Di Giorgio Bianchi

Torez è una città mineraria del Donbass.
Tutt’intorno agli edifici di architettura sovietica è una groviera di buchi nel terreno e di altrettante collinette di materiali di risulta. Vista dall’altro quest’area sembra un campo da golf.
Torez ha tutta l’aria del villaggio di frontiera; sembra un misto tra l’Alaska di Jack London e il Klondike di Paperon de’ Paperoni.
Leonid e Yuriy sono due fratelli gemelli e lavorano entrambi in una miniera artigianale, uno dei cosiddetti kopanki. Cresciuti in orfanotrofio fanno i minatori da sempre.
Appena li incontri e ci parli un poco capisci che lo stereotipo del minatore gli si addice poco: perspicaci, intelligenti, educati ma anche guasconi come solo i ragazzi cresciuti per la strada sanno esserlo.
Due ragazzi di vita pasoliniani educati alla maniera sovietica.
Leonid e Yuriy chiamano la loro miniera “il buco” e quello è; un buco nero che cattura dentro di sé non solo la luce, ma anche il respiro vitale di questi uomini, giorno dopo giorno.
Come la guerra; anche se questi due ragazzi hanno deciso che la guerra preferiscono farla solo davanti al PC; la loro battaglia quotidiana piuttosto consiste nel lasciare nel buco la paura e la fatica per mantenere intatti i colori delle loro case.
Si perché nelle loro abitazioni non c’è traccia di quel nero: né di quello lasciato nel cuore dalla guerra né di quello lasciato sulla pelle dal carbone.
Durante il periodo del mio lavoro dormivo a casa di Yuriy e poi durante il giorno lavoravo principalmente a casa di Leonid.
La sua famiglia emana calore. Vedere un pezzo di ragazzo come lui crollare addormentato sul grembo della moglie mentre lei gli accarezza la testa, ti fa capire quale sia l’unico modo per resistere ad una vita così dura.
Aleksej Stachanov, che finì i suoi giorni proprio a Torez, aveva scelto la bottiglia, loro invece resistono grazie al sostegno che si danno gli uni con gli altri.
Le figlie di Leonid studiano danza presso la locale Casa della cultura.
Questi centri policulturali sono una reminiscenza dell’era sovietica. Una volta si sostenevano grazie alle sovvenzioni delle miniere ufficiali; ora che quest’ultime sono chiuse vanno avanti solo grazie alla buona volontà del personale che le amministra.
La direttrice è una bellissima donna sui quarant ‘anni, colta, raffinata e vestita sempre elegantemente alla moda.
Appena l’ho incontrata mi sono subito chiesto cosa ci facesse una donna così affascinante in un luogo desolato come quello.
Era dannatamente fuori posto.
Ovviamente le ho chiesto perché non se fosse andata dalla città come avevano fatto in molti.
Lei mi rispose che è in posti come quelli che c’è più bisogno di persone come lei.
Guadagna due lire, attacca al mattino presto e la sera fa anche la discoteca, nella quale vanno dai bambini ai minatori.
Non entra una goccia di alcool e prima del coprifuoco tutti a casa.
E’ tutto in mano alla sua buona volontà e ai pochi fondi che le passano a causa della guerra.
Mentre ero nel suo ufficio a bere un tè con i biscottini assieme alle sue collaboratrici abbiamo iniziato a parlare della situazione politica e delle ricadute della guerra sulla loro cittadina.
Una alla volta le altre signore sono scappate fuori a piangere al solo pensiero delle persone perdute, andate via o dei parenti dall’altro lato del fronte.
Rimase solo lei che con le lacrime agli occhi mi disse:

“noi abbiamo il dovere di restare e di essere ottimisti. Lo dobbiamo a quei ragazzi che vengono qui e ai quali abbiamo l’obbligo morale di offrire un futuro”.

Quando hai questo nel cuore e nel cervello sei un missionario in Patria.
Bisognerebbe spiegarlo ai tanti attivisti che si appassionano soltanto alle cause lontane dal proprio Paese.
C’è tanto da fare anche fuori dalla porta di casa.

Foto scattata da Giorgio Bianchi nell’aprile 2018 nel Donbass

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