«Non si abita un Paese, si abita una lingua». Lo ha detto Moni Ovadia, ebreo praticante ma non credente, a proposito dello yiddish; la lingua degli ebrei orientali, degli “ebrei erranti” – come li chiamava Joseph Roth -, e soprattutto lingua dell’esilio. E come lo yiddish, che si porta dietro il pegno della persecuzione, anche molti africani o sudamericani hanno parlato una lingua che più che avere un alfabeto portava un marchio indelebile, il segno delle catene: il creolo, la lingua della schiavitù; parlata inizialmente sia dai figli dei coloni che dagli indigeni e poi relegata spregiativamente ai neri delle colonie, i servi della gleba. Lo yiddish è stata una delle lingue più parlate nella Mitteleuropa. Parlata finché agli ebrei era permesso di vivere, perché le terre in cui questa lingua era maggiormente diffusa sono state anche quelle in cui chi la parlava veniva perseguitato. «I soldati e ufficiali furono assaliti da un’insana sete di sangue; vi furono bambini pugnalati nelle culle in presenza della madre, uomini abbattuti col calcio del fucile, donne sbudellate a colpi di baionetta», scrive Israel J. Singer ne I fratelli Aszkenazy, raccontando del pogrom di Leopoli del novembre 1918. Dopo il 1945 la Galizia fu assegnata all’Ucraina e l’intera popolazione di lingua polacca dovette trasferirsi ad Ovest, nei territori della nuova Polonia strappati ai tedeschi. Migliaia e migliaia di persone costrette all’Esodo, che si portavano con sé solo la loro lingua, per non perdere sé stesse. Anche in Italia abbiamo avuto il nostro Esodo. Sconosciuto ai più e vituperato da molti; ancora oggi è un argomento tabù, da quando è stato preso in ostaggio dal dibattito politico. Conserva la sua dignità solo nella memoria degli esuli e nei luoghi della storia. Per più di un decennio a partire dal 1944 circa 250 mila italiani furono costretti a lasciare le regioni giuliane e istriane in cui avevano vissuto per generazioni, fianco a fianco con gli slavi. Pagarono loro il pegno, essendo italiani o anticomunisti, del debito lasciato dai gerarchi mussoliniani vigliaccamente fuggiti prima che cominciassero le ritorsioni; sloveni e croati restituirono agli italiani i dolori del fascismo. Il confine, a Gorizia, tagliava in due la città separando le democrazie liberali dalla galassia socialista.

Piazza Transalpina a Gorizia, divisa in due tra Italia e Jugoslavia durante la Guerra Fredda

Oggi quelle regioni fanno parte della Croazia e della Slovenia. La cortina di ferro è stata abbattuta ma Gorizia rappresenta ancora un confine; non solo tra Italia e Slovenia ma tra l’Unione Europea e i dannati della terra che provano a raggiungerla a piedi. Parlano le lingue del nuovo Esodo: l’arabo levantino siriano, il pashtu e il dari afghano, l’arabo mesopotamico iraqeno. Tutti rigettati, oggi come allora; Gorizia che parla sia i dialetti italiani che le lingue slave, che ha un’identità e una storia ibrida – spesso conflittuale -, vive l’eterna contraddizione tra meticciato e rifiuto.

Tunnel dei migranti che cercano di raggiungere l’Italia dalla Slovenia (foto: Lucia Bellaspiga)

Da qui furono respinti gli italiani che vi abitavano da sempre, e che insieme agli esuli giuliani e dalmati furono spesso respinti anche dalle altre regioni, spaventate dai loro contatti con i comunisti jugoslavi. Fu il primo grande rifiuto dei migranti della storia repubblicana: italiani che rifiutarono altri italiani, secondo la vocazione fratricida che ci appartiene da sempre, come scriveva Saba.
Oggi il confine con la Slovenia è chiuso anche per noi, ma una cosa importante da fare quando sarà di nuovo possibile viaggiare – chissà come e quando -, sarà proprio andare nelle terre del rifiuto, al confine tra il Friuli e la Slovenia, dove prima si parlava italiano. Dove la nostra è stata a lungo la lingua dei carnefici e poi quella delle vittime; la lingua degli oppressori ma anche quella degli oppressi.

Confine Italia-Slovenia dopo l’emergenza coronavirus (Foto: Telefriuli)

Bisognerà andarci con gli sloveni, come loro amici. Non come chi rivendica cose ormai non più sue, come quelle due vecchie sclerotiche tedesche di cui raccontava Kapuściński, che nel 1961 scapparono da una clinica per andare in Polonia a cercare la loro vecchia casa; ma Taubus, la loro città, ormai si chiamava Olecko, e non faceva più parte della Germania. Andare mettendo da parte ogni polemica politica, ogni dibattito storiografico, cercando non la Storia ma le piccole memorie di chi è rimasto. Perché probabilmente la storia dell’Italia repubblicana, quella costruita dai nostri bisnonni, comincia proprio da qui. Dal confine orientale, dove ognuno può trovare dei parenti uccisi nella battaglia di Vittorio Veneto; da qui dove gli italiani sono stati cotretti a fuggire, per essere poi in parte ripudiati da altri italiani. Qui dove anche la nostra è stata una lingua dell’Esodo.

Dipinto: Roberto Carradori

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