Di Raffaele Rinaldi

Il culto dei maestri è diventato una pratica all’apparenza sterile, nel nostro tempo.
Se nel Medioevo – e anche oltre – il passato rappresentava l’Autorità Indiscutibile, e perciò tutto quel che tentava di sottrarsi ai canoni e alle regole sancite dalla tradizione “dei padri” appariva come irrimediabile errore, l’era moderna, specialmente a partire dal Secolo dei Lumi, ha vieppiù reso marginale il passato, fin quasi a “ghettizzarlo”. Si potrebbe addirittura vedere in questo processo (nel quale vi è un elemento di reazione a lunghi secoli di “dittatura degli antenati”, che non concepiva se non con forte sospetto l’idea di innovazione) una caratteristica decisiva della mentalità moderna.

Oggi, che l’idea di progresso si è fatta più problematica benché non abbia assolutamente smesso di influenzare la mentalità corrente (giacché il progresso è nei consumi quotidiani, si tocca con mano e addirittura si può portare in tasca: cellulari, smartphone…), mentre continuiamo a ghettizzare il passato e a processarlo incessantemente (usiamo il senno di poi e il giudizio anacronistico in dosi industriali), non siamo più sicuri del futuro: ci rimane quindi il presente, l’unica certezza tangibile alla quale aggrapparci. Consumare qui e ora tutti i frutti possibili del progresso e dello “sviluppo”, secondo il carpe diem peculiare della nostra forma di vita: ecco il motto odierno.
(Finora la preoccupazione per le generazioni future, per l’ambiente, ecc., è poco più che una bella enunciazione di principio.)

In un quadro del genere, dunque, che spazio possono avere i maestri? Dirò di più: siamo ancora disposti a credere che esistano dei maestri?

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