Di Pierluigi Fagan*

Dopo il summit di Helsinki ed il tour a tre tappe di Trump, il mainstream celebra non senza preoccupazione la fine dell’ordine post bellico, la fine di una fase di settanta anni. Il solo fatto sia durato settanta anni è di per sé eccezionale ed il fatto abbia resistito negli ultimi trenta, assai sintomatico. Sintomatico del fatto che i vincitori, gli Stati Uniti, abbiano a lungo recalcitrato a prender atto che quell’ordine rispondeva a tempi che non solo non erano più, ma andavano ad esser rimpiazzati da altri del tutto diversi.

Questo ordine si basava sulla preminenza del sistema occidentale, ordinato dagli Stati Uniti, contro prima l’URSS e poi la Russia perché l’ideologia c’entrava in parte e dopo il dissolvimento dei principi e delle idee (sistema sovietico e comunista) rimaneva pur sempre la geografia (sistema russo). L’assetto, prevedeva altresì l’amicizia tra Occidente ed Asia, non solo Giappone cooptato come la Germania già nel ’45, ma anche la Corea del Sud per la quale si fece comunque una guerra, le Filippine per le quali s’era fatta una guerra ai primi del Novecento, l’Indonesia di cui si condizionò a lungo la politica interna coi soliti metodi dell’ingerenza organizzata. Tralasciamo altri quadranti come il centro Asia, Medio Oriente ed Africa per ragioni di sintesi. Questo era l’ordine bipolare imperfetto.

Questo ordine crolla per molti versi spontaneamente trenta anni fa, per collasso del perno negativo, quello contro il quale, qualcuno in favore del quale, si erano tutti organizzati, l’Unione sovietica e con lei il perno ideologico che incarnava: l’anti-capitalismo. Il modo economico capitalista diventava allora un universale, sebbene con ruolo diverso paese per paese. Ordinatore primo per l’Occidente e gli USA, modo economico più o meno subalterno al politico per Russia e Cina ed a seguire con variazioni, per altri. In America, fanno fatica a capire che liberalismo economico e politico sono due cose distinte e si può avere moderatamente il primo senza avere per niente il secondo, per loro i due sono un sistema binario, gravitano naturalmente l’uno sull’altro, così è per loro e travisando il relativo con l’assoluto, così pensano sia in natura e quindi per tutti.

Nel 2001, gli USA e l’Occidente scoprono l’islam e incautamente incorporano la Cina nel WTO. Troppo complicata la faccenda islamica per trattarla qui. La cooptazione della Cina, invece, va spiegata non certo come una decisione geopolitica ma economica. Essendo ordinati dal principio economico, gli USA non s’avvedono del fatto che stavano portandosi in casa l’elefante, del resto gli economisti sono più idraulici che ingegneri, più bottegai che strateghi mentre imprenditori e rentier sono automi unidirezionati a far profitto, non importa come, con chi, a quale prezzo. Altresì, convinti di far simmenthal dei russi, incappano nella resistenza dell’apparato che imploso come una stella a neutroni, si compatta comunque intorno la propria geostoria: la russità.

Gli USA vanno d’inerzia spinti dalle forze dominanti i loro ultimi decenni di storia, ma a ben vedere anche i decenni -se non secoli- precedenti: conato semi-imperiale allacciato al liberalismo politico ed economico. Non s’avvedono però che il mondo è cambiato e che per paradosso, loro stessi l’hanno aiutato a cambiare.

Saltiamo all’oggi. Trump è il curatore fallimentare di questa non strategia, incarna in qualche “strano” modo la presa di coscienza che il mondo è prima politico, poi economico. Ridefinisce il nemico che diventa la Cina, nemico commerciale più che militare. Prova e proverà a ridefinire le alleanze che a questo punto invertono nel ruolo di alleato tattico la Cina di Nixon con la Russia di Putin, allentano i legami di solidarietà occidentale in quanto gli amici costano e sul piano economico più che amici diventano nemici e sottopone il suo Paese da un dura riformattazione economica, quindi sociale e politica al contempo.
La faccenda meriterebbe un articolo, spazio che qui non abbiamo.

Concludiamo con la fotografia attuale, un quadro che non ha più l’ordine conosciuto e si mette in cerca del nuovo. L’UE dopo il Canada, sta per firmare un nuovo trattato libero scambista col Giappone, mentre si è rimessa al tavolo per discutere di norme di scambio con la Cina, ripromettendosi addirittura di riscrivere le regole del WTO assieme. Degli asiatici che vanno verso una loro area sistemica detta RCEP abbiamo detto i giorni scorsi e così dei “pacifici” con il CP-TPP. Anche gli africani stanno provando a mettere in piedi una loro area interna e così Etiopia ed Eritrea trovano pure la forza di far pace dopo tanto sangue versato. I britannici travagliano tra hard e soft brexit ma brexit comunque sarà alla fine e da quel punto in poi (marzo anno prossimo), vedremo un nuovo attore assai birichino com’è loro tradizione. La Russia è oggi tutta sbilanciata verso Est ma è da vedere cosa succederà nei prossimi tempi quando Trump farà offerte per riportarla un po’ più verso Ovest o almeno in posizione terza. Certo è piena di gas e di terra, corteggiata di qui e di là, male non sta. Capitolo USA troppo complicato per scriverne qui, dipende molto anche dalle elezioni del prossimo novembre Per il momento l’America first, si sta tramutando nella solitudine dei numeri primi, ma è presto per dire come finirà.

Una cosa sembra certa, il secondo principio della termodinamica: una volta uscito dal tubetto, il dentifricio non può esser rimesso dentro se non utilizzando una sproporzionata quantità di energia che oggi nessuno ha. Ad ogni ordine finito, subentra un ordine nuovo e sul tipo di questo nuovo ordine abbiamo una sola certezza: sarà complesso.

 

*Pubblicato su Facebook dall’autore

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