Negli ultimi mesi del 1950 Julius Evola –dopo un congresso con i giovani del Movimento Sociale Italiano- scrive Orientamenti, in cui delinea uno schema metapolitico che avrebbe rappresentato la base di un dibattito per un successivo incontro con i giovani missini. Per Evola la lotta politica è innanzitutto spirituale, qualcosa che va al di là di una mera questione partitica.

E’ piuttosto una rivoluzione silenziosa, procedente in profondità, che si deve propiziare, a che siano create prima all’interno e nel singolo le premesse di quell’ordine, che poi dovrà affermarsi anche all’esterno, soppiantando fulmineamente, nel momento giusto, le forme e le forze di un mondo di sovversione. (I)

Il filosofo romano di fronte alla disgregazione politica del secondo dopo guerra scrive un vero e proprio protrèttico alla gioventù missina, che ha un valore universale visto che l’indifferentismo politico (soprattutto da parte dei giovani) è un vizio di vecchia data.

Di fronte ad un mondo di poltiglia il cui principio è: ‹‹Chi te lo fa fare››, oppure ‹‹Prima viene lo stomaco, la pelle (la malapartiana “pelle”!) e poi la morale››, o ancora ‹‹Questi non sono tempi in cui ci si possa permettere il lusso di avere un carattere››, o infine: ‹‹Ho famiglia››, si sappia opporre un chiaro e fermo: ‹‹Noi, non possiamo fare altrimenti, questa è la nostra via, questo il nostro essere››. Ciò che di positivo potrà esser raggiunto oggi o domani, non lo sarà attraverso le abilità di agitatori e politicanti, bensì attraverso il naturale prestigio e il riconoscimento di uomini sia di ieri, sia, ed ancor di più, della generazione nuova, che di tanto siano capaci e in ciò diano garanzia per la loro idea. (II)

Negli stessi anni su di un fronte politico diverso, il socialista liberale Piero Calamandrei, inaugurando un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana disse:

“La costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è –non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani.” (III)

La responsabilità non manca solo alla nuova selfie generation, ma rappresenta una vecchia patologia dei giovani. Ma se è vero che “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”, le generazioni del terzo millennio si trovavano davanti ad un bivio: da una parte si va verso un mondo monopolare, globalizzato, piatto, schiavo del pensiero unico, sul modello 1984; dall’altra si va verso una grande presa di coscienza, una lotta non tra popoli ma tra dominati e dominanti, questa presa di coscienza non avrà caratteri miracolistici, ma avverrà grazie a pochi individui con funzione di catalizzatore, capaci di trasformare il gregge in branco.

Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti. (IV)

L’indifferenza non è nei confronti della politica ma nei confronti del proprio futuro e di quello degli altri, del futuro dei propri figli, delle generazioni che verranno. L’indifferentismo equivale a lasciar decidere gli altri al posto nostro, a non essere vittime ma complici del cosiddetto sistema. Come direbbe V “se cercate un
colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio.”
Innanzi alla dissoluzione programmata dell’Occidente –decostruire patria e famiglia in primis- il motto del Ribelle non può che essere Hic et nunc!

I. Orientamenti, J. Evola
II. Ibidem
III. Discorso pronunciato il 26 gennaio a Milano, nel Salone degli affreschi della Società umanitaria.
IV. Trattato del ribelle, Ernst Jünger

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