Di Leo Longanesi

Bologna, 30 giugno 1929

Marinetti, seguito da tre giovani ammiratori, siede al nostro tavolo e comincia a discorrere con foga.
<<Tutto è futurismo>>, egli dice, <<tutto oggi ha il ritmo del futurismo; ritmo incalzante, rapido, deciso, antisentimentale. Noi viviamo nell’era del poco sonno, del poco riposo, del poco risparmio; viviamo in maniera verticale, tesi e sospesi. >>

I giovani futuristi contemplano il loro maestro con occhi entusiasti, amorosi, provinciali, e restano lì seduti, con le mani in mano, come tre seminaristi davanti al vescovo.
Marinetti è raggiante e si guarda attorno, felice di essere riconosciuto dai vicini che lo additano. E parla, parla senza fine, senza sapere quel che dirà fra un istante, con vertiginosa e scintillante dialettica.

Il cameriere porta una grossa bistecca, e il poeta infila il coltello nella carne molle e rossa, con l’impeto di un San Michele. E ne taglia grossi pezzi che scompaiono rapidi nella sua bocca loquace. La morde e l’ingoia senza masticarla. E parla, parla sempre, a gran velocità; e parla sempre di velocità.

In un batter d’occhio, divora la bistecca. Ora beve un sorso di Chianti. Poi, riprende con foga il discorso. E ci spiega la simultaneità dei pensieri e dei ritmi-colori, e la bellezza del provvisorio.
Ma, a un tratto ecco, improvviso, che gli esce dalla bocca un sonoro rutto tondo come un anello di fumo: un rutto all’antica. Egli si porta rapido la mano alle labbra, ma è già tardi. Tuttavia non è l’uomo da intimorirsi per così poco: ecco, ora riprende a discorrere.

<<Noi non avvertiamo, spesso, la velocità dei nostri pensieri che si formano nell’inconscio; noi non percepiamo gli accostamenti subitanei che si compiono nelle spiche…>> dice. Ma ecco, più deciso e improvviso del primo, un secondo rutto.

Il poeta non se ne dà per inteso e continua a discorrere. Tuttavia mi accorgo che ha perso la velocità, che le sue parole ora sono più pagate e che il ritmo vertiginoso di poco fa sta rallentando. Grosse gocce di sudore gli scivolano dal cranio lucido e il suo viso, dianzi viola come le capocchie degli zolfanelli, si sta facendo pallido, pallidissimo. Il poeta tace. Si asciuga le tempie, poi appoggia la fronte al palmo della mano e resta lì, con gli occhi chiusi.

<<Ti è andata di traverso la bistecca. L’hai mangiata troppo in fretta>>, gli dico. Ma il poeta dice di no con la testa.

Chiamiamoun taxi, e i tre poeti futuristi accompagnano in albergo il loro maestro più morto che vivo.

Da Fa lo stesso, pagg. 122-124

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