Di Andrea Zhok

Come ogni anno, e anno dopo anno, stancamente, il paese entra in crisi idrogeologica. Un’alluvione di qua, uno smottamento di là, un’esondazione a destra, un cedimento strutturale a sinistra, e così via.

Come ogni anno si alza, stancamente, ciclicamente, l’invocazione alla necessità di “mettere in sicurezza i territori”.

E anche questa volta, come ogni anno, ci si parlerà addosso per qualche giorno o qualche settimana (a seconda se ci scappa qualche morto o meno), e poi si passerà alla conta dei danni, alla dichiarazione dello stato di calamità, all’invocazione di fondi straordinari per tappare i buchi, riparare gli argini, rifare le strade.
Fino alla prossima prevedibilissimamente imprevedibile “calamità naturale”.

Ora, provvedere a chiudere i recinti quando il bestiame è scappato rappresenta un costo considerevole, così come rappresentano costi tutte le interruzioni collaterali delle attività produttive, dei trasporti, così come sono costi rilevanti quelli legati alla perdita di credibilità del paese come luogo dove poter mettere in piedi fiduciosamente un’attività.

Qualcuno potrebbe ora chiedere: perché invece di buttare ogni anno secchiate di soldi per tappare i buchi in ritardo, non si avvia sul serio quella famosa “campagna di lavori pubblici per la messa in sicurezza del territorio” di cui sentiamo parlare da almeno vent’anni, senza che nulla ne segua?

Beh, la risposta è abbastanza semplice.
Svolgere lavori pubblici in presenza di un’emergenza ambientale conclamata ha due vantaggi fondamentali: è consentito (non senza difficoltà) dalle regole europee relative alle voci di spesa pubblica, e consente una considerevole semplificazione nel decidere gli interventi da parte delle autorità locali.

Al contrario, impegnare denaro per prevenire le emergenze ambientali richiede addentrarsi in procedure di assegnazione più intricate per le amministrazioni, e soprattutto compare sotto la voce “lavori pubblici”, voce sottoposta a rigide restrizioni di budget secondo le regole europee.

Morale della favola: anche quest’anno, invece che spendere qualche soldo in anticipo, rendendo il paese infrastrutturalmente più solido, le attività produttive e le vite delle persone più sicure, preferiremo spendere gli stessi soldi per non risolvere assolutamente nulla, e ritrovarci l’anno prossimo a vedere gli stessi reportage, dagli stessi posti, con le stesse teste che scuotono sconsolate di fronte al “fato”.

Ma evidentemente a noi piace così.

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