Riproponiamo questo articolo straordinario di Massimo Fini pubblicato nel 1985. Un ritratto dell’Unione Sovietica di Gorbaciov e della crisi sociale che di lì a poco avrebbe fatto crollare un impero d’argilla. Il poeta russo Tjutčev ha scritto un giorno che “non si può capire la Russia con la mente, si può solo crederle”. Buona lettura.

“Mosca, novembre. Tornavo una sera dal terrificante quartiere Ismailova, cinque altissime torri di vetro, esclusivamente di alberghi e ristoranti, ai limiti dell’Ismailoski Park, uno stupendo bosco di betulle alla periferia di Mosca (sia detto di passata, i boschi, i parchi, i giardini non mancano nella capitale sovietica e sono forse la cosa più gradevole di questa città di piombo: 26 metri quadrati di verde per abitante, là dove Londra ne ha 9, Milano 5, Parigi 4). C’ ero andato per cercarvi una discoteca, che, secondo alcune indicazioni dei miei amici russi, molto vaghe (le indicazioni sono sempre vaghe a Mosca), avrebbe dovuto stare ad un piano imprecisato di qualcuno di quei falansteri. Naturalmente non avevo trovato nulla, a parte un tassista esoso che, per riportarmi in centro, voleva dieci rubli (ci accordammo poi su tre). Del resto. vere discoteche, a Mosca, non esistono, le poche sono per gli occidentali, come quella del gigantesco albergo Cosmos (3.500 posti) dove, oltre ai turisti, vanno i diplomatici e i giornalisti stranieri portandosi i dischi ed estasiandosi per la presenza di un gruppetto di patetici punk sovietici per lo più informatori della polizia. In realtà, i giovani russi, la sera, fanno quello che fanno tutti gli altri russi quando vogliono divertirsi un po’: si invitano l’un l’altro nelle proprie case. Ero dunque tornato nel centro di Mosca, deserto come al solito, e m’ero seduto sui gradini del Museo di Lenin, a due passi dalla piazza Rossa, quando da un anfratto sbucò una vecchia e mi chiese una sigaretta. I capelli bianchi, candidi, le uscivano di sotto l’immancabile berretta, la faccia aveva liscia, pulita, gli occhiali quasi eleganti. Però sentiva fortemente di vodka. Una «bolgia dantesca» vicino al Bolscioi Fumando ci mettemmo a parlare, come potevamo, in russo. Mi disse di chiamarsi Tamara. Quando le raccontai che mia madre è una russa che emigrò, di Saratov, si mise affettuosamente a chiamarmi con dei nomignoli. Misca, Mamisca che erano, più o meno, gli stessi vezzeggiativi che mi dava mia madre da piccolo. Mi permise di guardare nella sua avoska, la sporta a rete: c’era un grappolo d’uva, un barattolo vuoto, alcuni fazzoletti bianchi bordati di rosso. Alla fine le diedi tre rubli. E la vecchia, tutta allegra, chinò tre volte il corpo faticoso quasi fino a terra, come fan le donne nelle chiese ortodosse, e per tre volte mi baciò la mano. Entrai così diritto e di filato nella Russia di Dostoevski. Nonostante la sovietizzazione, nonostante il regime, nonostante l’occidentalizzazione, nonostante la tecnologia, nonostante l’Ismailova, il Cosmos e il prospekt Marxa, la Russia esiste ancora. Esiste nei russi. In questo popolo immenso, sentimentale e crudele, generoso e avido, ospItale e infido, orgoglioso e  servile, violento e masochista, scialacquatore, malinconico, fatalista, indolente, sognatore, bugiardo, supremamente bugiardo, e comunque in ogni cosa eccessivo. Basta solo grattare un poco la patina piccolo borghese e tecnologica, avvicinare i russi là dove possono essere se stessi, nelle loro case, nei banja, nei mercati, e la vecchia Russia, anche se non più santa, la Russia contadina, barbara, profonda, salta subito fuori. Il banja, un incrocio fra la sauna finlandese ed il bagno turco, è un’antica tradizione russa. La maggior parte di quelli di Mosca risale al periodo zarista. lo sono andato in uno poco lontano dal Bolscioi, un edificio a due piani, che portava l’insegna: «Bagni per uomini-Di prima qualità». Sulla strada, a una bancarella tenuta dall’immancabile vecchia, si comprano i fasci di betulle. Poi si entra in un atrio di marmo bianco e di gesso che ricorda un po’ gli ingressi dei postriboli d’una volta. Si salgono le scale di marmo e, pagati 60 copechi, si arriva alla prima parte del banja, una grande sala i cui soffitti e pareti sono interamente rivestiti di legno scuro finemente intarsiato ed arabescato. Alle finestre spessi vetri liberty, ma con motivi moreschi, in luogo delle tende. Dal soffitto pendono splendidi lampadari di cristallo. I posti a sedere sono meno sontuosi: delle specie di panconi ferroviari con un alto schienale a cui si appendono i vestiti, a parte alcuni separé a quattro posti nascosti dietro una tenda araba a strisce d’un giallo e d’un marrone molto carichi. In questa sala ci si spoglia, si affitta un lenzuolo bianco di tela ruvida e, con questo drappeggiato addosso, ma più spesso senza, ci si siede sui panconi. Chi sta lì, nudo, in completo relax, ad occhi chiusi, chi gioca a carte con un compagno, chi fuma, chi taglia un cocomero, chi fa uno spuntino con birra, pane e voblà. un pesce affumicato cui si stacca la testa a morsi e si mangia così com’è. Al banja vanno tutti: operai, impiegati, militari, manager, giovani, vecchi, padri con i loro bambini, è l’unico posto veramente interclassista d’una società che, come vedremo meglio in seguito, è rigidamente divisa in caste. Qui invece la promiscuità è assoluta (a parte, naturalmente, la nomenclatura vera e propria, l’alta burocrazia di Stato; che non si fa mai vedere in giro). Nudi, i russi rivelano dei corpi bianchi, tozzi, muscolosi, con dei sessi relativamente piccoli rispetto alla stazza. Molti hanno le braccia ed il torso tatuati. Lontano dai niet, dai divieti, dai lacci burocratici Quando da questo camerone si passa nel bagno turco si apre una scena dantesca: in una grande sala di marmo, sorretta da ampie colonne, fra vapori roventi ed il profumo penetrante delle betulle, uomini nudi siedono completamente immobili su delle panche di legno, altri saltellano sotto docce caldissime, altri rovesciano sulle piastrelle del pavimento, da certe fetide bacinelle, un’acqua scura per alimentare i vapori, altri si fustigano a vicenda, duramente, metodicamente, con le betulle, sul petto, sulla schiena, sulle gambe, come flagellanti medievali, altri si sferzano il corpo da soli con rapidi contorcimenti. Su un sopralzo in marmo, ornato da colonnette sottili, che sta in fondo alla sala e che è il punto più caldo della sauna, un giovane ne insapona un altro, sdraiato a pancia sotto, lentamente, dolcemente, minuziosamente, il collo, le spalle, la schiena, le natiche, le cosce, la pianta dei piedi. Eppure i banja russi, a differenza, poniamo, delle saune di New York, non sono luoghi di omosessuali (gli «uomini azzurri» come li chiamano qui). La gente dei banja è normalissima, il clima cameratesco, virile. Nondimeno da questa promiscuità, dal tormento del calore, dal rito della fustigazione affiora il profondo masochismo dei russi (che spiega anche, in parte, l’acquiescenza alla lunga teoria di feroci dispotismi, fino all’attuale, di cui è fatta la loro storia) e, legata a questo, la nascosta omosessualità, o, se si preferisce, la componente di femminilità, morbosa e crudele, che c’è in ogni maschio russo. Su un piano più convenzionale il banja è un luogo dove il russo viene per rilassarsi, un rifugio dove assaporare per qualche ora una libertà continuamente minacciata dai niet, dai divieti, dai lacci burocratici, dalle corvee defatiganti di cui è intrisa la vita della società sovietica. Al mercato degli uccelli come a Marrakech Una mattina che m’ero alzato prestissimo e mi trovavo in strada prima delle sei, sentii, nel pieno centro di Mosca, un gallo cantare. Mi voltai per vedere dove fosse in quell’oceano di cemento quando un altro gallo gli rispose in lontananza. Così un terzo e un quarto. Chiesi che cos’era a Masha e Masha decise che quel giorno mi avrebbe portato al «Mercato degli uccelli». Prendemmo il tram. Era domenica ed il tram era zeppo in modo indescrivibile, non si potevano muovere né braccia né gambe e ad ogni fermata continuava a salire gente. Noi eravamo in fondo alla vettura. Masha si fece dare da me cinque copechi e li passò a quello che era davanti a noi e costui a quello successivo: dopo trenta secondi arrivò, di ritorno, il biglietto. Notai che la stessa cosa faceva ogni persona che saliva, se non aveva l’abbonamento. Pensai che non solo a Napoli, ma neanche a Milano quei soldi sarebbero mai arrivati a destinazione. Finalmente il tram si svuotò e ci trovammo davanti al «Mercato degli uccelli». Il «Mercato degli uccelli» si tiene all’aperto, su un vasto spiazzo recintato e, oltre agli uccelli, vi si vende di tutto: gatti bastardi e gatti di razza, pesci, galli, galline, oche, tartarughe, serpentelli, lucertole, conchiglie, gusci di molluschi, pietre, da quelle di un minimo di pregio, come l’opale, a quelle di nessun valore ma belle per il colore o la forma. E cani, cani d’ogni tipo, bastardissimi e di razza, compreso lo stupendo lupo siberiano dal muso nero ed il resto del corpo chiarissimo, dal pelo argenteo o color sabbia. E certi pani gialli maleodoranti, che si muovono, si sformano e continuamente vengono riassestati, tagliati a spicchi e cubetti dai banditori, e che ad un esame più attento si rivelano essere grumi di piccolissimi vermi, cibo per i pesci d’acquario. Ma la cosa più singolare è che pochi sono i venditori per così dire professionali, la maggioranza è gente qualunque, è lì per vendere un cane, un gatto, una gallina che, nel freddo autunno russo, tiene in qualche borsa sdrucita o al riparo del bavero del cappotto o addirittura in tasca o che, come ho visto per un cagnolino, fa spuntare dal collo della camicia. Sembra di stare al mercato di piazza Djamnà el Fna a Marrakech, dove chiunque stende il suo tappeto e vende un chiodo, un paio di slip, una bottiglia vuota. «Vedi» mi dice Masha «chi compra quei galli, quelle galline, quelle oche non lo fa per tirargli il collo e cucinarli, ma per tenerli come animali domestici, sul balcone di casa.  Ecco perché hai potuto sentire cantare il gallo in piena Mosca». Il fatto è che anche nei russi di città, come i moscoviti, è rimasto un profondo legame con la campagna, da cui l’amore per gli animali rustici, ed il bisogno di tenerseli accanto pur in un habitat così diverso è solo uno dei segnali. Del resto sono molto spesso nipoti o figli di contadini o ex contadini essi stessi. Basta pensare che, negli anni della collettivizzazione forzata delle campagne attuata da Stalin, 18 milioni di contadini fuggirono in città e, nel periodo 1959-’70 se ne trasferirono altri 21 milioni (il che spiega le dimensioni mostruose prese da una città come Mosca). Ad ogni buon conto, 100 milioni di contadini restano ancora nelle sterminate campagne della Russia europea ed asiatica. Ed è su di essi e sul loro sfruttamento che per decenni ha vissuto, e ancora in parte vive, l’Unione Sovietica; è grazie a loro che può esistere una città come Mosca con i suoi assenteismi, le sue inefficienze. i suoi parassitismi e anche con le sue grandiosità ed i suoi lussi. Scrive il dissidente Lev Timofeev in L ‘arte del contadino di far la fame: «All’improvviso, con stupore. ho capito che tutto il sistema sovietico, a partire dal nostro presuntuoso governo fino agli scienziati atomici ed ai poeti-parolieri, vive alle spalle della famiglia contadina, come una sanguisuga avvinghiata all’economia contadina. Per decenni infatti il contadino ha lavorato praticamente gratis per il kolchoz, cioè per la collettività. mentre per mantenere sé e la sua famiglia doveva contare sul suo appezzamento personale, non più di mezzo acro (un quarto di ettaro), perché così impone la legge». «Che tu viva soltanto del tuo stipendio» In pratica il contadino svolgeva un doppio lavoro, uno pagato e uno no. Negli ultimi tempi, soprattutto con Breznev, le cose sono migliorate per i contadini: continuano ad avere un doppio lavoro ma quello del kolchoz viene, sia pur miseramente, remunerato e, soprattutto, l’ estensione dell’ «appezzamento personale» è stata portata ad un acro (in compenso han preso a peggiorare condizioni dei cittadini, i quali, per poter vivere decentemente, hanno tutti, a loro volta, un secondo lavoro, tanto che, come racconta Hedrick Smith, per anni corrispondente del New York Times a Mosca, una delle maledizioni più feroci che si scambiano sovietici è: «Che tu viva solo del tuo stipendio»)Di questo immenso mondo contadino, per lo più negato agli occidentali, si può avere una qualche idea anche a Mosca andando nei mercati kolchosiani, i mercati cioè dove i contadini, che arrivano da quasi tutte le repubbliche dell’ Unione, dall’ Uzbekistan, dalla Georgia, dall’ Azerbaigian, dalla Lituania, dall’Estonia, dalla Lettonia, dalla Bielorussia, vengono a vendere, a prezzo libero, gli ortaggi e gli altri prodotti della terra coltivati appunto sul proprio «appezzamento personale». Il mercato kolchosiano è uno spazio rettangolare, al coperto, molto simile ai nostri se non fosse per le linee arabeggianti delle porte e delle finestre e per qualche scarno fregio di stile anch’esso moresco. Dietro i banchetti stanno in piedi le vecchie e tozze contadine, col classico platok, il fazzoletto dai colori vistosi annodato dietro la testa (i pochi uomini portano invece la tubiteka, un cappello nero, quadrato, di tipo arabo), vestite di un grembiale bianco che copre una serie incredibile di gonne e sottogonne corte che lasciano vedere grossi polpacci fasciati da calze grigie di lana. Pagata sottobanco la visita a domicilio Vendono melograni, cetrioli, funghi, barbabietole, finocchi, rapanelli, il kizil che è un rosso frutto di bosco, cavolfiori, pomodori, mele, formaggio e la panna acida tipica della mensa russa. Mentre le commesse dei negozi di Mosca sono indifferenti e, più spesso, scostanti e maleducate, le vecchie contadine sono amabili e coinvolgenti. E si capisce facilmente il perché: le prime vendono per lo Stato, queste per se stesse. Così, quando ti avvicini, quei volti rugosi, scolpiti, si illuminano, bocche sdentate si aprono: «Vieni caruccio, piccolino, non avere paura, assaggia». L’ assaggiare, lo spiluzzicare è uno dei riti del mercato kolchosiano. Le contadine non s’ arrabbiano, paiono anzi compiaciute, poiché i prodotti dei mercato kolchosiano sono più freschi e molto migliori di quelli dei negozi di Stato ed il prezzo è libero (mentre nei negozi è fissato, appunto, dallo Stato), i prezzi sono molto più alti, fino a quattro volte quelli dei negozi (per tre mele rosse ho pagato la bellezza di tre rubli). Succede così che, a differenza di quello che accade negli analoghi mercati dei paesi europei. il mercato kolchosiano, sia per i prezzi, sia per il conseguente privilegio di non far la coda, è frequentato soprattutto dai russi-bene, e solo qui si vedono certe eleganti signore di cui vanamente si cercherebbero le tracce negli altri negozi di Mosca. I mercati kolchosiani a Mosca sono trenta. Ma capita spesso di vedere nei sottopassaggi, all’ uscita delle stazioni del metro o di quelle ferroviarie, la donnetta che ha improvvisato un banchetto e vende pesce o carne o mele o magari pochi mazzi di rapanelli. Questo mercato libero dei generi alimentari è ufficiale e legittimo, ma non è che la piccolissima punta di un sommerso enorme, di una miriade di commerci privati semilegali ed illegali. A Mosca si scambia assolutamente di tutto, spesso nella forma primitiva del baratto: il biglietto di teatro con la bottiglia di vodka, lo sconto ferroviario con le scarpe occidentali, il caviale contro il registratore a cassetta. Vuoi fare un viaggio in Cecoslovacchia senza sottoporti alla lunga trafila burocratica? Lo compri da un amico che ce l’ha già, naturalmente a prezzo maggiorato. Vuoi avere la Zigulì senza aspettare i due-cinque anni che normalmente occorrono? La paghi 50 mila rubli invece dei 7 mila che è il prezzo fissato dallo Stato. Eppoi c’è il medico che, se lo paghi sottobanco, viene a casa. Il macellaio del negozio statale che vende la carne di nascosto. Ci sono idraulici privati, sarti privati, dentisti privati, asili privati. Il paese che ha abolito ufficialmente il mercato è, in realtà, tutto un mercato, un enorme, vorticoso bazar. Lo scambio diventa frenetico con gli occidentali da cui si comprano pantaloni, maglioni, scarpe, orologi, sciarpe, cravatte, macchine fotografiche, registratori, dischi, cassette e con i quali, soprattutto, si scambiano rubli con gli ambitissimi dollari ad un prezzo quattro volte superiore al cambio ufficiale (cioè quattro rubli per un dollaro là dove lo Stato sovietico stabilisce autoritariamente che il rublo vale sempre e comunque un 10 per cento più del dollaro. Ma non sono solo questi i traffici fra russi ed occidentali. Una sera mi trovavo a casa d’una simpatica signora che lavora nella redazione d’un giornale moscovita. Saputo che ero anch’io giornalista mi disse: «Fantastico. Ce n’è del materiale d’inchiesta a Mosca». «Certamente, ma son cose che poi si possono scrivere?» dissi io, alludendo al suo mestiere. «Sì, da voi» rispose lei, ridendo. Una lezione alla sposina che in Italia prenderà il volo In genere io non dicevo ai miei conoscenti russi d’essere giornalista. Mi trovavo infatti a Mosca con un visto turistico e avrei potuto avere delle grane. Ma di quella signora ritenni di potermi fidare perché la vidi impegnata in una serie talmente impressionante di traffici, di scambi, di baratti che sicuramente aveva altro per la testa che pensare a me. Beh, a cena con noi c’era una coppia, un italiano residente in Italia e una russa, che s’era sposata proprio quella mattina. Lui, Giovanni, sulla soglia dei cinquanta, calabrese, piccolo, atticciato. Lei giovane, alta, slanciata, bionda, due stupendi, profondi occhi scuri, oci ciornia davvero. Nessuno dei due sapeva una parola, o quasi, della lingua dell’altro. Ma Giovanni, il tipico masculo italiano d’una volta, un po’ a gesti, un po’ a parole, un po’ con l’aiuto di Masha, impartiva alla sposina, già da quella prima sera di nozze, le regole sacre secondo le quali avrebbe dovuto d’ora in avanti comportarsi: pudicizia, occhi bassi, ordine in casa, il dentifricio si mette lì, lei in cucina, lui al lavoro, un figlio presto. E si infervorava, il poveretto, non sapendo, o non volendo sapere, che la giovane e bella russa, appena messo piede in Italia (il matrimonio le consente infatti l’espatrio), si sarebbe inviolata per sempre.”

Massimo Fini

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