È naturalmente una strana sensazione, quella di dover restare chiusi in casa per legge, oltre che per necessità. Si cerca di guardare al di là delle finestre, le giornate sono bellissime. Dagli sprazzi di luce e dai quadrati di cielo si percepisce una primavera che ha fatto presto ad arrivare.

È dura; eppure non mi ferisce il dover restare in casa. Mi addolora piuttosto vedere i luoghi della mia vita così violentati, desolati e indifesi. La paura e il sospetto tra le persone. Tutti abbiamo dovuto abituarci alla gravità di questa epidemia.

Le sottovalutazioni iniziali hanno ceduto il passo alla coscienza che in fondo ognuno di noi possiede, e in alcuni casi persino al senso civico. Certo è stato necessario imporre misure restrittive e minacce di ammende, ma le strade deserte raccontano che il Paese ha capito.

Era la più importante scommessa sociale e politica che abbiamo dovuto lanciare a noi stessi: far coincidere la democrazia con l’annullamento provvisorio della libertà individuale. Rinunciare alle nostre certezze quotidiane nella cornice di regole comuni. E poco importano gli irriducibili idioti, i fanatici del libertarismo e gli irrimediabili “ribellisti” dal dogma pronto. Il Paese ha capito, e ha scelto di accettare il sacrificio.

In questi giorni sto leggendo Vita e destino, di Vasilij Grossman. Lui scrive dell’assedio di Stalingrado, e certo non è nulla di lontanamente paragonabile a questa epidemia. Ma le sensazioni che ognuno di noi sta provando dentro di sé rievocano senza esagerazioni alcune sue parole:«Quando la disperazione più nera e lo scoramento vengono scalzati dalla percezione lancinante dell’orrore, in nostro soccorso sopraggiunge l’oppio assurdo dell’ottimismo».

Ed è così che sto immaginando l’intimità di ognuno di noi. La notizia della selezione per le terapie intensive per probabilità di sopravvivenza, le immagini dantesche degli intubati a pancia in giù, le lacrime degli infermieri, la percezione costante di un male invisibile; tutto questo ci fa orrore.

Abbiamo paura del virus, abbiamo paura di chiudere le attività, abbiamo paura per i parenti lontani che non possiamo incontrare. Abbiamo paura per la nostra antropologica incapacità di farci comunità, di non essere in grado di realizzare un sacrificio collettivo. Per questo siamo già affranti.

Probabilmente è proprio tra l’attesa e l’incertezza che prende forma questo «assurdo ottimismo». E forse già percepiamo inesistenti segnali che ci vengano ad annunciare che potremo, magari in un futuro non troppo remoto, finalmente tornare alla normalità, finendola di ritagliarci angoli di furbizia e di espedienti per evadere dalla coltre di questa sospensione della realtà.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome