Studiando alcune dinamiche geopolitiche ci si può facilmente rendere conto di quanto l’ossessione, tutta liberale, di realizzare un unico mondo «all’Occidentale», si trasformi nel più grande ostacolo per i processi di democratizzazione di alcune società. Succede in modo particolare per i Paesi islamici. Capita spesso di imbattersi nelle dichiarazioni di noti liberali, Emma Bonino docet, che chiedono interventi militari, in Afghanistan o in Iran per esempio. Lo scopo è quello di rovesciare lo status quo e garantire l’avviamento di processi di civilizzazione in quelle stesse regioni martoriate. Con risultati estremamente contraddittori. Lo scrive Anna Vanzan, docente di Cultura Araba all’Università degli Studi di Milano, nel saggio Rivoluzioni e genere in Medio Oriente: sfide, pericoli e (qualche) risultato.

«È altresì importante rilevare come la lotta delle donne per affermare i propri diritti sia a volte frenata da alcuni interventi occidentali: ad esempio, la “guerra al terrorismo” scatenata dopo l’11 settembre e la sua parallela crociata
islamofobica hanno contribuito ad arrestare diversi processi di emancipazione femminile. In Iraq l’occupazione straniera ha rafforzato le forze conservatrici che hanno smantellato il codice di famiglia esistente, uno dei più avanzati nel mondo islamico. L’intervento della forza internazionale, da molti letto (e manipolato) come un attacco alla religione, ha dato nuova linfa ai gruppi radicali, che hanno a loro volta attaccato i diritti faticosamente conquistati dalle donne. Il linguaggio retorico della “democrazia esportata” da Occidente ricorda quello della “missione civilizzatrice” dell’epoca coloniale, imponendo alle donne di
scegliere fra fedeltà al proprio paese/cultura e la lotta per i propri diritti, come se tali concetti fossero inconciliabili tra loro.»

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