Di Anna Mantovani

In questo momento di profonda solitudine, come si possono usare libri e parole per
prendersi cura di sé stessi? A questa domanda ci aiuta a rispondere lo scrittore, giornalista e traduttore napoletano Erri De Luca. La parola ‘parola’ deriva dal lat. tardo parabŏla, che significa ‘parabola, discorso’, suggerendo che ogni parola racchiude in sé una storia.

Non a caso, i consigli che ci dà lo scrittore sono quelli di leggere (moltissimo!), ascoltare le storie degli anziani e tradurre – sottolinea – per ammirazione. De luca, formatosi da autodidatta sui testi dell’ebraico antico, afferma che tradurre per ammirazione significa impossessarsi di quelle parole che colpiscono con la volontà di renderle precise, ‘trasferite’; esiste, infatti, un’identità tra i verbi ‘tradurre’ e ‘trasportare’, con quella che viene chiamata “istanza di traduzione”, ovvero tradurre gli spostamenti dei detenuti da una prigione all’altra o al tribunale; si fa la traduzione del detenuto così come la lingua viene trasportata da un posto all’altro.

Come approcciarsi, quindi, alle parole ai tempi del Coronavirus?

Lo scrittore rumeno Emil Cioran diceva che un libro deve frugare nelle ferite, deve essere un pericolo, dal latino pericŭlum, che significa “esperimento”. Un libro, se ci pensiamo, è sempre un esperimento: non si sa mai a quali scoperte potrà condurci, se ci accarezzerà o ferirà. Il libro è un incontro e in quanto tale non lo si può raccomandare, perché gli incontri avvengono o non avvengono: si può legge un libro che capita per le mani in momenti differenti della vita e lo stesso libro può essere un incontro con una persona differente, perché noi stessi evolviamo.

Il libro è un incontro, ma, attenzione, non una medicina! Nel momento in cui riceviamo
una storia, la mischiamo con noi stessi per ciò che ci riguarda, magari facendo affiorare,
mentre la si legge, delle cose di noi che non avevano ancora avuto manifestazione, ma
che stavano dentro di noi. I libri, dunque, possono far scoprire qualcosa di noi stessi,
anche se parlano di tutt’altro, divenendo uno scambio proficuo a due.

De Luca, infine, ci fornisce un appunto importante, cioè “usare le parole per mirare a sé
stessi”. La vera solitudine è quella di una casa senza libri, perché quando si legge si apprende, si diventa più precisi nella lingua e si arriva a distinguere la contraffazione di
una parola da un suo uso propagandistico. Se si arriva a questa intimità con il linguaggio, ecco allora che diviene difficile mettere in bocca la deformazione della realtà. “La sputi quella parola che non corrisponde” dice schiettamente lo scrittore.

La libertà di parola ci è data e garantita dalla Costituzione, ma affinché sia completa – ci
ammonisce – deve essere ascoltata, altrimenti corre il rischio di essere falsificata o
(peggio?) di divenire una parola ammutolita, ignorata, considerata una banalità.
Accogliamo quindi i consigli dello scrittore ricordando le parole di Tahar Ben Jelloun,
scrittore ed ex prigioniero, autore de Il razzismo spiegato a mia figlia, che affermò in
un’intervista: “Per me la resistenza è nella parola”.

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