Uno tra i maggiori effetti collaterali dall’avvento della diffusione su larga scala della televisione può considerarsi essere la spettacolarizzazione di massa; la visione prospettica degli eventi di rilevanza quotidiana con, annesso, grandangolo sulla realtà. Una sorta di miracolo cristico preso in prestito dai vangeli cattolici e riscritto in chiave gnostico-moderna: non più dall’acqua al vino, bensì dalla vicenda oggettiva all’episodio mediatico.

All’interno di un contesto già di per sé così intricato, a gassa d’amante si è annodata, a tale processo di mediaticizzazione, la politica. Sempre più chiaro è divenuto, negli anni, il contrasto tra quanto venisse affermato nel tubo catodico – e attraverso gran parte dei programmi d’informazione, talk show e telegiornali, e attraverso interviste o pubbliche conferenze degli stessi rappresentati politici – e quanto, invece, stesse realmente accadendo sul campo.
Così, frequente è divenuto affermare a beneficio dell’opinione pubblica – attraverso questa scatola a trasmissione simplex, in cui il popolo può solo ricevere e recepire il flusso di dati destinatogli, mai rilanciare con il proprio- di come si stesse per esportare democrazia in qualche altro Paese della Terra per porre fine a terribili soprusi; o parlare di come si stesse per riformare il campo della sanità, del lavoro, delle infrastrutture e dell’educazione. O, ancora, di come tutto stesse andando bene e ci fosse solo da serrare le mandibole per poco altro tempo prima di poterlo constatare da sé, in prima persona. Tutto ciò tralasciando, ovviamente, il prezzo di tali azioni perché considerato, probabilmente, dettaglio inutile, e focalizzandosi unicamente sulle informazioni trasmesse che, corrette o meno, sono in grado di garantire il prosieguo di quel flusso strabordante, ubriacante e dissetante, pur se insipido, destinato al popolo spettatore.
E il capitalismo si fece carne, e venne ad abitare ogni schermo tra noi.

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