Qualcosa ci è sfuggito di mano ed alcuni decenni ce ne doneranno la certezza definitiva: ci volteremo, esausti e moribondi, verso ciò che é stato e troveremo solo rovine, macerie, il profondo abisso della scomparsa. Chi sarà in grado di prestar fede ai canti gioiosi con cui le donne, dalla bellezza inaudita, allietavano i fertili campi della nostra terra? Chi udirá le urla, lo stridío della passione, i feroci colpi di tacco, l’estasi panica ed il dolore causati dal morso della tarantola? Recarsi nelle strade comporterà ancora il mattutino odore di pane, il vincolo indissolubile di un caffè offerto, la gioia goliardica delle facezie? Persisterá la memoria del dolore e del lavoro estenuante di uomini e donne costretti a versare sangue per raccogliere e trasformare, con la sacra perizia, i frutti degli ulivi salmastri? E quando la notte verrà, inesorabile, ad eludere le nostre paure, ci riuniremo in case diroccate ed angoli urbani ad affogare la tragedia della vita in canti eterni e in bicchieri rossastri? Pensate a ciò che stiamo perdendo, guardate come la storia sia crudele nello spingerci a distruggere il nostro passato, la nostra tradizione. L’agonia comincia ora, le cantine chiudono i loro battenti, l’epitaffio é siglato: ma noi soffieremo sui volti dei posteri le ceneri di queste rovine e in onore dei tempi che furono , qualcuno potrà ancora vederci ” bere un altro bicchiere, ora che ne abbiamo il tempo, ed un’altra volta!”

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