La Mecca, città sacra dell'Islam, rientra nel territorio saudita (Photo: AsiaNews

La storia dei paesi musulmani ha seguito un corso e un’evoluzione diversa rispetto a quella europea. Gli occidentali – e noi europei in particolare – guardano alla storia per come è stata narrata dalla nostra storiografia. Da qui la concezione fortemente eurocentrica del corso della storia, che connota sia le accademie che l’uomo della strada, com’è naturale. Ovviamente questo tipo di visione risulta confusa e fuorviante per chi è nato e cresciuto al di fuori dei confini occidentali, ma anche per gli stessi storici nostrani, che da tempo ormai si sono convinti della convenzionalità delle categorie elaborate dalla storiografia moderna, inapplicabili al racconto degli avvenimenti, o per lo meno applicabili solo tenendo bene in mente che queste stesse categorie sono soltanto indicazioni che orientano lo studio.

Anche le periodizzazioni risultano dunque semplici “paletti” fissati dalla storiografia per inquadrare la storia secondo quadri precisi. Il guaio è che queste periodizzazioni, che si sono formate sulle trasformazioni epocali d’europa e dell’occidentale in generale, possono essere applicate esclusivamente al nostro percorso storico.  Sovrapporre le etichette di “Medioevo” o di “Modernità” alla storia di altri popoli è un errore imperdonabile. Significa giudicare i processi di trasformazione storica di paesi extra-europei secondo le nostre categorie valoriali. La concezione eurocentrica della storia ha avuto (ed ha) una conseguenza immediata, cioè quella di considerare le altre civiltà come arretrate rispetto alle nostre, e una più estesa nel tempo, cioè considerare la civiltà “arretrata” come una civiltà inferiore, e quindi da dominare.

Questo discorso non riguarda soltanto gli eventi del passato, come le spedizioni coloniali condotte nelle Americhe, per le quali ai sovrani di Castiglia e d’Aragona era stata suggerita di proporre una legittimazione religiosa: colonizzare le Americhe è giusto perché ci abitano popoli pagani. Una monarchia cattolica voluta direttamente da Dio deve portare il cristianesimo in quelle terre. E sia, sono passati cinquecento anni. Ma quando il presidente degli Stati Uniti, in pieno ventunesimo secolo, legittima le sue guerre assassine utilizzando la parabola dell’ “esportazione della democrazia” e dei “diritti umani”, come dovremmo reagire?

Eppure ci sono dittature che non possono essere spodestate. Ѐ il caso dell’Arabia Saudita, una teocrazia ferma per mentalità e concezione del potere al primo anno dell’Egira, fondata su una dottrina religiosa di origine sunnita, il wahhabismo. In Arabia Saudita non vengono rispettati i diritti umani e le donne – alle quali è stato concesso il diritto di prendere la patente di guida e di andare allo stadio solo l’anno scorso – vengono regolarmente lapidate per strada in caso di adulterio.

Il re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd posa con i membri della Shura (AP Photo/Saudi Press Agency, File)

Ogni paese ha seguito il suo corso storico, e se in Arabia Saudita i sudditi si stancheranno delle loro condizioni, saranno loro a decidere che forma dare alla loro rivolta, sempre se vogliono ribellarsi. Il problema è che l’Arabia Saudita riflette il wahhabismo anche sulla politica estera. Unisci il wahhabismo e un miliardario saudita ed ecco la guerra in Yemen, ecco il terrorismo in Siria e in Iraq. Ma qual è l’origine dell’osmosi tra dinastia saudita e Wahhabismo?

Origini del wahabismo

L’Islam si è formato nella penisola araba a partire dal VI secolo. Si tratta di una religione molto complessa e articolata, professata in maniera differente in base ai paesi in cui è stata adottata: l’Islam si è esteso negli anni dalla penisola araba verso  ovest – nel Maghreb e in vaste zone dell’Africa – e a oriente – in India e nel sud-est asiatico. Come religione si è dovuta sovrapporre a ordini sociali già definiti, perciò dovendosi adattare a situazioni politiche differenti, ha finito essa stessa per essere professata in maniera diversa in base alle condizioni storiche, politiche e sociali dei paesi che si convertirono, certo conservandone i principi fondamentali. Da qui le scissioni religiose che hanno caratterizzato l’Islam. L’Islam professato in Arabia Saudita non è lo stesso Islam professato in Iran, e l’Islam professato in Indonesia non é quello professato in Europa.

Il consenso generale della comunità

La confessione religiosa originaria che si è formata spontaneamente dopo la morte del Profeta (632) è chiamata sunnismo. La confessione sunnita era volta a garantire unità e ordine alla umma (comunità), regolate secondo due fonti principali, che sono il Corano, che riporta letteralmente la Rivelazionee la Sunna, che riporta gli hadit (consuetudini e detti del Profeta). In relazione a queste due fonti principali, l’Islam sunnita classico organizzava la vita sociale, politica, economica e morale dei fedeli anche in base all’ iǵmāovvero il “consenso generale della comunità. Questo è un elemento fondamentale nella ricostruzione storica del wahhabismo. A proposito dell’iǵmā, Alberto Ventura ha scritto: “Come si deve procedere quando il Libro di Dio [Corano] e l’esempio del suo Inviato [Sunna] non sono sufficienti a regolare una particolare questione? Allorché si è ritenuto necessario stabilire una norma per qualcosa che non avesse precedenti, il sunnismo nel suo complesso ha aderito al concetto dell’iǵmā, termine che significa letteralmente << accordo >>, << convergenza >> e che è stato assunto per esprimere la nozione di << consenso generale della comunità >>. […] Tutto ciò ha favorito – in una religione in cui manca un’autorità legiferante unica e per la quale è fondamentale l’ingiunzione divina ai credenti di consultarsi a vicenda – un atteggiamento conservatore e di sviluppo al tempo stesso, che vede nel lento convergere dell’opinione comune su determinate questioni un elemento di rassicurante continuità e di protezione da ogni devianza dogmatica o sociale. […] Accettando l’iǵmā in questo senso si riconosceva anche che l’infallibilità non era caratteristica peculiare di alcune persone ma apparteneva piuttosto alla collettività; non si dirimeva tuttavia la questione di come andasse intesa questa collettività, se cioè il consenso dovesse essere letteralmente quello dell’intera comunità dei credenti o fosse ristretto alle sue classi più particolarmente rappresentative. […] Fra tutte le questioni proposte, si può tuttavia concordare su una definizione generale che è stata data del consenso così come il pensiero sunnita lo ha infine elaborato: << L’iǵmā è l’accordo di tutti i credenti in generale, e in particolare quello dei competenti cui è stata affidata la cura di prendere decisioni in materia giuridica>>.”

Verso il nuovo millennio

La pratica dell’iǵmā ha caratterizzato il sunnismo per molti secoli. Ѐ stato proprio grazie al “consenso” che il sunnismo per molto tempo non si è chiuso in vicoli ciechi dottrinari e in vincoli d’ortodossia. L’Islam ha quindi potuto svilupparsi  seguendo un’evoluzione storica, e le comunità potevano regolare la loro esistenza politica, sociale e morale attorno alle deliberazioni del “consenso”. Da qui si sono create numerose scuole giuridico-teologiche in seno al sunnismo, che si formavano in un clima di tolleranza.

L’Islam, a differenza del cristianesimo che aspetta il ritorno del Messia, ha una concezione regressiva del tempo, per cui più ci si allontana dall’epoca del Profeta e della sua generazione, più evidente risulta la corruzione del tempo e dei costumi degli uomini, i quali si allontanano dalla purezza di Muhammad. Di fatto con il passare degli anni i musulmani guardarono alla loro comunità come a qualcosa che si stesse degradando sempre più irreversibilmente e le varie scuole giuridico-teologiche – che avevano rappresentato la pluralità interna allo stesso Islam – diventarono sempre più intolleranti e settarie. Bisognava salvare l’Islam che i tempi e la modernità avevano reso corrotto e fragile. Queste idee divennero sempre più intense man mano che ci si avvicinava all’anno mille dell’Egira (1591 del calendario gregoriano), per cui allo scoccare del nuovo millennio si diffuse ovunque un’aria di rinnovamento e si fece viva la necessità di elaborare riforme per salvare l’Islam dalla sua corruzione. La mossa che alcune scuole ritennero necessaria per ripristinarne la purezza era quella di ritornare ad un’interpretazione letterale del Corano, anche a discapito della pratica del “consenso generale della comunità”. Interpretare il Corano alla lettera significava di fatto escludere dall’organizzazione sociale quell’ <<accordo della comunità>> che aveva garantito lo sviluppo politico, sociale e culturale del sunnismo. Ed escludere questa pratica di pluralismo e tolleranza avrebbe avuto la conseguenza immediata di trasformare le comunità islamiche in comunità intolleranti e settarie. La battaglia tra coloro che predicavano il ritorno alla purezza dell’Islam e coloro che volevano mantenere la pratica del consenso generale proseguì negli anni. Tuttavia, nonostante la resistenza dei secondi, l’intolleranza religiosa che durante il primo millennio dell’Islam era stata sempre controllata e limitata, da questo momento in poi si diffonderà sempre più profondamente, tanto che gli studiosi hanno parlato a questo proposito di proto-fondamentalismo.

Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab

Al-Wahhab è nato nel 1703  in un villaggio povero e arretrato della penisola, nella regione del Najd. Studiò le scienze religiose e viaggiò nei centri di insegnamento più prestigiosi. Durante i suoi studi e i suoi viaggi maturò la convinzione che il sunnismo dovesse ritornare alle proprie origini. Era necessario riportare l’Islam alle sue fondamenta, al messaggio originario di Dio al Profeta, alla dimensione primitiva che le generazioni passate avevano corrotto con le loro interpretazioni e innovazioni. L’unica barriera spirituale efficace contro la degenerazione verso cui stava precipitando l’Islam poteva essere rappresentata solo dal ritorno alle origini. Ritornare alle origini per correggere i danni endogeni allo stesso sunnismo, e soprattutto per limitare la diffusione dello sciismo – specie in Iran – e delle altre correnti scismatiche. Al-Wahhab scrisse la sua opera principale – il Kitāb al-Tawḥīd (il <<libro dell’unità divina>>) – e cominciò a diffondere tra gli emiri le sue idee di riforma, che però furono rigettate perché troppo rigoriste ed eccessive. Al-Wahhab venne cacciato dalla sua comunità. Tuttavia, la sua dottrina trovò un appoggio politico e questo le permise di non essere dimenticata tra integralismi messi a tacere dalle comunità sunnite. Alberto Ventura scrive:

“[…]Questo esilio  avrebbe messo fine alla sua attività, se egli non avesse cercato e ottenuto un appoggio politico che proteggesse le sue idee e le propagasse con decisione. Ibn ‘Abd al-Wahhab trovò questo appoggio in Muhammad Ibn Sa’ud, emiro di Dar’iyya, un’altra piccola oasi del Najd. Con un celebre patto d’alleanza […] Ibn ‘Abd al-Wahhab e Ibn Sa’ud si giurarono nel 1744 fedeltà, allo scopo di far trionfare i princìpi del wahhabismo sotto l’egidia di un nuovo stato teocratico retto dall’emiro e dalla sua famiglia. Di qui in avanti le vicissitudini dell’ideologia wahhabita non potranno più essere disgiunte dalle fortune della gente saudita. Il nuovo principato, che si espanderà con alterne fortune per due secoli (fino a unificare i due regni del Najd e del Hijaz nell’attuale regno dell’Arabia Saudita) ha dovuto col tempo mitigare per realismo politico gli eccessivi rigori del primitivo Wahhabismo, ma tuttora rivendica a sé quella funzione di garante politico dell’Islam e della sua ortodossia che il simbolismo della sua bandiera – la professione di fede protetta da due spade incrociate – richiama esplicitamente”.

Il wahhabismo si è configurato già nelle sue origini come un regime profondamente rigoroso e intollerante. Considerava infedeli – e come tali da uccidere – non soltanto i cristiani e i fedeli di altre religioni, ma gli stessi musulmani che avevano adottato confessioni diverse, in modo particolare gli sciiti, e soprattutto gli sciiti iraniani, che acquisivano sempre più potere e popolarità. La guerra dei sauditi, wahhabiti, contro gli iraniani, sciiti, che oggi rappresenta una dei motivi di disordine nel Medio Oriente, comincia qua.

Il Wahhabismo inoltre ha potuto godere di grande diffusione. Primo. La dottrina di al-Wahhab si presenta come una “semplificazione” dell’Islam. La dottrina veniva esposta in piccoli trattati, in opuscoli e libretti che si contrapponevano ai grandi trattati dei teologi e dei giuristi. Questo le ha garantita una grande diffusione negli ambienti popolari. Secondo. Nel corso degli ultimi secolo l’Arabia Saudita è diventata una superpotenza economica grazie allo sfruttamento delle risorse naturali. Per questo motivo ha potuto finanziare la diffusione del Wahhabismo e della sua versione del Corano anche nel mondo occidentale, finanziando la costruzione in di Moschee, istituti culturali, centri islamici, biblioteche.

Queste le origini del cuore religioso e politico dell’Arabia Saudita. Un paese tanto influente quanto cieco, al quale l’Occidente – l’Italia tra tutte – vende armi per miliardi di dollari che questo usa per radere al suolo lo Yemen.

Un paese violento e spietato con cui l’Occidente ha stretto un alleanza che si realizza nella diffusione del terrorismo islamista che sta falcidiando il Medio Oriente e che semina terrore anche nel cuore d’Europa. Tagliagole pagati per massacrare chiunque li capiti davanti, con il beneplacito di Qatar e Turchia. Ma alla fine la colpa non è (solo) dell’Arabia Saudita, ma di chi le stringe la mano.

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