Sia detto chiaramente: l’antisemitismo è una piaga di cui il mondo non riesce ancora a liberarsi. Ancora oggi in Europa vengono registrati gravi episodi di vandalismo nei confronti di monumenti ebraici e di beni privati. Così come è intollerabile la circolazione di vecchi stereotipi sugli ebrei, ritratti come burattinai di cospirazioni e complotti: dall’avvelenamento dei pozzi alla provocazione di crisi economiche mondiali a scopo di lucro personale.

Del resto, è proprio un witz ebraico che lo narra, raccontando di quella volta che due ebrei, amici di sempre, si incontrarono in un caffè di Vienna, allorché uno chiese all’altro quale giornale stesse leggendo. «Il giornale ufficiale del partito nazista» rispose l’ebreo, che davanti allo stupore dell’amico, si apprestò a precisare:«Sa amico di questi tempi sui nostri giornali leggo soltanto di notizie insopportabili, pogrom, persecuzioni, discriminazioni. Sul giornale nazista invece si legge che gli ebrei governano il mondo che hanno in pugno la finanza mondiale e la politica degli Stati. Mi tira su il morale».

Si tratta degli straordinari witz, episodi ironici che contraddistinguono la cultura ebraica, una cultura scolpita sulla persecuzione e sull’esilio. La memoria della tragedia ebraica deve essere conservata e tutelata. Per noi, questo significa non solo raccontare le sue tragedie, ma anche difenderla dalle deplorevoli strumentalizzazioni politiche di cui, suo malgrado, è fatta oggetto. E proprio da coloro che si ergono a suoi custodi. Allora procediamo con ordine.

È incontestabile che negli ultimi anni, durante i quali abbiamo assistito ad una profonda crisi d’integrazione tra i migranti e le popolazioni autoctone, i partiti politici di tutte le aree abbiano utilizzato la questione migratoria come clave per colpire i propri avversari e per accrescere il proprio elettorato.

Lo ha fatto la “destra”, diffondendo il mito di una presunta invasione pianificata; lo ha fatto la “sinistra”, negando nella maniera più categorica che in Italia ci sia un problema relativo all’immigrazione e asserendo che tutti gli italiani che invece vivono il dramma delle periferie, delle stazioni e delle piazze di spaccio compongano grossomodo una massa di fasciorazzisti, i quali non sanno né leggere né scrivere.

Naturalmente nessuno si è mai posto il problema delle “cause” dell’immigrazione, limitandosi così a lucrare qua e là su naufragi e sbarchi a colpi di slogan, inventandosi di sana pianta episodi di aggressioni da parte di extracomunitari poi rivelatisi falsi e, viceversa, episodi di violenze xenofobe prima mitizzati e poi rivelatisi manipolati.

Il dibattito sull’immigrazione, anche per il modo superficiale in cui viene affrontato, ha profondamente diviso gli italiani, provocando una delle fratture sociali più evidenti, e generando persone che sono diventate pazze dall’odio.

La risposta politica e istituzionale a questo solco sociale è stata la retorica. Che si tratti di quella nazionalista o di quella pietista. Senza proporre soluzioni, i migranti sono stati lanciati come dardi infuocati da una parte all’altra del Parlamento, con lo scopo di abbattere i bastioni avversari.

Di fatto la forbice di quel “razzismo” che starebbe corrompendo milioni di italiani a partire grossomodo dagli ultimi otto anni viene allargata a seconda di chi ne fa uso. Eppure è assolutamente innegabile che in Italia ci sia un serio problema di integrazione, che sfocia in episodi di squallida discriminazione, di violenza, di sfruttamento. Chiunque metta il naso fuori di casa può sperimentarlo da sé: alle fermate degli autobus, nelle campagne, nelle stazioni. Ovunque si respira un clima di tensione, di paura e anche di odio.

Diverso è il caso dell’antisemitismo. L’Italia si è macchiata di un imperdonabile precedente nel corso della sua storia, ovvero l’emanazione del leggi razziali del 1938. Tuttavia la diffusione dell’allarme antisemitismo è, ancora una volta, una squallida strumentalizzazione di cui si sta servendo, anche in buona fede, per carità, una fazione politica con lo scopo di infangare gli avversari della fazione opposta.

Col risultato di un peggior inasprimento delle divisioni sociali: il falso dibattito sull’immigrazione, parallelamente al degrado sociale, ha creato astio e violenza tra i litiganti; e adesso il finto dibattito sull’antisemitismo sta generando un rigurgito di maldicenze contro gli ebrei, i quali non sono mai stati oggetto di discriminazione nell’Italia post-fascista e repubblicana.

A farne le spese, tristemente, è Liliana Segre, la senatrice a vita ottantanovenne sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e alla quale qualche giorno fa è stata affidata la scorta. Necessaria, si legge, a causa delle “minacce e dei duecento insulti al giorno” che verrebbero rivolti direttamente alla senatrice.

È Repubblica che ne parla, in un articolo basato su un report dell’Osservatorio sull’antisemitismo. Presentato come documento esclusivo, la relazione è stata poi pubblicata. E tuttavia sembra smentire drasticamente l’articolo, in cui si legge che di messaggi di odio diretti contro la sola Segre «ne partono almeno duecento al giorno».

Leggendo il report infatti non solo non si parla mai specificatamente della Segre, ma i numeri riportati sono radicalmente diversi: sebbene venga subito precisato che le cifre siano arrotondate per difetto, la tabella riporta che la somma approssimativa degli episodi di discriminazione antisemita registrati nell’intero 2018 ammonti a 197. Si tratterebbe quindi di 197 episodi discriminatori all’anno – tra l’altro non tutti rivolti alla Segre – e non di 200 al giorno.

Convinti che anche un singolo episodio di antisemitismo sia assolutamente inaccettabile, resta da giudicare la questione fondamentale della diffusione consapevole dell’allarmismo di un fenomeno inesistente, e della strumentalizzazione che di tale “al lupo al lupo” viene fatta nel quadro di un feroce scontro politico. In cui a pagare il pegno, anche questa volta, è ancora Liliana Segre.

Come scrive Nicolò Zuliani, che per primo ha scoperto il caso, su Termometro Politico :«Prima dell’articolo Liliana Segre non riceveva 200 insulti e non aveva bisogno di scorta» ma «adesso è finita alla ribalta e non solo li riceve eccome, è pure diventata un bersaglio per tutti quegli animali analfabeto-psicotici» che «non esitano a fare le cose più turpi e immonde col sorrisetto ebete».

Sarebbe stato dunque l’articolo di Repubblica, e tutta la deplorevole speculazione che ne è seguita, a rendere la Segre un bersaglio di quell’hatespeech che contraddistingue i nostri tempi. E che pena quei tempi in cui i superstiti dell’Olocausto diventano oggetto di rigurgiti frustrati di imbecilli; che pena quei tempi in cui una fazione politica debba utilizzare tali rigurgiti come clave contro l’avversario in continua ascesa; che pena quei tempi in cui l’avversario in continua ascesa faccia passare dei giorni prima di prendere le distanze da tali episodi, magari perché sa che il suo elettorato, con alta probabilità, potrebbe esserne coinvolto.

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