I silenzi di fuori vengono infranti dalle urla delle prime vittime della crisi: i piccolissimi imprenditori che protestano alle porte delle banche per ottenere un prestito di cinquanta euro per la spesa; gli uomini e le donne di tutte le età che in questi giorni non sono stati uccisi dal virus ma dalla disperazione per il licenziamento e l’incertezza del futuro.

Mentre questi drammi quotidiani proseguono nell’attesa che l’epidemia faccia il suo corso, in teleconferenza si svolge l’Eurogruppo. Battaglia epocale combattuta da piccoli uomini ispirati da qualche gruppo d’interesse o, nel “migliore” dei casi, da forme estreme di fanatismo ideologico.

Finanza e democrazia; sapevamo già da tempo quanto questo binomio contraddittorio andasse a colpire i più deboli, e l’altro ieri abbiamo avuto conferma di come la prima sia considerata di gran lunga più importante della seconda.

Lo aveva già detto chiaramente Wolfgang Schäuble, quando da Ministro delle finanze avvertì il suo omologo greco Varoufakis – nel pieno della crisi più feroce che un Paese europeo avesse vissuto dopo la guerra – che «le elezioni non possono cambiare un programma economico di uno stato membro».

Specialmente se si tratta del programma scritto dalla Troika. «Yanis», aggiunse schiettamente Schäuble, «tu devi capire che nessun paese è sovrano oggi. Specialmente uno piccolo e in bancarotta come il tuo». L’episodio avvenne durante un altro Eurogruppo, quello dell’estate bollente del 2015.

Durante quelle riunioni poche decine di ometti in giacca e cravatta – carrieristi senza scrupoli, ragionieri con la bava alla bocca guidati dall’ex presidente alcolizzato di un paradiso fiscale – decisero le sorti di un Paese dalla storia millenaria.

Già allora, inaugurando la catena dei disastri dell’ultimo decennio, si era avuta la dimostrazione che l’Unione Europea fosse un’istituzione antidemocratica. Un mostro istituzionale che niente aveva a che fare con il Manifesto di Ventotene né tantomeno con il sogno politico di superare i nazionalismi, dopo che questi diedero pessima dimostrazione di sé in una guerra mondiale.

«Ogni tanto un oratore pronuncia quel nome strano, Maastricht, invocando l’Unione dell’Europa senza ulteriori ragguagli», scriveva Alberto Ronchey su la Repubblica nel 1992. «Ma non se ne parla proprio d’annunciare tempi duri e pericolosi», aggiunse in riferimento alle durissime riforme fiscali e istituzionali previste per l’ingresso nell’Unione. «Anzi alla fine tutto s’aggiusta secondo Giulio Andreotti e qualche ministro ever optimistic».

È accaduto invece il contrario. Perché anni di vincoli fiscali irrazionali, tenuti rigorosamente in vigore anche e soprattutto durante gli anni della crisi, e di “suggerimenti” del diavolo (cioè della Commissione) su come e dove tagliare la spesa pubblica, hanno creato un baratro sociale che gli europei non immaginavano neppure. Abituati com’erano ad un benessere relativo ma invidiabile se solo confrontiamo questi giorni a quelli di allora.

Pretendere di creare un’armonia di popoli era evidentemente un’assurda follia, essendo gli strumenti utilizzati per realizzare il sogno gli stessi che lo avrebbero infranto. Provocando di fatto una spirale di eterna crisi la cui gestione è riservata a commissari di cui non conosciamo i nomi e che non possiamo sfiduciare, svincolati come sono da ogni responsabilità morale e legale.

Creare l’Europa unita non sulla base di una lingua comune – che non esiste -, non su una solidarietà condivisa – che non hanno voluto che esistesse -, ma su una moneta che era ferraglia e carta straccia prima ancora che nascesse. Perché il sogno europeo è per i pochi che possono permettersi di fare sogni tranquilli o che riescono a dormire di notte.

Oppure per una piccola percentuale composta da uomini d’affari o frequentatori assidui d’aeroporti che trovano in Bruxelles un modello di sovranazionalità esemplare. Tutte cose che importano poco alla maggioranza degli europei che non lascia mai la sua provincia, che non ha mezzi per farlo. Quel che resta dell’armonia europea, in giorni come questi, è solo il rancore che gli inermi cittadini di uno stato provano nei confronti dei cittadini altrettanto ininfluenti di un altro Paese.

Quale folle può aver ideato un’idea mostruosa come quella secondo la quale vincolare le economie degli Stati e sospenderne le democrazie nei momenti di crisi possa creare un’Europa unita? Una scelleratezza i cui meccanismi disgregatori risultavano perfettamente prevedibili anche nel 1992.

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia tra i massimi esperti della globalizzazione, ha delineato scenari inquietanti durante un’intervista per Report. «Se dopo il coronavirus l’Europa cercherà di imporre le vecchie regole del deficit al 3% e del debito al 60% del Pil i movimenti nazionalisti non avranno più freni».

«Avremo un mondo», continua, «dove sarà urgente ripristinare l’equilibrio tra il popolo, il potere e il profitto. Se non lo capiremo, questa crisi ne preparerà un’altra peggiore. Lei se la immagina una crisi peggiore di questa?». Sappiamo già che il Patto di Stabilità è stato solo sospeso.

Eppure i giornali questa mattina parlano di vittoria; di primi passi verso un compromesso europeo. L’Europa che si muove, finalmente. Poco, dicono, ma si muove. Ma in quale direzione? Gualtieri, di quale vittoria parli?

Questa è piuttosto l’Europa che inizia a contare i suoi giorni. Che si avvia verso la disgregazione. Perché con i miseri strumenti inseriti nell’accordo dell’Eurogruppo si può salvare forse l’euro, non di certo l’Europa.  E cosa succederà dopo, quando le conseguenze sociali e umanitarie di queste scelte appariranno in tutta la loro drammaticità, ci è dato solo immaginarlo.

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