“L’Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità di idee, valori, religioni, ma per la superiore applicazione della violenza organizzata. Gli occidentali se ne scordano spesso, i non occidentali mai”. Lo dice Samuel P. Huntington nel suo monumentale “Lo scontro delle civiltà”, pubblicato nel 1996. Alla fine del XX secolo questo assunto risuona come una presa di coscienza, il risultato di una storicizzazione dell’Occidente che avrebbe dovuto far crollare il principale falso mito degli ultimi cinque secoli, che avrebbe dovuto palesare cioè che l’Occidente non era il dispensiere di una superiorità culturale, morale e ideologica rispetto al resto del mondo.

Dal 1492 l’Europa ha mantenuto le redini dell’Occidente. Alla corte di Spagna sedevano Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, per i quali bisognava trovare una giustificazione morale per le spedizioni coloniali nelle Americhe. Alla fine furono tutti concordi nel conferire al colonialismo il ruolo sacro e messianico dell’evangelizzazione di terre pagane. Evangelizzazione che le civiltà autoctone hanno pagato con la loro estinzione.

Gli imperi coloniali occidentali si sono poi espansi in tutto il mondo nel corso di questi secoli, qualcuno scontrandosi contro l’altro, ma realizzando sempre un grande sconfitto: il continente colonizzato, quello che oggi si chiama terzo mondo. Alla base della colonizzazione c’era la volontà di potenza degli imperi, che si reggeva sul pilastro ideologico secondo il quale esistono delle culture inferiori rispetto alla Civiltà occidentale giudaico-cristiana. A sorreggere la volontà di potenza c’era naturalmente il fiuto per la depredazione delle risorse naturali e umane, la linfa vitale dello sviluppo economico e industriale dell’Occidente.

Huntington storicizza l’Occidente quando ormai risulta evidente la profondità delle ferite lasciate al mondo da una civiltà crollata su sé stessa. René Guénon invece decostruisce l’intero impianto ideologico e morale della nostra civiltà, e lo fa nel 1924, in pieno dopoguerra, in un’opera intitolata Oriente e Occidente, in un anno in cui la batosta del collasso imperiale dell’Europa era percepita solo da pochi ed era lontana dall’essere sentita con coscienza dagli europei.

Guénon scrive: “La cosa forse più straordinaria è la pretesa di fare di questa civiltà anormale il modello di tutte le civiltà, di considerarla <<la civiltà>> per eccellenza, o addirittura la sola che meriti questo nome.” Poi continua dicendo che “a questa illusione si accompagna la credenza nel <<progresso>>, considerato in modo altrettanto assoluto, e identificato naturalmente, nella sua essenza, con quello sviluppo materiale che assorbe ogni attività degli occidentali moderni”.

Guénon vede nel progresso il male degenerativo dell’Occidente, laddove il progresso si realizza esclusivamente come progresso industriale ed ogni intelligenza ha senso soltanto al servizio del progresso della tecnica. A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, la civiltà occidentale strutturerà la propria superiorità ideologica e culturale sullo sviluppo della tecnica, a tutto danno della spiritualità e della speculazione meditativa che aveva contraddistinto l’Europa nel corso di tutta la sua storia. Questo ha involgarito ma soprattutto affinato la volontà di potenza occidentale, affamata di risorse per la sua industria. Per procurarsele, il metodo è stato sempre lo stesso: colonizzare in tutta convinzione della propria superiorità.

Guénon continua: “Se essi si accontentassero di affermare la superiorità immaginaria che si attribuiscono, questa illusione porterebbe danno solo a loro; ma la cosa più tremenda è il loro furore di proselitismo: in essi lo spirito di conquista si traveste di pretesti <<moralistici>>, vogliono costringere il mondo intero a imitarli in nome della <<libertà>>!”

Parole scritte novanta anni fa e che risuonano travolgenti per una civiltà, come quella occidentale, che non riesce ancora a realizzare il proprio collasso ideologico, politico e morale. Tutte le guerre del nuovo millennio sono state combattute per quel “diritto-umanismo” che ha portato morte in quelle regioni in cui non c’era la democrazia ma c’era vita. Il pensiero va all’Africa subsahariana, ridotta alla fame per l’imposizione del nostro sistema produttivo; e va a tutte le guerre del progresso: Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, dispensiere di culture millenarie. Civiltà costrette a pagare il pegno della loro nobiltà.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome