Le sardine sorridono al fianco di padron Benetton e del loro cortigiano, Oliviero Toscani. In risposta all’indignazione di molti, Santori e gli altri firmano un comunicato in cui chiariscono che la loro visita alla “Fabrica” di Treviso, uno «spazio creato per stimolare il pensiero alternativo e il rinnovamento culturale», non rappresenta però un endorsement ai Benetton e al loro modus operandi nel campo delle autostrade e dell’industria tessile.

Ed io sono convinto che abbiano ragione. Agiscono in perfetta buona fede. Personalmente non ho mai attribuito alle Sardine una valenza politica: cosa c’è di seriamente politico in un movimento sovra mediatizzato che “porta la gente in piazza” a gridare contro l’odio e i populisti? Niente.

E infatti loro lo hanno sempre ammesso:«Noi non abbiamo precise rivendicazioni politiche (questioni economiche, geopolitiche ecc) ma chiediamo soltanto di usare le buone maniere. Smettetela di chiederci come la pensiamo!».

Il problema dunque non sono le Sardine, che organizzano begli eventi; il problema è la loro onnipresenza mediatica e la narrazione promossa dai media anti Salvini secondo cui Santori e compagni siano dei nuovi bolscevichi.

Le Sardine, e questo era chiaro a qualcuno fin dall’inizio, si sono fatte strumentalizzare. Molto volentieri. Loro dicevano che non hanno competenze in materia giuridica? Gli si chiedeva il parere sulla prescrizione. Incalzati sulle più importanti questioni geopolitiche, dicevano che non erano pronti.

Semplicemente: le Sardine non hanno mai preteso di proporre alcunché; sono stati gli sciacalli a dipingerli – col loro consenso sia chiaro – come trascinatori delle folle al grido di «Non leghiamoci!».

Tutt’altro che eredi della sinistra, sono stati considerati tali – e si considerano così loro stessi – solo perché non è ancora stata realizzata una seria presa di coscienza, a sinistra, sulla crisi storica ed esistenziale della sinistra stessa.

Cosa c’è di sinistra nell’appoggiare partiti liberal progressisti che promuovono privatizzazioni, concorrenza, flessibilità (ovvero precarietà) a dispetto di stato sociale, equa distribuzione delle risorse e stabilità?

Le Sardine sono dei parvenu della politica. Espressione di un ceto medio non particolarmente colpito dalla crisi che può permettersi il lusso di affermare, col ghigno e l’ignoranza del primo della classe, che l’odio è un vizio dei cattivi, che bisogna “praticare gentilezza a casaccio e dire frasi prive di senso”.

Soltanto che appena un gradino sotto di loro c’è un popolo di disoccupati e di lavoratori in cassa integrazione che non sanno che farsene delle buone maniere. Ci sono i lavoratori della Whirlpool che riempiono di botte i sindacalisti che annunciano fallimenti e “piccoli passi” al megafono.

La politica è fatta anche di simboli: se posate con i Benetton, responsabili per le loro negligenze della morte di 40 persone, non potete rispondere parodiando le ovvie polemiche (noi e i “poteri forti” ecc). Non potete combattere il populismo e posare con i padroni che con le loro attività generano diseguaglianze, cioè il terreno fertile dei populisti.

Le Sardine avrebbero invece dovuto riempire gli spazi delle contraddizioni sociali, non solo Piazza 8 agosto. Solo così avrebbero avuto senso: non dicendo che l’odio è un capriccio dei malvagi, ma che il mondo – che loro vogliono affrontare col sorriso sulle labbra – è pieno di merda e di contraddizioni. Altrimenti a che cosa servono le loro piazze? Per diffondere ottimismo c’erano già Renzi e i Teletubbies.

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