Pubblichiamo questo pezzo straordinario scritto su Facebook da Toni Capuozzo. Buona lettura!

 

Dormo male, la notte. Mi alzo, e sono le 3. Io che avevo imparato a dormire scivolando nel sonno mentre sentivo le fucilerie farsi più fioche. Le sirene degli allarmi diventare un rumore famigliare. Una sola volta, a Belgrado, lo spostamento d’aria di un missile mi sbalzò dal letto, caddi sul pavimento. Ero fiero di quel sonno dei giusti che mi preparava a mattine piene di energia: chi ci ammazza, a noi ? Ma non avevo un figlio a Londra, una figlia con la bambina piccola e il compagno che lavora in terapia intensiva, un fratello immunodepresso come me. Ieri in Lombardia ci sono stati 135 morti. Ed era un giorno di primavera, a Milano. Di una bellezza indifferente, come se noi, con i nostri affanni, fossimo invisibili. Mi sono ricordato di una primavera di guerra a Belgrado, quando ero un reporter. Ora sono saltato sul palcoscenico, non ho più la corazza della telecamera a proteggermi. Sono un protagonista, con milioni di miei connazionali, ed è un ruolo difficile, perché non ci sono abituato, perché sono vecchio e un po’ acciaccato, e posso solo fare un po’ di compagnia, e farmene. L’altra sera ho capito che il mio piccolo mondo si è rovesciato. Un tempo te lo dicevano i telegrammi, adesso le chat:
07/03/20, 21:06 – Kemal: 😂😂😂😂😂
10/03/20, 18:37 – Kemal: Toni how are you
10/03/20, 18:38 – Kemal: Are you in home
10/03/20, 18:42 – Toni: Yes Like in jail, u zatvor
10/03/20, 18:43 – Kemal: I see also no sport but can you go to supermarket
10/03/20, 19:13 – Toni: Every Two days
10/03/20, 19:14 – Kemal: Ah be strong toni i would like to be there with you we can watch prison break
10/03/20, 19:14 – Kemal: 💪💪💪
10/03/20, 20:04 – Toni: 😂😂
E’ il mio figlio di Sarajevo. Pensavo a lui quando in questi giorni ho pensato all’Istituto dei Tumori di Milano, un’adunata di immunodepressi. Dove l’ho accompagnato tante volte, imparando a non far caso alle mascherine, alle teste senza capelli. Entravo, conoscendo le scorciatoie per il settimo piano. Qualche volta salivo sul terrazzo a fumare una sigaretta. Per nervosismo, per sfidare il destino, perché ero stremato dal far finta di avere coraggio, con il ragazzo. Uscivo, abituandomi giorno dopo giorno al dolore degli altri, alle insegne di pompe funebri e di parrucche attorno all’ospedale. E raccontavo a lui di Sarajevo ai tempi della guerra: lui che era riuscito a scamparla, senza più una madre, senza più una gambetta. Glielo raccontavo per dirgli che se abbiamo passato quella, passeremo anche questa. E sapendo che forse poteva non essere vero.
Così, adesso, posso parlarvene. Ho sempre rifiutato l’etichetta di inviato di guerra, le divise di inviato di guerra, l’aura di inviato di guerra. Qualche volta, negli incontri pubblici, mi chiedono quando ho avuto paura. Domanda semplice: sempre. Però ho sempre fatto fatica, in pubblico e no, a raccontare davvero. I ritorni a casa erano sempre più difficili delle partenze nervose. Come fai a dire tutto ? Ancora oggi riesco a parlarne davvero solo con qualche collega, con qualche militare, con qualcuno che è stato lì in mezzo. Adesso che siamo nel mezzo di qualcosa che assomiglia a una guerra, adesso che siamo una Sarajevo senza gloria, posso provare a dirvelo. Non tutto, che non riesco. Ma qualcosa.
SCIVOLARE NELL’IGNOTO
Riandate all’ultimo dell’anno, agli oroscopi, agli auguri. E’ andata peggiorando giorno dopo giorno, e non sappiamo quando vedremo la luce. Allora forse capite quello che succedeva nelle case di Sarajevo, quando qualcuno andava a prendere quelle buste di plastica che contengono le fotografie- non c’erano i telefonini, allora- e ti mostrava le immagini dell’ultima vacanza al mare, in Dalmazia. Era per dirti: guarda che sono stato come te, che ho viaggiato e fatto tutto quello che fa una famiglia normale, non siamo stati sempre assediati, costretti a dipendere dagli aiuti. Si può provare nostalgia per un mese fa ? Si può.

I PESCECANI DI GUERRA
Molti sono indaffarati a distribuire patenti di sciacalli: è la miseria della lotta politica. Nessuno che dice che forse gli unici sciacalli sono quelle ditte che vendono a prezzi astronomici mascherine e il resto, e nessuno requisisce d’autorità e distribuisce gratis. Ma le guerre sono così: chi impoverisce e chi si arricchisce.

LASCIARSI ANDARE
Succede a me, ogni tanto. Mi viene, dopo un anno che ho smesso, una gran voglia di fumare, per riempire il tempo vuoto. Mi viene di pensare: tanto, ormai. Mi viene da pensare che la dieta per salvare le arterie è come una lite di pianerottolo, mentre in strada c’è una guerra vera. A Sarajevo c’era chi si lasciava andare, ma le donne si mettevano il rossetto per uscire anche quando la radice dei capelli denunciava che le tinture erano finite, gli uomini sorridevano anche quando le bocche mostravano che i dentisti avevano smesso di lavorare. Tieni duro, per te e per gli altri. Certo, non pensare che non ti lasci il segno. Ero amico di qualche persona anziana, e portavo loro le medicine di cui avevano bisogno (lo facevano tutti i giornalisti, nessun merito). Hanno tenuto duro quattro anni. Poi è arrivata la pace, e sono morti uno dopo l’altro, come a poter morire, normalmente.

IL NEMICO
E’ l’unico punto a favore di Sarajevo, con i suoi dodicimila morti. Lì era vistoso, e rumoroso. Le granate, il colpo secco del cecchino. Il nervosismo nelle file per il pane e l’acqua (qui ci sono le file, ma distanziate e ognuno guarda con sospetto l’altro: sarà mica portatore sano?). Là potevi stare stretto, e parlare: siamo tutti nella stessa merda. Qui è un nemico sottile, invisibile. Quelli che sono stati contagiati che si chiedono dov’è successo, chi, come. Lì sapevi che traversare quella strada era una lotteria di vita o morte. Qui le terapie intensive traboccano, lì gli ospedali non avevano niente. Ma qui come lì il peso è quello dei feriti: i morti si seppelliscono, i vivi richiedono cure, medici, infermieri, medicine.
L’ISOLAMENTO
Lì il soffocamento di un assedio, il sapere che sei chiuso in una trappola. Non ti puoi muovere. Qui devi stare in casa. Non è la stessa cosa. Almeno per me: a Sarajevo non avevo l’auto blindata, ma mi muovevo lo stesso. Avevo il privilegio di essere giornalista. Arrivavo in aereo da Falconara, May Be Airlines, aerei militari con elmetto e giubbotto antiproiettile a bordo obbligatori. Oppure in auto: ci fermavamo a fare un’ultima mangiata, prima di entrare nell’assedio.

GLI ULTIMI

Ogni guerra ha i suoi ultimi. Per me a Sarajevo erano gli anziani soli, e naturalmente i bambini. Ma poi ci sono quelli ancora più in giù. L’orfanatrofio di Sarajevo. Il carcere di Zenica. Noi non abbiamo orfanatrofi, ma carceri sì. E poi ci sono i primi, la prima linea, quelli il cui lavoro prevede possano cadere. Là erano i combattenti, qui il personale sanitario. Se non sbaglio dei diecimila contagiati duemila sono operatori sanitari. E poi ci sono quelli che continuano a lavorare, per sè e per tutti: i camionisti, gli edili, le cassiere dei supermercati. Certo, ti puoi contagiare anche lavorando da casa. Ma anche a Sarajevo le granate entravano nei soggiorni di casa.
LE MORTI
Quando penso al numero dei morti, penso alle mie guerre: sono numeri, ci si abitua a tutto. Quando non ti tocca di dargli un nome (curiosamente è una cosa che succede a me anche con gli animali: non mangerei mai un coniglio, ma anche un pollo a cui avessi dato un nome proprio). Mi ricordo Aljia, l’uomo della morgue di Sarajevo. Ero diventato un frequentatore, perché era il luogo della contabilità delle stragi e delle battaglie. Un abaco di barelle sporche e insanguinate messe ad asciugare sul muro esterno. E Alija, sempre indaffarato, con il suo grembiule blu sporco, con gesti pietosi quando non c’era fretta. Un giorno gli arrivò, nel cofano di un’auto, il corpo del suo figlio unico. Ho rivisto Alija dopo la guerra, era un altro Alija. Abbiamo bevuto caffè, ma non fumato assieme, come usa a Sarajevo: Alija era diventato molto religioso, aveva fatto il pellegrinaggio alla Mecca, portava la zucchetta bianca di chi ha fatto il pellegrinaggio. L’ho accompagnato alla moschea, mi sono inginocchiato accanto a lui. Solo per fargli capire che capivo, che la fede a volte aiuta ad accettare il destino. Ma io che non sono uomo di fede, e che rimpiango i miei preti friulani del dopoterremoto, veri pastori di un popolo, io che cerco in don Luigi chiuso nella sua zona rossa quello che la Chiesa Grande non saprà mai darmi, io non dimentico le persone che non ci sono più, e le faccio vivere nei ricordi. Antonio Affaitati -Gr rai – e la sua voce roca, durante i bombardamenti su Belgrado. Luciano Masi il cameraman Rai ferito nel luogo più inglorioso, una chiappa. Federico Bugno, le sue risate nel silenzio di Sarajevo, Bruno Crimi di Panorama, il suo malore in una strada di Belgrado, Mimmo Candito de La Stampa. Tutti portati via, come i vecchi di Sarajevo, dopo: da tumori che hanno fatto il lavoro sporco mancato dai cecchini. Ci sono quelli di altre guerre più lontane, come Giangiacomo Fuà e Italo Moretti, ma voglio aggiungere solo due reporter di Bosnia caduti in guerra: Julio Fuentes, lo spagnolo sordo che doveva morire in Afghanistan, e Miran Hrovatin, il cameramen sloveno di Trieste che doveva morire in Somalia. Ci guarderemo alle spalle, alla fine del virus, e conteremo i vuoti. Dio voglia che non si debba dargli un nome. Ma i sopravvissuti, quelli, sono legami che durano per sempre.

LE TOMBE
Si muore senza funerale, qui. Non so neanche se sono garantite le cremazioni. Mi ricordo dei funerali al buio, a Sarajevo, per evitare i cecchini. Mi ricordo il giardino del Leone, che piano piano si è riempito di tombe. Mi ci perdo, adesso, quando vado a trovare la madre di Kemal e Bosko e Admira, la Giulietta e il Romeo di Sarajevo, come li hanno chiamati, perché un po’ di amore nobilita le tragedie. Mi ricordo di quando finirono le lettere di plastica, i 9 (perchè si moriva nel 1992 e per altri tre anni tutti con i 9) e li sostituirono con le G rovesciate. Poi finirono le tavolette di legno, e i parenti mettevano un sasso con un oggetto di plastica nel tumulo, per ritrovarlo. Sono stato fiero dell’Atalanta, l’altra sera. E ancor più dei suoi 1200 tifosi che non potendo andare in trasferta, hanno devoluto i soldi all’Ospedale Giovanni XXIII. Ma mi è tornato in mente il campo di allenamento vicino allo stadio olimpico di Sarajevo. Diventato un cimitero anch’esso. Con le tombe di qualche giocatore diventato combattente.

GLI ANIMALI
Sanno poco anche gli esperti, ed è normale per un virus nuovo. Cerco, con apprensione, notizie sugli animali. Per il mio cane, e per tutti gli altri. Mi sono infilato, una volta, nello zoo di Sarajevo sotto tiro, per andare a vedere i resti di Medvev, l’orso silenzioso che era stato l’ultimo a morire nel giardino zoologico diventato prima linea. Scoprii che c’era ancora un pavone in una gabbia, ma per aprire la cancellata bisognava attraversare uno spiazzo esposto, e ho pensato che se anche l’avessimo salvato, finiva nella pentola dei miliziani. Ho ascoltato il dolore dei proprietari di cane di Sarajevo raccontarmi di come avevano lasciato liberi i propri amici, quando non avevano più nulla da mangiare. Chi li aveva tenuti con sé minacciò, un giorno, di ucciderli in piazza : vi preoccupate delle balene spiaggiate e di noi no ? Li tennero con sé e condivisero la fame.

LA FAME

Noi abbiamo assaltato i supermercati, che resteranno aperti. Potrei scrivere un libro, sulla fame di Sarajevo, cominciando da quell’inizio dell’assedio in cui mangiai per l’ultima volta in un ristorante: una scatoletta di sardine. Quando una comunità scivola in una guerra spariscono molti servizi: chi raccoglierà le nostre immondizie, operatori che nessuno chiamerà eroi ? Perché noi, svuotati i supermercati continueremo a fare molte immondizie. A Sarajevo invece, con la fame, diventarono le immondizie più essenziali dell’occidente: tranne i calcinacci non si buttava via niente.

Vorrei scrivere ancora sui giornali (Oslobodenje fu uno dei simboli della resistenza di Sarajevo), sulla televisione (stava in un edificio a prova di bomba atomica, poi il nemico si rivelò in punta di coltello), sulle comunicazioni (non c’ era internet, il telefono satellitare pesava più di cento chili, ficcavi in borsa lettere scritte a mano per spedirle, una volta tornato a casa), sulle sigarette, sulla musica, sulle scaramanzie, sulla follia, sulle barzellette (e magari raccontarvene una). Quando tornavo dalla guerra in auto fino a Capodistria era un uscire dalla grotta un po’ alla volta. Passavo in Friuli, ed era finita, liberi tutti. Adesso mi arrivano le immagini del mio Friuli. Un posto di confine a Savogna. Un’auto che gira nella notte a Tolmezzo, con gli altoparlanti. Dovrei fare il viaggio al contrario, adesso, viaggiare verso la Bosnia. Ma sono stanco, sono andato lungo, perché il viaggio al termine della notte è lungo. E la nostra è una guerra piccola anche se strana, difficile però con l’acqua, il riscaldamento, il gas, la corrente elettrica, il pane, la benzina. Ci manca solo un po’di ossigeno e un po’ di abitudine a tenere duro. Anch’io devo reimparare: mi sembra di essere quell’anziano ufficiale in pensione che nel quartiere di Ciglane la sera accendeva la luce, quando c’era corrente ma anche l’oscuramento obbligatorio, si attaccava alle bottiglie che un po’ alla volta finivano e cantava a squarciagola canzoni partigiane di un tempo finito. I vicini sospettavano che quella luce fosse un punto di riferimento per la fucileria degli assedianti: erano solo nostalgie da vecchio. L’importante è perdere le illusioni: il picco deve ancora arrivare. Ma ne usciremo. Però niente torna come prima, dopo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome