Di Gilberto Trombetta

Secondo l’FMI quella di quest’anno sarà, su scala globale, la crisi più grande dalla seconda guerra mondiale. Il crollo del PIL è stimato del 3% (una stima ottimistica).

In tutto il mondo, il Paese che secondo le stime subirà il crollo maggiore sarà proprio l’Italia: -9,1% del PIL nel 2020. Anche in questo caso, dispiace dirlo, temo si tratti di una stima oltremodo ottimistica.

Intanto l’Italia si avvicina al secondo mese dal primo vero provvedimento di chiusura. Era il 21 febbraio. Senza dimenticare che lo stato di emergenza era stato addirittura dichiarato il 31 gennaio.

Dei fantomatici 750 miliardi dichiarati e promessi in lungo e in largo dal Governo, nessuna traccia.

Anche prendendo per buone le dichiarazioni del Governo secondo cui a circa 1 milione di persone sarebbero già arrivati i 600 euro, si tratterebbe di circa 600 milioni di euro.

Forse perché, di quei 750 miliardi sbandierati, i soldi veri sono appena 25 miliardi. Quei 25 miliardi che secondo Gualtieri – quel Gualtieri che fu relatore del MES per l’Italia – avrebbero dovuto movimentarne 350 (sì, se vi sentite presi in giro, ne avete tutto il diritto).

Gli altri 400 miliardi sarebbero prestiti che le banche dovrebbero fare alle aziende in difficoltà, garantiti però dallo Stato. Con quale capitale? Non è dato saperlo. Anche in questo caso, il sentore di essere presi in giro è davvero forte.

Intanto molti, al Governo e fuori, continuano a spingere affinché l’Italia ricorra al MES. Almeno per riprendersi, dicono, quanto stanziato a suo tempo. Cioè poco più di 14 miliardi.

Già questo dovrebbe insospettire: ma come, il Governo dice di aver stanziato 750 miliardi di euro e adesso si straccia le vesti per farci ricorrere al MES al fine di recuperarne 14?

Anche fossero i 37 di cui si parla a sproposito, la sproporzione tra i numeri dovrebbe essere evidente a chiunque sia in un buona fede.

Della famigerata “potenza di fuoco”, quei fantomatici 700 miliardi di euro, non ha nemmeno senso parlarne visto che quei soldi andrebbero trovati sui mercati con l’emissione di bond. Cioè, detto in maniera più semplice, a oggi quel “fondo cassa” non esiste.

È doveroso ricordare, poi, che un MES senza condizionalità non esiste. Chi continua a parlarne o non sa di cosa sta parlando oppure mente sapendo di mentire. In ogni caso, sarebbe meglio tacesse.

Dicevamo, i pianti affinché l’Italia ricorra al MES, non solo fuori dal Paese, sono tanti. Troppi.

Si tratta di una finestra di Overton.

Secondo il sociologo da cui prende il nome, la finestra di Overton è la gamma di politiche politicamente accettabili dalla popolazione in un determinato momento.

La fattibilità politica di un’idea (soprattutto se controversa) dipende principalmente dal fatto che rientri in questo intervallo.

Sfruttando l’apertura di questa finestra, la politica può spingere per determinate decisioni, impensabili o inaccettabili al di fuori della stessa, senza apparire troppo estrema correndo così il rischio di perdere il supporto dell’opinione pubblica.

Questo ossessivo stracciarsi le vesti affinché l’Italia ricorra al MES (cioè accetti di fatto di mettersi a breve la troika dentro casa), rappresenta il tentativo di aprire artificiosamente una di queste finestre.

Un tentativo che va respinto con ogni mezzo possibile. Soprattutto adesso, in una situazione di sospensione della democrazia.

Una sospensione così evidente e violenta che ormai diversi costituzionalisti stanno alzando la voce muovendo critiche dure e mirate sulla legittimità del modo di operare di questo Governo, a colpi di DPCM.

Un Governo che ha nominato l’ennesima commissione di esperti di formazione liberale.

Una squadra a cui delegare le scelte meno digeribili dalla popolazione per poter poi scaricare su di loro la colpa.

Non è un caso se si vocifera che a Colao gli si voglia offrire addirittura un Ministero.

Come non è un caso che qualcuno già parli di scudo penale per l’operato di questa squadra di futuri macellai del popolo.

Ecco, anche queste sono finestre di Overton.

Vanno chiuse il più velocemente possibile. E poi sbarrate con le assi di legno. Di modo che non si provino più a riaprile.

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