura più tipica dell’humor Yiddish è lo ‘shlemiel’; l’antieroe per eccellenza, privo di virtù; è l’inetto di Svevo, metafora della condizione umana e della sua precarietà e in buona sostanza della incapacità di risolvere i contrasti che la realtà pone; è il maldestro che nonostante tutto riesce a cavarsela.

Durante una battaglia l’ufficiale zarista grida ai suoi uomini:” Il momento è venuto, combatteremo corpo a corpo, uomo contro uomo!”. Il soldato ebreo si fa avanti:” La prego signorcapitano mi indichi il mio uomo magari riusciamo a metterci d’accordo!”

Lo “schlemiel” è una forma del riscatto dell’ebreo che fa la propria caricatura presentandosi come gli altri lo vedono per rompere la grammatica del pregiudizio; è il desiderio di conquistarsi la simpatia dell’interlocutore per presentarsi un po’ meno diverso, un uomo come tanti con i suoi tic ed imperfezioni.
Un francese: ” Sono stanco e ho sete, berrò un bicchiere di vino”
Un tedesco:” Sono stanco e ho sete, berrò una birra”
L’ebreo:” Sono stanco e ho sete, mi sa che ho il diabete!”

L’ebreo vive lo humor anche sull’orlo della tragedia. Il riso come esperienza benefica, espressione di una disperata affermazione della vita come rifiuto della violenza e del male dell’uomo contro l’altro uomo; la vita come commedia in grado di sdrammatizzare l’imminenza della distruzione più totale:

Una partoriente dopo una gravidanza molto sofferta non riesce proprio a partorire, intorno a lei c’è confusione e trambusto, poi la gente lascia la stanza e il bambino tira fuori la testa e dice:”Mammina si può uscire è finita la retata?”

Espressioni dello ‘shlemiel’ si ritrovano anche  in Grucho Marx,  ma soprattutto nello straripante Woddy Allen, anch’egli di origine ebraica. Pensiamo a “Manhattan”,  in cui  Isaac è un  autore strampalato alla  continua ricerca di ispirazione che non sa trovare l’incipit per il suo romanzo e  passa intere giornate a segnare appunti. Sembra un po’ la versione ironica di Zeno Cosini che dissemina la sua casa di bigliettini, inutili mòniti per la perdita di un vizio troppo caro che lo faranno morire in un cimitero di buoni propositi o Emilio Brentani in “Senilità” , scrittore fallito nell’arte e nella vita inetto a tutto, persino all’amore. Lo stesso Mel Brooks in “Frankenstein Junior” dipinge Igor come un inetto inadeguato ma sempre spiritoso, incapace di gestire le situazioni più banali, rendendole così inevitabilmente o maliziosamente divertenti.

Lo humor Yiddish si espande tout court, in tutte le espressioni artistiche; dal cinema, alla letteratura , dalla danza allo spettacolo ; pensiamo ad Isaac Bashevis Singer, scrittore yiddish insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978, ai fratelli Marx  che mettono sul palco l’uomo medio, concretizzando quella lotta che egli avrebbe voluto fare contro la società con le sue ingiustizie  e vuote convenzioni proponendoci un fantastico umorismo, decisamente anarchico e surreale. E infine nella stessa danza cassidica non è difficile ritrovare un velo di ironia all’interno della sua esuberanza. Lo stesso Chagall che nella sua “la passeggiata” , sfidando le leggi della fisica,  fa volare tranquillamente  la sua Bella nell’aria tenendole la mano, forse perché regalandoci un sorriso vuole dirci che è impossibile rinchiudere l’Amore in qualsiasi legge se non quella che da lui stesso promana, o ancora il mimo Marcel Marceau, superstite lui stesso dell’olocausto. Lo humor yiddish come speranza ed esperienza che permea tutte le esperienze dello spirito.

Secondo la dottrina umorale di Ippocrate lo humor è sostanza liquida in grado di condizionare la nostra esistenza; dal riso può scaturire la pace, può scaturire l’acqua che ci può portare a riconoscere l’altro come fratello in uno humor della pace:

Shemà Israel , tu gloria dello spirito, e balsamo degli offesi, sei cresciuta ingenua e poderosa, come il fuoco della misericordia dove si nasconde l’acqua che disseterà il popolo che a te tende la mano chiedendoti diritto e riparo, ridi leggera, fallo piano fallo ancora con l’intelligenza degli uomini , riposa nel palmo di Dio dove è la tua casa, torna a ridere del tuo deserto che Dio ti ha regalato per far sorgere il riposo degli uomini, di tutti gli uomini che vivono questo esilio, con la pazienza volgiti alla danza, solo Dio ti basta.

 

Dario Calimani è stato una fonte indispensabile per questo articolo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome