“La proprietà è il diritto di godere e disporre delle cose nella maniera più assoluta, purché non se ne faccia un uso proibito dalle leggi e dai regolamenti”- così recita l’art 544 del codice civile francese, di matrice napoleonica.

Èprobabilmente in questa disposizione che andrebbe racchiusa l’intera tradizione giuridica e culturale dell’Occidente e non solo: è in essa che si racchiude l’atavico desiderio dell’uomo di esternare il suo potere su un oggetto, sfruttarlo, utilizzarlo, goderne e richiedere a gran voce un riconoscimento da tutti gli altri esseri umani che lo circondano.

Sebbene sia indubbia la paternità della rivoluzione civilistica di Napoleone che ha aperto le porte alla nascita dell’economia capitalistica e segnato la fine di quella feudale, comunque le origini della proprietà privata si perdono nel tempo, ab immemorabile.
In base a racconti squisitamente leggendari, si suole ricondurre la nascita del “meum est” a quella che oggi definiremmo una concessione pubblica, avanzata da Romolo nell’ VIII secolo A.C a favore delle gentes fondatrici della caput mundi, di due iugeri di terra, che avrebbero costituito l’heredium, ovvero il patrimonio gentilizio che si sarebbe poi trasferito di padre in figlio: questo aneddoto è già in grado di rivelarci la capacità del potere privato di rinsaldare i rapporti familiari sulla base di un legame indissolubile con la res, nella quale l’intera gens si manifesta.

Il diritto Romano, seppur nella sua incredibile inventiva giuridica, non è di certo il creatore della proprietas: essa affonda le sue radici nelle stesse terre calpestate dai primi uomini, nel primo bestiame depredato “a qualcuno” e diventato “proprio”, nella schiavitù, nella voglia di godere più degli altri uomini di un semplice oggetto . Persino il buon dio biblico, nel momento in cui Adamo ed Eva avevano sottratto il frutto maledetto dal “suo” albero, non tardò ad accusarli di avergli disobbedito, di averlo derubato(mi concedano l’ironia).

A dispetto di una ormai secolare tradizione che vede nella proprietà privata qualcosa di diabolico, la stessa si presenta come semplice individualismo naturale, emblema dell’inestirpabile egoismo umano.
Vi chiederete perché esso sia inestirpabile? Chiedetelo ai contadini dei primissimi anni della rivoluzione russa, che nascondevano il cibo affinchè esso non venisse sequestrato e deportato negli ammassi obbligatori; domandatelo allo stesso Lenin, il quale dovette modificare la sua linea economica dopo pochissimi anni, con l’introduzione della NEP, minima apertura alla libertà economica dei privati; guardate l’esempio della chiesa stessa, mai stata incline a rinunciare ai propri beni.

Nel corso della storia la compressione o estensione del potere privato ha sicuramente risposto a varie esigenze economiche, senza tuttavia portare mai all’estinzione definitiva dello stesso: si sarebbe estinta, infatti, la stessa umanità, incapace di condividere quell’oggetto inanimato su cui sfogare la propria volontà di potenza.

Al giorno d’oggi la situazione della proprietà privata e della libertà dei singoli è alquanto complessa. La stessa costituzione, a causa delle forze eterogenee che hanno contribuito alla sua formazione, è alquanto ambigua: ”La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.”

Siamo molto lontani dalla assolutezza ed inviolabilità piena della tradizione napoleonica, la proprietà appare limitata e succube rispetto ad una forza superiore: l’interesse generale.
Dissacrando la carta fondamentale, tuttavia, si potrebbe anche dedurre( forse su un piano più filosofico che giuridico) che in un impeto di parificazione sociale, il costituente abbia voluto estendere la possibilità di esercitare “l’egoistico potere” a tutti, indistintamente.

Per i beni in sé, dunque, rimarrebbe l’amarezza dell’asino di sapere che “ al mutar di governo, non muta nulla se non il nome del padrone.”
Speriamo di non dover mai cadere nel baratro di un soggiogato somaro.

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