Di Lorenzo Villani

Alla luce di un clima di antipolitica e di un senso di smarrimento ideologico diffuso è utile domandarsi quale sia la funzione dei partiti, non in quanto singole strutture, ma in qualità di sistema partitico interno al sistema sociale.

Assunto che i partiti siano  colonne operanti all’interno della società civile, nonché nuclei d’origine dell’opinione pubblica, dai quali si diramano opinioni, posizioni, inclinazioni verso determinate scelte piuttosto che altre, è quanto mai necessario mettere in luce il rapporto che intercorre fra partiti, loro finanziatori e potere finanziario più in generale.

Il problema del finanziamento ai partiti venne sollevato più di mezzo secolo fa da Ernesto Rossi nell’ambito dell’Italia del dopoguerra. Fu Rossi, militante appartenente ai gruppi di Giustizia e Libertà, ad assistere all’emergere di una nuova classe dirigente nel clima della neonata Italia Repubblicana.

La nuova classe politica non trovava espressione  solo nell’Assemblea Costituente, ma nei più disparati segmenti sociali che supportavano il processo di cambiamento istituzionale in atto e nelle differenti sfumature politico ideologiche intrinseche ad ogni formazione politica.

Il processo di cambiamento politico rese necessaria l’emersione dell’interrogativo secondo cui occorreva sottolineare le modalità attraverso cui un partito traeva sostentamento.

Quali erano le liquidità attraverso cui un partito faceva propaganda, provvedeva alla propria stampa, promuoveva le sue iniziative? E ancora, da dove provenivano questi fondi? Di chi erano?

L’Italia Repubblicana ostentava un pluralismo, ideologico e d’opinione, inedito. La democrazia liberale offriva un’ampia gamma di alternative partitiche che conferivano all’elettore l’imbarazzo di cedere all’ideologia che più soddisfaceva la sua esigenza di certezze, politico e morali.

Ma la democrazia non è tale se non ha origine dagli stessi punti di partenza. E anche oggi il tentativo è quello di offrire la medesima illusione. Se la forza di un partito viene analizzata in termini delle sue singolari capacità finanziarie emergerà che un partito ha accesso ad una quota di democrazia maggiore di un’altra formazione politica.

Se le casse di un partito confermano la tenuta, militante e finanziaria, di un soggetto presente sulla scena politica allora determineranno per quest’ultimo anche il lusso di poter permettersi strumenti a cui altri soggetti non possono ambire.

Il partito che gode di ottime finanze potrà ostentare la sua capacità di adempiere a determinati compiti, di poter prendere determinate decisioni, di dire cose che altri non hanno il privilegio di poter pronunciare; tutto questo con il beneplacito dei suoi finanziatori, i quali osservano, dirigono, beneficiano.

Trattasi dunque di una democrazia che pone le basi di una competizione avente luogo su punti di partenza differenti.

La forza di un partito è dunque determinata dai soggetti che si celano alle sue spalle. Soggetti che, nella terminologia di Rossi, vengono individuati col nome di “padroni del vapore“, ossia i reali architetti di un pluralismo che gestisce e osserva i soggetti partecipanti alla competizione democratica.

Laddove un partito viene messo nella condizione di poter dialogare con i padroni del vapore, palesemente individuabili in soggetti concreti quali gruppi di interesse, associazioni di categoria, soggetti del mondo finanziario, è facile dedurre che quest’ultimo otterrà benefici al solo costo di andare incontro a compromessi di più vasta natura.

Rimedio alla rottura dei legami appena descritti potrebbe essere, ad esempio, il finanziamento pubblico ai partiti. Un finanziamento, cioè, che sia in grado di fissare una soglia massima di liquidità capace di far fronte alle spese che un partito contrae. Una quota di denaro che sia funzionale al supporto di un partito sia nell’ordinaria amministrazione della gestione delle sue attività, sia in termini elettoralistici in clima di campagna elettorale. Ma sollevando tale ipotesi emergono altri problemi connessi alle dinamiche originarie del finanziamento.

Con il finanziamento statale potrebbe verificarsi una progressiva e sostanziale infiltrazione da parte degli interessi privati all’interno della macchina statale, intenzionata unicamente a dialogare con i partiti, all’interno del quadro del soddisfacimento dei propri interessi. Potrebbero, poi, aver luogo fenomeni di richieste da parte di alcuni settori pubblici intenzionati alla risoluzione di questioni proprie interne all’apparato statale.

Viene così delineandosi una dimensione contraria all’illusorietà propria del pluralismo caratterizzante qualsiasi sistema parlamentare e repubblicano. Si configura, cioè, la cornice di una democrazia mutilata: un sistema corrotto alle sue basi.

Un sistema nelle cui fondamenta risiedono interessi personali, clientelismo, corruzione. Al netto di ciò, la complicità del partito in quanto istituzione operante nella società detiene un ruolo chiave.

L’industria dei partiti è una dimensione da analizzare in quanto trattasi di una lotta perpetua nei vertici del potere politico e finanziario. L’approfondimento di tale tematica mette in luce anche i rapporti di forza presenti all’interno della società: sono infatti i segmenti più deboli ad esser tagliati fuori dal mercato partitico, in quanto non funzionali al supporto degli interessi padronali.

La dimensione dei finanziamenti ai partiti costituisce uno spunto di riflessione utile per poter parlare di democrazia, nell’accezione più generale del termine. Smontare l’industria dei partiti rappresenta il primo passo nella direzione dell’uguaglianza, del pluralismo, del senso civico democratico.

Foto: LaPresse/Nicola Campo

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