L’esercito israeliano spara sui palestinesi: non una lacrima neanche a pagarla.

Molto alto il numero di morti e feriti tra i palestinesi che manifestavano lungo la "Marcia del Ritorno", commemorazione del giorno in cui, 42 anni fa, vennero espropriati delle loro terre da Israele.

Fonte: Il Giornale

Erano migliaia i palestinesi che si sono riuniti sulla Striscia di Gaza a manifestare pacificamente per la Grande Marcia del Ritorno, per celebrare il Giorno della Terra, il giorno in cui vennero espropriati delle loro terre, nel 1976. Quel giorno di 42 anni fa l’esercito israeliano si recò a Sachnin, Arraba e Deir Hanna per reprimere le proteste dei palestinesi che si erano opposti al colonialismo di Tel Aviv. Il bilancio di quel 30 marzo 1976 fu di 6 morti, centinaia di feriti e centinaia di arresti.

42 anni dopo la crisi arabo-israeliano non si è affievolita né risolta, e la spocchia di Israele è andata solo peggiorando. È con questa spocchia che negli ultimi 40 anni -ignorando totalmente centinaia di risoluzioni ONU e ammonimenti della comunità internazionale- Israele ha portato avanti un processo di colonizzazione senza misura con annesse repressioni, omicidi e arresti di palestinesi, rendendo di fatto impossibile ogni convivenza pacifica tra arabi ed ebrei. Ebbene, 42 anni dopo, lo stesso 30 marzo, il bilancio è di 16 morti e più di 1500 feriti. È morto anche un ragazzo di 16 anni.

La manifestazione organizzata dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno), doveva restare pacifica come era cominciata e doveva proseguire per sei settimane, fino al giorno del Nabqa, giorno della nascita di Israele. Il Ministro degli Interni israeliano, Avigdor Lieberman, aveva dichiarato in anticipo che i cecchini schierati al confine con Israele, insieme all’artiglieria pesante schierata, avrebbero aperto il fuoco su chiunque si fosse avvicinato al territorio israeliano. Le minacce non sono rimaste soltanto parole e i cecchini hanno aperto il fuoco sui manifestanti. Sono stati sparati anche colpi di cannone e i droni hanno sganciato lacrimogeni. Le uniche “armi” utilizzate dai palestinesi sono state le pietre.

Sono pochi gli Stati che possono permettersi simili repressioni ingiustificate senza pagare alcuna conseguenza. Israele quando pagherà per questa pulizia etnica? Di certo il silenzio e la complicità della comunità internazionale non aiuta. Ma questa comunità, si sa, non ha tra i suoi fini quello di rendersi garante di equilibrio e di giustizia fra gli Stati, ma quello di mantenere fermi i rapporti di forza internazionali, saldando la già fin troppo marcata linea tra oppressori e oppressi. L’intero circolo mediatico si è limitato a riportare i fatti, certamente perché eclatanti, senza però esprimere lo straccio di un giudizio. In questi casi, il silenzio non è espressione di imparzialità, ma di omertà politica.

 

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