Di Pietrangelo Buttafuoco

A un certo punto, in Cyrano mon amour – il film di Alexis Michalik dove si racconta com’è nato il capolavoro di Edmond Rostand – c’è una battuta che parla al nostro tempo: “Gli artisti devono essere dei fuorilegge, ricordatevi che all’epoca di Moliere gli attori venivano seppelliti in terra sconsacrata”.
E il punto è proprio questo: l’arte – e dunque l’immaginazione, la fantasia e la creazione – soccombe sotto la cappa del moralismo.
Tutti i protagonisti dello starsystem fanno a gara per farsi sotterrare all’ombra di lapidi rispettabili mentre un Woody Allen – un genio della cinematografia – è già un ceffo rattuso su cui sputacchiare, con le sentenze definitive, scaracchi di oblio.
E chissà cosa ne sarebbe stato, di questi tempi, di un Federico Fellini – orgiastico tra le dilaganti tette della tabaccaia – oppure di un Carmelo Bene pronto a sbottonarsi sul palcoscenico per marcare, nel tracciato animalesco, il territorio dell’eros tra scena e o-sceno.
Nessuno tra gli artisti – e così gli scrittori, ma anche gli intellettuali – si azzarda a sconfinare oltre il recinto perbenista.
Il ceto dei colti in Italia è un monolite di compassata ragionevolezza; a guardarli in faccia, infatti, a leggerne i libri e a vederne i film, tutti gli autori della scena a noi contemporanea non somigliano agli artisti fuorilegge evocati nel Cyrano, tutt’altro.
Le figurine nell’album degli alfabeta sembrano ambire a una caserma dove ognuno gareggia a essere uguale. E sono tutti dei carabinieri a cavallo i registi, i grandi musicisti, gli intrattenitori e perfino le porno star, premurosamente devote al dildo equo-solidale.
Dall’alto dei loro premi, dei loro giornali e dalle loro prebende – nelle casematte residue dell’egemonia culturale che fu – è certo che se si facesse l’esperimento di chiamarli a scegliere tra Pinocchio in catene e le guardie, i suddetti graduati dell’élite culturale se ne starebbero dalla parte dei mustacchi in uniforme e giammai con la trasgressione.
Un mio amico iraniano spiega la difformità tra il loro mondo chiuso e il nostro – così libero, così emancipato – in questo modo: la differenza è che a Teheran c’è la censura mentre da voi ci sono i tabù; la censura si può aggirare ma i tabù, purtroppo per voi, no, non si possono evitare, sono inviolabili”.
Non c’è posto peggiore, per chi ama i libri, delle librerie le cui vetrine traboccano delle porcherie più conformi al dettato ciripiripì monocratico; non esiste più l’istinto sovvertitore e l’anima dionisiaca della nostra schiatta è conculcata dallo gnao-gnao dell’etica, quell’etichetta di correttezza cui i parrucconi della cultura sono riusciti a relegare la parola, l’invenzione, lo stupore e l’attesa.
Ebbene sì, quell’istante in cui la mano mette “mano” alla rivolta: Rissa in Galleria di Umberto Boccioni, La Rissa di Fortunato Depero, le tele di Francis Bacon poi, oppure – indietro nel tempo – l’opera pittorica del Caravaggio o, saltando di palo in frasca, di nota in note,quel repertorio degli Area oggi impossibile già immaginare se tra i rapper prevale il formaggino buono al più per i Giamburrasca dell’adolescenza e non certo per un Albert Camus (o per un Ernest Junger il cui monito è sempre quello: “Meglio delinquente che borghese”).
La famosa libertà è vigilata, ed è consacrata. Al dildo equo-solidale. A un certo punto è finita così.

da Il Fatto Quotidiano del 13 maggio 2019

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome