Perché in Italia non si parla di politica estera?

Perché parlare di politica estera è vietato in campagna elettorale, e non solo

Qual è la nostra politica estera? Cosa combiniamo quando usciamo di casa? (Credit Foto - ANSA)

Fra poche settimane dovremo recare alle urne per votare chi ci rappresenterà in Parlamento e al Senato. Votare è sempre un esercizio di democrazia, decidere della propria rappresentanza è il nostro diritto fondamentale e un imprescindibile dovere. In Italia però la legge elettorale con cui si andrà al voto esclude dal teatro politico ogni forma di partecipazione legittima e democratica. Non soltanto il governo che verrà formato – per il meccanismo della stessa riforma – sarà un governo di grande coalizione, dove le coalizioni sono strumenti di esclusione di avversari politici. Ma si è pensato bene di scoraggiare la partecipazione di nuovi soggetti politici, costringendo loro e solo loro a presentare le firme che autorizzino la presentazione delle liste.

Il presidente Mattarella l’ha firmata e i giochi sono fatti. La campagna elettorale è ormai cominciata e a gareggiare saranno i privilegiati che partivano con cento metri d’anticipo, che non hanno raccolto le firme e che hanno soldi per sostenere la campagna, e chi è riuscito a raccogliere le firme e a consegnare le liste e che sicuramente non hanno alle spalle grossi finanziatori. Di salotto in salotto già da qualche settimana i candidati principali hanno presentato i loro programmi, hanno risposto alle domande, e si sono mosse accuse d’ogni genere. E un’infinità di promesse a bucare gli schermi. Tra una  finta promessa e un’ipocrita accusa però non si è riusciti a parlare di un ingranaggio fondamentale del meccanismo politico, della nostra politica estera. Nessuno ha spiegato dettagliatamente qual è la situazione internazionale in cui ci troviamo, nessuno ha tracciato uno straccio di contesto geopolitico in base a cui le decisioni vengono prese, anche le nostre. Nessuno lo ha fatto perché parlare di politica estera non è educato in campagna elettorale, non sta bene perché tutte i mostri vengono alla luce e soprattutto perché nessun giornalista lo ha chiesto. Chiarire il nostro ruolo nel contesto internazionale significa invece capire quanto valiamo fuori e dentro le porte di casa, e quali sono i nostri margini di scelta e di governo.

LA NATO

L’Italia è uno dei paesi fondatori della Nato, l’organizzazione di difesa internazionale che si è costituita nel 1949 nel secondo dopoguerra. Si è costituita come un sistema politico e militare del quale fanno parte i paesi occidentali che, uniti nel patto nordatlantico, si opponevano al blocco sovietico che si stava creando a Oriente con il Patto di Varsavia. Durante tutta la Guerra Fredda il blocco occidentale e quello sovietico si sono trovati più d’una volta sul piede di guerra, che per fortuna non è mai scoppiata. Nato e Patto di Varsavia avevano allora una giustificazione strategica, politica e militare, e cioè quello di creare un fronte unito in caso di aggressione esterna. Nel 1991 l’Unione Sovietica si sfalda, L’URSS diventa Federazione Russa, il socialismo reale diventa capitalismo e inizia “la grande rapina” con cui vengono privatizzate a prezzi ridicoli le grandi aziende ex sovietiche. Il grande orso russo era stato addomesticato. Scongiurato il pericolo che la Guerra Fredda gettasse il mondo nell’oblio, con la Russia che mai nella sua storia era stata così innocua, la Nato non aveva più motivo di esistere. Eppure non solo ha mantenuto la sua struttura, ma si è anche estesa negli anni a quei paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia. La Nato è illegittimamente rimasta, si è rafforzata in quanto a tecnologia e ha inglobato dei centri logistici cruciali che non aveva.

La Nato ha soprattutto infranto il suo principio fondamentale, quello che legava gli Stati membri da un vincolo di alleanza in caso di aggressione esterna. Non solo la Nato si è macchiata di crimini della portata epocale, in Yugoslavia, nel Golfo, in Afghanistan, in Siria, ma si è anche imposta radicalmente come un sistema di controllo politico guidato dagli Stati Uniti. Bush ha detto una volta “O stai con noi o contro di noi”, sintetizzando molto bene l’ossatura dell’Alleanza nordatlantica: gli Stati membri – anche se in misure diversi – costituiscono un organismo politico e finanziario che fa capo agli Usa. Chi fa parte della Nato non può sottrarsi alle spese militari, è costretto a prestare sostegno logistico e non può prendere iniziative diplomatiche che soffino contro gli interessi della Nato, anche quando vanno contro gli stessi interessi nazionali. E gli interessi della Nato sono quelli degli Stati Uniti. Prima domanda: ” Come può uno stato membro condurre una politica nazionale autentica?” Risposta: non può.

SPESE MILITARI

Nell’aprile del 2017 Trump visita il primo ministro italiano Gentiloni. Il tycoon è entusiasta dell’incontro e in un’intervista per Associated Press Trump svela a proposito della sua visita in Italia: ” Con il primo ministro italiano abbiamo scherzato: ‘forza, dovete pagare, dovete pagare’, gli ho detto. E pagherà“. Al tentativo del giornalista di Ap di avere dettagli più concreti (“Glielo ha detto? Glielo ha detto nel vostro incontro privato?”), Trump ha glissato: “Finirà per pagare. Ma prima di me nessuno glielo aveva chiesto. Nessuno. Nessuno gli aveva chiesto di pagare. Questo è quello che intendo quando dico che la mia è un tipo di presidenza diversa dalle altre”. Il ministro Pinotti – che tanto è rimasta colpita dalla bandiera del secondo reich sorpresa nell’ufficio di un carabiniere – ha dichiarato che l’Italia manterrà l’impegno, a tempo dovuto ovviamente. L’aumento della spesa militare passerà dall’1,18%  al 2% del Pil. Si tratta di 96 miliardi di dollari in più all’anno a fronte dei 24 miliardi che paghiamo già. 24 miliardi all’anno, 65 milioni al giorno. Nonostante l’Italia non abbia nemici e quindi non deve guerreggiare con nessuno, ma soprattutto nonostante abbia delle crepe profondissime nella spesa sociale, fa parte della Nato e deve gettare nelle spese militari 24 miliardi di dollari all’anno.

Il presidente Usa Donald Trump e il premier italiano Paolo Gentiloni (ap)

SOSTEGNO LOGISTICO

In Italia sono presenti sparse in tutte le regioni 59 basi militari americane e 13.000 soldati statunitensi. In questi ultimi anni l’aviazione Nato per bombardare la Yugoslavia e la Libia è decollata dall’Italia. Altro che difesa congiunta. Non solo l’apparato militare dell’Alleanza nordatlantica non si è dovuto difendere da nessuno ma al contrario è entrato in funzione come aggressore nei confronti di stati sfasciati e deboli per raggiungere i suoi scopi imperialistici. L’Italia ripudia la guerra, lo dice l’articolo 11 della nostra Costituzione. Ecco un motivo per cui la sovranità nazionale – e quindi la libertà di decidere della nostra politica – presente la Nato, è fuori gioco.

Inoltre c’è un altra forma di sostegno logistico che tiene in ginocchio l’Italia e che potrebbe causarne la dissoluzione in un soffio. La presenza di armi nucleari americane sul nostro territorio. Presenza che non è sicuramente una necessità nazionale. Come riporta Manlio Dinucci su Il Manifesto:

” L’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) si prepara a divenire una delle principali basi operative dei caccia F-35. […] la capienza complessiva sarà di 30 F-35. Tutti gli edifici saranno concentrati in un’unica area recintata e videosorvegliata, separata dal resto dell’aeroporto: una base all’interno della base, il cui accesso sarà vietato allo stesso personale militare dell’aeroporto salvo che agli addetti ai nuovi caccia.[…] Accanto agli F-35A a decollo e atterraggio convenzionali – di cui l’Italia acquista 60 esemplari insieme a 30 F-35B a decollo corto e atterraggio verticale – saranno dislocate a Ghedi le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12.[…] Poiché ciascun caccia può trasportare nella stiva interna 2 bombe nucleari, possono essere dislocate a Ghedi 60 B61-12, il triplo delle attuali B-61.[…] Caccia dello stesso tipo, armati o comunque armabili con le B61-12, saranno schierati nella base di Amendola (Foggia), dove un anno fa è arrivato il primo F-35, e in altre basi. Vi saranno, oltre a questi, gli F-35 della U.S. Air Force schierati ad Aviano con le B61-12.  “

Gli unici a muovere obiezione sono stati i pentastellati, che hanno chiesto che l’Italia dichiari “indisponibilità ad acquisire le componenti necessarie per rendere gli F-35 idonei al trasporto di armi nucleari”.  Questa richiesta potrà restare solo una richiesta, perché “l nuovo caccia F-35 e la nuova bomba nucleare B61-12 costituiscono un sistema d’arma integrato.”

INIZIATIVE DIPLOMATICHE

In questo stato di dipendenza politica e militare dalla Nato e in particolare dagli Stati Uniti, non è possibile prendere delle posizioni diplomatiche indipendenti. Basta osservare in che modo i nostri politici e i loro portavoce si pongono nei confronti degli “stati canaglia” come la Russia, la Corea del Nord, la Siria, il Venezuela. Ancora una volta l’Italia è incastrata negli interessi statunitensi. Non si spiegherebbe altrimenti per quale motivo si ostini a rappresentare la Russia e Putin come “minacce”, come “assassini” e “aggressori” anche quando appoggia le sanzioni che le fanno perdere 5 miliardi di introiti commerciali all’anno. Anche l’Europa non le vuole, ma parlarne è vietato. E infatti non lo fa nessuno, a parte qualche timido tentativo.

Un caso speciale resta il Venezuela, un paese distrutto da una battaglia economica fatta di embarghi e sanzioni, perpetuati da anni dagli Stati Uniti, che ha visto il suo momento più drammatico nella primavera e nell’estate del 2017. Questa guerra tremenda vede contrapposti il legittimo governo di Caracas guidato da Nicolas Maduro, erede diretto di Hugo Chavez, che portò la Rivoluzione Bolivariana nell’America del sud, instaurando regimi socialisti che avevano tra le loro priorità la spesa sociale e la fine delle privatizzazioni che falcidiavano il paese. Il Venezuela è vittima di questa guerra perché possiede la terza riserva di petrolio più grande del mondo e perché non cede la sua sovranità agli oligarchi stranieri. Come scrive Ignatio Ramonet:

“Per quattro interminabili mesi – da aprile a luglio – la controrivoluzione ha lanciato la più disperata e brutale offensiva di guerra contro il governo bolivariano. Finanziate in dollari dalla destra internazionale, le forze antichaviste, guidate dai partiti di estrema destra Primero Justicia e Volutad Popular, non hanno esitato a utilizzare paramilitari, terroristi e agenti mercenari della criminalità organizzata, in un susseguirsi di tattiche irregolari simultanee, impiegando anche un élite di esperti in guerra psicologica e propaganda “democratica” con lo scopo patologico di rovesciare Nicolás Maduro.
Ubriachi di violenza, le orde delle “guarimberas” si precipitarono all’assalto della democrazia venezuelana. Hanno attaccato, bruciato e distrutto ospedali, centri sanitari, asili, scuole, licei, reparti di maternità, magazzini alimentari e di medicine, uffici pubblici, centinaia di imprese private, stazioni della metropolitana, autobus, ecc. Mentre si moltiplicavano le barricate nei quartieri borghesi controllati da questi partiti.
I violenti, che lanciavano dozzine di bombe Molotov, si sono concentrati particolarmente contro le forze dell’ordine. Cinque militari sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. Inoltre, molti ‘guarimberos’ ostentarono una terribile ferocia quando hanno messo dei sottili cavi d’acciaio nelle strade pubbliche per decapitare i motociclisti … o quando, pieni di odio e razzismo, hanno bruciato vivi giovani chavisti. Ventinove in totale, di cui nove morti. Risultato: centoventuno persone uccise, migliaia di feriti e perdite milionarie.
Durante questi quattro mesi di attacco controrivoluzionario, l’opposizione incitava anche ad attaccare le basi militari, e ha cercato di spingere le forze armate a marciare contro il governo legittimo e a prendere d’assalto il palazzo presidenziale. L’estrema destra golpista ha tentato di tutto per generare una guerra civile, fratturare l’unione civico-militare e distruggere la democrazia venezuelana.
Allo stesso tempo, nello scenario internazionale, continuava la frenetica campagna mediatica presentando coloro che bruciavano gli ospedali, assassinavano gli innocenti, distruggevano scuole e bruciavano vive le persone, come “eroi della libertà”. Era il mondo al contrario, quello della “post-verità” e dei “fatti alternativi”.
Non è stato facile resistere a tanto terrore, a così tanta aggressività, e controllare l’ordine pubblico con una visione di autorità democratica, proporzionalità e rispetto dei diritti umani. Il presidente Nicolás Maduro, costituzionale e legittimo, invece ce l’ha fatta, è riuscito a trovare ciò che sembrava impossibile: l’uscita dal labirinto della violenza. Con una grande idea, che nessuno si aspettava, che ha turbato e sconcertato l’opposizione: ritornare al potere costituente originale.
[…]Il presidente Maduro ha deciso di riattivare un processo costituente popolare. Era l’unico modo per trovare, attraverso il dialogo politico e la parola, un accordo con l’opposizione e regolare il conflitto storico, per trovare soluzioni ai problemi del paese. […] Quel giorno, il Presidente ha annunciato che il 30 luglio si sarebbero svolte le elezione dei delegati all’Assemblea costituente. Era l’unica opzione per la pace.
Ma, ancora una volta […] l’opposizione ha respinto questa apertura. Tra gli applausi dalla stampa mondiale, come parte della brutale e spietata campagna contro la Rivoluzione Bolivariana, i partiti dell’opposizione hanno deciso di non partecipare … si sono dedicate invece a sabotare le elezioni, per impedire l’accesso ai seggi hanno costruito barricate, bruciato alcune sedi di seggi elettorali e minacciato coloro che desideravano esercitare il diritto al voto.
Ma hanno fallito. […] Più di otto milioni e mezzo di cittadini andarono a votare superando qualsiasi ostacolo, affrontando paramilitari e “guarimberos”. Attraversando le strade bloccate. Attraversando torrenti e fiumi. Facendo l’impossibile per compiere il proprio dovere civico, politico, etico, morale … superando le minacce dentro e fuori.

Manifestante violento a Caracas

Come hanno reagito i nostri politici reagirono a questa lezione di democrazia? Ognuno secondo la propaganda atlantista.

Gentiloni in un’intervista al Tg5 il 31 luglio: ” In Venezuela c’è una situazione al limite della guerra civile, al limite di un regime dittatoriale. Noi non riconosceremo l’Assemblea costituente voluta da Maduro”

Emanuele Fiano – che scrive leggi che puniscono col carcere chi fa apologia del fascismo – evidentemente non sa di appoggiare i fasciasti in Venezuela e si è espresso in questi termini: “Il diritto dei popoli è una cosa seria, quel diritto oggi nel Venezuela di Maduro subisce violenze gravissime. Una generica condanna della violenza è qualcosa, ma chi fa politica come noi deve essere in grado di dire il nome e cognome di chi quella violenza oggi in Venezuela sta provocando. In Parlamento e fuori

Salvini ha invece dichiarato:” Dramma nel silenzio in Venezuela. Centoquaranta morti, 20mila feriti, ottomila arresti, persecuzione di giornalisti, giudici e oppositori. Onu, Europa e governo italiano, pronti a rinnovare le sanzioni contro l’amica Russia, perché non muovono un dito?[…] Blocchiamo qualsiasi rapporto con gli assassini finché la democrazia e libere elezioni non saranno ripristinate”

Federica Mogherini:” l’Unione europea non riconosce la nuova Costituente eletta domenica scorsa in Venezuela ed è ‘pronta a rafforzare gradualmente’ la propria azione qualora la situazione degenerasse”. L’elezione della Costituente ha seriamente aggravato la crisi in Venezuela. Pertanto l’Ue e i suoi stati membri non possono riconoscerla a fronte delle loro preoccupazioni sulla sua rappresentatività e legittimità”

Da ogni angolo delle stanze della politica sono giunte le stesse identiche parole. Considerando che le accuse che muovono sono false e non sono dovute a convinzioni politiche,  è facile immaginare che chiunque andrà al governo manterrà queste posizioni, perché queste sono le condizioni imposte dagli Stati Uniti e dalla Nato. E se queste sono le condizioni della nostra politica estera, non potrà esserci governo in grado di muovere un dito in politica interna, e questo i candidati lo sanno bene. Gli unici a muovere timide obiezioni e che meritano una critica tutta particolare sono i deputati del MoVimento 5 Stelle.

MOVIMENTO 5 STELLE

Alla luce di tutte queste argomentazioni, il MoVimento 5 Stelle non può continuare a presentarsi come “anti-sistema”. Il motivo è semplicissimo. Il candidato premier Luigi Di Maio – che non ha alcuna esperienza politica né spessore intellettuale, qualità superflue per fare la marionetta – non può annunciare la rottura con la “casta” e poi dichiarare, durante un viaggio a Washington, di “non voler essere il Cameron italiano” – e quindi di non voler uscire dall’Euro per cambiarlo da dentro – e soprattutto che “l’Italia non lascerà la Nato con un governo pentastellato”. Ma Di Maio perde ogni traccia di credibilità di Di Maio quando compie un viaggio a Londra  insieme all’economista Lorenzo Fioramonti. A Londra i due hanno incontrato i più grandi Fondi d’investimento americani e britannici per “rassicurarli che il MoVimento 5 Stelle ha un programma solido e intenzioni serie” e mettere ordine al caos creato dalla stampa riguarda alle loro posizioni sull’Euro. I due sono volati fino a Londra – spiegato in estrema sintesi – per garantire ai grossi investitori che ad un’eventuale Italia pentastellata non sfiorerà neanche l’idea di uscire abbandonare l’euro.  Non c’è antisistema in queste condizioni, e Di Maio “mente sapendo di mentire.”

Luigi Di Maio

NIGER

Infine c’è la missione in Niger – pianificata per controllare i traffici di esseri umani nel cuore dell’Africa – che terrà impegnati nella regione 470 militari italiani. Si tratta di una missione volta a garantire stabilità in una regione diventata pedaggio dei trafficanti di esseri umani. Intervenire in Niger significa quindi controllare il flusso di migranti. Si tratta però anche di una missione di sostegno ai soldati francesi. I francesi vantano infatti una presenza militare molto significativa in Africa (7000 soldati), dislocati in particolare a Gibuti, in Senegal, a Gabon, in Costa d’Avorio, in Mali, in Niger e in Centrafica. La presenza militare francese in terra d’Africa si spiega in riferimento ai suoi interessi finanziari e industriali, piuttosto che alle sue premure sulla stabilità della regione. Cosa può interessare alla Francia del caos in Africa, se non ha esitato neanche un attimo prima di diffonderlo?

Niger © AP Photo/ Jerome Delay

Gli interessi francesi in questa regione difficile sono quelli legati alle risorse -soprattutto uranio e petrolio – depredate dalla Total e dall’Areva. Oltre che l’industria energetica, a legare la Francia a questa missione è il commercio delle armi: la Francia è la seconda esportatrice di armi nel mondo e il Sahel è un cliente importante. Infine vanno tenute al guinzaglio le 14 ex colonie che sono state costrette ad adottare il Franco CFA, una moneta controllata direttamente dal Tesoro di Parigi e dalla quale dipendono. Non bisogna dimenticare che Gheddafi è stato ucciso proprio perché voleva sostituire il Franco CFA con una moneta tutta africana garantita da ingenti riserve d’oro e d’argento, svincolando così gli Stati aderenti dal giogo francese e britannico. Come scrive Alberto Negri:” Ogni volta che l’Italia è coinvolta in una missione militare ricordiamoci dell’Iraq, della Somalia e dell’Afghanistan. Non siamo autonomi. In Somalia nel’92 gli Usa non ci davano neppure il permesso di atterrare a Mogadiscio. Come ex potenza coloniale non eravamo graditi. In Libia francesi, americani e britannici nel 2011 hanno bombardato Gheddafi senza farci neppure una telefonata. I nostri alleati, che sono anche dei concorrenti, ci rammentano, sempre che abbiamo perso la guerra.”

 

Infine è doveroso riportare un evento da raccontare come una barzelletta, per quanto è comicamente triste. Nell’ottobre 2016 l‘Unesco approvò una risoluzione proposta da otto paesi arabi in cui si denunciavano gli abusi di Israele sui luoghi sacri di Gerusalemme Est. La risoluzione prevedeva inoltre l’adozione dei nomi arabi per i luoghi di culto della Città Vecchia. Quando si votò all’Onu l’Italia, rappresentata dall’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, si astenne. La reazione di Renzi fu immediata. A RTL l’ex presidente del consiglio dichiarò :”Una vicenda allucinante!Ho chiesto al ministro degli Esteri di vederci subito al mio ritorno a Roma. Ho chiesto espressamente ieri ai nostri di smetterla con queste posizioni. Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele”. Seguì una telefonata di ringraziamento di Bibi Netanyahu.

Sarebbe lecito chiedersi, a questo punto, perché i politici non parlano di politica estera, ma la risposta sarebbe troppo semplice. Per non sbugiardarsi, chiaramente. Ma perché è anche l’informazione a restare muta? Perché quando Nicola Borzi ci diceva che le notizie che diffondono i canali d’informazione partono dai servizi segreti, eravamo impegnati a perquisirgli casa e a sequestrargli il computer, invece di prestargli ascolto.

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