Il tentato colpo di Stato perpetrato da Guaidò ai danni di Nicolas Maduro, il legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, costituisce un elemento di pericolosa destabilizzazione dei già molto precari equilibri internazionali. Si tratta dell’ennesima ingerenza politica ai danni di un Paese che “merita” – a detta della Santa Comunità Internazionale – di dover pagare il pegno per aver nazionalizzato l’industria del petrolio, negandola alle speculazioni delle compagnie private, e per essersi schierato dal lato sbagliato dello scacchiere, dalla parte cioè di Russia, Cina e Iran. In due parole: uno Stato Canaglia.

Solo chi ha la memoria corta o le intenzioni impure può appoggiare l’autoproclamazione dell’ingegner Guaidò, battezzata immediatamente dalla Casa Bianca e dai suoi affiliati sudamericani: dall’Argentina ultra-liberista di Macri al Brasile-fratello di Bolsonaro. Chi non ha dimenticato il fallito colpo di Stato del 2002 consumato ai danni di Chavez ma soprattutto l’estate di fuoco del 2017, quando tra le strade di Caracas i chavisti venivano bruciati vivi dall’opposizione armata, ha avuto 17 anni per studiare trucchi e strategie degli Stati Uniti elaborati per colpire la Repubblica bolivariana, e non ci casca.

Che si tratti di un intervento militare o di un “golpe democratico”, come definito follemente da Il Giornale, la destituzione forzata di Maduro porterà all’ennesima crisi internazionale degli ultimi dieci anni: a cominciare dalla Libia, quando l’assassinio di Gheddafi gettò nel caos il porto principale dell’Africa da cui la crisi migratoria, il traffico di armi e di terroristi; passando per la Siria, campo di battaglia di tagliagole europei di ritorno; per finire con l’Ucraina, che ha segnato la definitiva rottura diplomatica tra l’Occidente “per bene” e la Russia di Putin.

Lo ha capito il Movimento 5 Stelle, la cui posizione ufficiale resta prudente, ma che conta tra i suoi esponenti il deputato Pino Cabras, chehe ha definito il dibattito avvelenato di questi giorni come la “solita anticamera che precede l’upgrade al disastro per trasformarlo in una catastrofe a lungo raggio” e ha avvertito, durante un intervento in Parlamento, della pericolosità del golpe per gli equilibri mondiali.
Anche Alessandro Di Battista ha espresso la sua opinione con chiarezza, dicendo che “non si tratta di difendere Maduro” ma “di evitare un’escalation di violenza addirittura peggiore di quella che il Venezuela vive ormai da anni.” Poi sferra un colpo a Salvini:” Mi meraviglio di Salvini che fa il sovranista a parole ma poi avalla, come un Macron o un Saviano qualsiasi, una linea ridicola.”

Matteo Salvini, da parte sua, mantiene su Maduro una posizione già espressa in passato e – in contrasto con le parole di prudenza espresse dal premier Conte e dal Ministro degli Esteri Moavero Milanesi – dice di sperare che “anche il governo italiano abbandoni ogni prudenza” e che “sostenga il popolo venezuelano e il suo diritto a libere elezioni e alla democrazia”. Nonostante le aperture alla Russia, la Lega dimostra ancora una volta di essere un’incubatrice dell’Atlantismo ideologico e militare, nonché ala neocon del governo.

Questo mette in luce una questione che gli analisti avevano già sollevato: quale sarà la posizione di un governo che si regge su un contratto quando scoppieranno crisi geopolitiche come quella venezuelana, non previste da un foglio firmato da un notaio? Anche nell’aprile dell’anno scorso, sulla questione del bombardamento di Damasco, quello che sarebbe diventato il governo gialloverde aveva assunto posizioni diametralmente opposte: M5S con la NATO e la Lega – a grandissima sorpresa – contraria.

Nel frattempo i molto compromessi vertici dell’Unione Europea – che ovunque stanno facendo i conti con una crisi di legittimità del potere, irreversibile e dalle proporzioni storiche – lancia un ultimatum al governo legittimo di Maduro. Otto giorni saranno concessi per indire nuove elezioni democratiche, dopodiché verrà riconosciuto il primo governo Guaidò. Tuttavia non è realisticamente possibile che possano svolgersi delle elezioni democratiche in un clima politico talmente esasperato da essere già degenerato in guerriglia: 26 sono i morti e 300 i feriti degli scontri di piazza avvenuti in questi giorni. Si tratta quindi dell’ennesimo bluff delle autorità politiche di quella parte di mondo che sembra essere l’unica legittimata ad agire, nonostante i metodi sanguinari malcelati da un improbabile “amor di democrazia”.

In riferimento ai tragici giorni di Caracas, durante il voto per l’Assemblea Costituente, Ignacio Ramonet ha denunciato la natura mercenaria e omicida di quelle forze antichaviste guidate dai partiti di estrema destra Primero Justicia e Volutad Popular, i quali “non hanno esitato a utilizzare paramilitari, terroristi e agenti mercenari della criminalità organizzata” per rovesciare politicamente e ideologicamente Nicolas Maduro. Ha poi aggiunto:” Ma hanno fallito. Più di otto milioni e mezzo di cittadini andarono a votare superando qualsiasi ostacolo, affrontando paramilitari e “guarimberos”. Attraversando le strade bloccate. Attraversando torrenti e fiumi. Facendo l’impossibile per compiere il proprio dovere civico, politico, etico, morale … superando le minacce dentro e fuori.” Il Venezuela non accetterà lezioni di democrazia.

L’Unione Europea, lanciando questo ultimatum – semmai Maduro dovesse accoglierlo – crea le condizioni di possibilità per cui, in un Paese stremato e sotto sanzioni, possa riesplodere la violenza politica nel breve termine, e possa peggiorare ulteriormente la crisi sociale e umanitaria nel lungo termine. Il socialismo, in Venezuela, ha fallito. E il popolo venezuelano giudicherà i responsabili. Ma quando – nel corso degli ultimi 80 anni – la comunità internazionale ha provato pietà per la sofferenza dei popoli? Sanzionando quegli stessi popoli che pretendono, senza che gliene fosse stata fatta richiesta alcuna, di liberare?

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