Di Pierluigi Fagan

Nella seconda metà del secolo scorso, con il primo emergere di una consapevolezza del cambiamento climatico tra gli anni ’70 ed ‘80, l’argomento climatico è entrato nell’immagine di mondo degli storici. Parallelamente, la scienza del clima, sviluppatasi in contemporanea e per lo stesso motivo, ha affinato il suo sguardo permettendo la lettura di molteplici segnali provenienti dai pollini, dalla geologia, dalla dendrocronologia etc. Gli scienziati quindi hanno offerto informazioni sulla variabile climatica e gli storici hanno usato quelle informazioni per rileggere la sequenza storica.

Uno di questi interventi della variabile climatica sul corso storico è la Piccola era glaciale, quotata tra XIV e XIX secolo, ma con maggior incidenza tra metà XVI secolo e fine XVIII. Di questo parlerebbe il libro in questione che però spesso trascende questo specifico rapporto, per diventare una storia culturale più ampia del passaggio da Medioevo e Moderno. L’autore è di Amburgo, alla base quindi dell’angolo retto che disegna la discesa della costa danese occidentale che poi svolta verso occidente in un tratto tedesco e poi olandese. Ed olandese fu senz’altro il secolo XVII che, letto nel frame olandese in triangolo con la Francia del nord e l’Inghilterra, è l’inizio del Moderno stante che nel precedente secolo gli olandesi erano placidi contadini e pescatori d’aringhe. La cronologia del moderno, letta da altre parti, è ovviamente diversa poiché la geografia cambia la storia.

Il libro è del tipo “storia culturale” ovvero come si modificano parti e poi insiemi delle immagini di mondo (che ha breve paragrafo con questo titolo a p. 95) in correlazione ed a volta causa dell’incidere storico. E’ una storia culturale del Nord Europa, culla di quel specifico esito del moderno -che avrebbe potuto averne anche altri- che poi giunge via rivoluzione industriale all’oggi. La variabile climatica interviene come peggiorativo ambientale per il quale , una media di due gradi centigradi sotto le medie precedenti e successive, portò ad una severa contrazione del raccolto agricolo. Questa contrazione si sommava ad altri spasmi sociali, dalle rivolte ad altre carestie, dalle epidemie al conflitto endemico ora potenziato da una “rivoluzione militare” (G. Parker, il Mulino), dalla caccia alle streghe alla diffusione del protestantesimo, fino all’inondazione di nuove materie prime coloniali, lo sviluppo dei commerci globali, la finanza, ascesa della borghesia e delle città.

Il Blom fa dei specifici tasselli interessanti nella storia culturale. Dal riemergere dal dimenticatoio degli archivi di un convento tedesco del De rerum natura di Lucrezio (grazie a Poggio Bracciolini nel 1417) prodromo di una concezione materialistica della natura a Michael de Montaigne ed il suo amico de La Boétie. Da uno dei primi botanici, Clusius, a Descartes-Mersenne-Gassendi. Dall’atroce supplizio di Lucilio Vanini a cui venne strappata la lingua, lungamente soffocato ma infine bruciato vivo tra urla la cui atrocità venne narrata per lungo tempo, ai libertini antesignani dell’intero sviluppo successivo “liberale”. Ci sono poi ovviamente Grozio ed Hobbes sebbene di sfuggita, i primi scienziati cosmici ed un approfondimento su Spinoza (anche l’autore è ebreo, nonché laureato in filosofia). Precisa la lettura che fa di Bernard de Mandeville e la sua Favola delle api mentre di Locke ricorda la sua partecipazione alla redazione della costituzione della Carolina in cui si sanciva il potere assoluto del proprietario su i sui schiavi, schiavi sul cui business Locke guadagnò non poco con le azioni della Royal African Company che marchiava a fuoco la merce umana. Fino a Voltaire che il nostro inquadra tra i fondatori del pensiero neo-liberale.

Interessante notare come un complesso di idee emancipative in origine, sia poi diventato a sua volta dogmatico e soffocante nella sua presunzione di pensiero unico. Un destino che leggiamo anche altrove, in storia.

Nell’ultimo capitolo questa storia arriva all’oggi letto come declino della tradizione liberale originaria pervertita dalla teologia del mercato e della mano invisibile e la tradizione autoritaria che sta vivendo una prospera nuova primavera alimentata dagli errori e dai fallimenti “liberali”. Contributo sempre presente e spesso richiamato nelle sue analisi: Karl Polanyi.

Libro piacevole ed interessante sulle origini del moderno anche se di taglio specifico ad un’area geostorica comunque effettivamente centro natale dell’epoca storica che sta passando ad altro.

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