Di Andrea Zhok

Per molto tempo davanti all’utilizzo dei termini “Europa” e “(Anti)Europeismo” con riferimento all’Unione Europea e ai suoi critici molti pensavano ad un’infelice confusione verbale, un difetto espressivo contingente, latore di spiacevoli fraintendimenti.

Ma dopo infinite discussioni pubbliche, mille chiarimenti, interminabili tediose precisazioni, se oggi sentiamo ancora qualcuno parlare di ‘visione europeista’, ‘ideali europei’ e ‘amore per l’Europa’, con riferimento all’Unione Europea, dobbiamo concludere che si tratta di schietta malafede.

Che l’Italia sia in Europa è un dato geografico di cui pochi dubitano.

Che l’Italia sia storicamente, culturalmente, ed economicamente legata ad altri Stati europei è anch’esso troppo ovvio per essere rimarcato; ed è parimenti ovvio che nessi e relazioni non potranno che esservi anche in futuro.

Immagino che ci sia chi teme che gli ‘antieuropeisti’ mirino all’instaurazione di un regime autarchico di autoconsumo e gelosa autarchia culturale. Immagino anche che ci sia chi vede dietro l’angolo un futuro di endogamia gozzuta, che richiede urgentemente di essere scongiurato. Difficile capire su quale pianeta vivano. Le ultime notizie mi danno le classi dirigenti italiane dedite a parlare un misto di italiano da aperitivo e inglese da aeroporto, e a coltivare amorevolmente autorazzismo a secchiate e il più patetico provincialismo esterofilo.
Non posso escludere che l’autarchia italica ci attenda nel futuro come non posso escludere la Resurrezione dei Corpi entro domani o la trasformazione del Texas in un Soviet, ma non mi paiono opzioni all’ordine del giorno, su cui concentrare la discussione.
Non direi che sia questo il problema.

Il punto di fondo, invece, appare molto più semplice.

Nessuno – certamente non lo scrivente – ce l’ha con l’Europa geografica, paesaggistica, gastronomica, letteraria, tecnologica, artistica, architettonica, ecc. Siamo tutti felici di avere la possibilità (almeno di principio) di mangiare qualche volta la Paella, di passeggiare per l’Englischer Garten, di visitare la cattedrale di Reims o l’Acropoli.

E infatti nessuna di queste bellissime cose:

ci obbliga a tutelare monetaristicamente i capitali a scapito dell’occupazione (art. 2 statuto BCE),

ci forza a ridurre le condizioni di lavoro a quelle del peggior datore di lavoro europeo (direttiva Bolkenstein),

ci costringe a concorrere al massimo ribasso sulla tassazione delle imprese in competizione con dei paradisi fiscali (Olanda, Lussembrgo, Irlanda, ecc.),

ci tiene sotto perenne ricatto finanziario, da cui per difenderci chiede il pizzo in forma di svendita dello Stato (Fiscal Compact);

ci ricatta per far passare accordi bancari a noi sfavorevoli (bail-in) o per introdurre l’abiura di Keynes in Costituzione (art. 81);

ecc. ecc.

E’ così, cari amici.
Nessuno odia i Souvlaki o Schubert o la Sagrada Familia, e questo perché non siamo minacciati a colpi di Souvlaki o di quartetti d’archi, ma dai Trattati sottoscritti da una generazione di politici inqualificabili oramai quasi 30 anni fa.

Se qualcuno riesce a sostituire l’UE con l’URSE (Unione delle Repubbliche Socialiste Europee), sono certo che il popolo non si scoprirà ‘antieuropeista’.

Se riuscite a proporre un’alleanza di liberi stati, con pari dignità, senza meccanismi di ricatto e coazione, con la dignità del lavoro e la piena occupazione come obiettivi, vi assicuro che di “antieuropeisti” in giro ne resteranno davvero pochi (e quei pochi saranno tra le fila degli odierni cantori dell’”ideale europeo”).

L’antieuropeismo è un conio della Neolingua liberista, di quella genia che nel nome dell’ “Amore per l’Europa” ha messo in piedi il più sistematico ordine di sfruttamento dei lavoratori che l’Europa ricordi da quando Dickens scriveva Oliver Twist.
Quelli che si riempiono la bocca di ‘apertura internazionale’ e ‘ideali europei’ sono gli stessi che hanno creato in Europa la più grande palestra d’odio dalle pistolettate all’Arciduca Ferdinando, mettendo sistematicamente i popoli europei in una competizione illimitata gli uni contro gli altri, insegnandogli che ogni debolezza verrà punita, che ogni arretramento verrà sfruttato.

Possiamo considerare difensori dell’Europa gli ‘europeisti’ formato Maastricht, quanto possiamo considerare difensori del lavoro quelli che scrivevano “Arbeit Macht Frei”.

È giunto il momento di farla finita con questo intollerabile sofisma, questo inaccettabile inganno verbale. L’Europa ha oggi un nemico fondamentale, subdolo e privo di scrupoli, rappresentato da chi, avvolto nella bandiera europea e nel nome dell’europeismo, sostiene la preservazione di quella fallimentare istituzione storica chiamata Unione Europea.

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