Testo e foto di Giorgio Bianchi

Scrivere di Siria è sempre molto difficile.
Non è tanto una questione di avere o non avere le idee chiare, quanto piuttosto di mettersi nei panni di chi poi leggerà l’articolo.
Riallacciare le fila di un conflitto che dura oramai da 8 anni che conta quasi 300mila morti (stima del tutto approssimativa) 5 milioni di rifugiati e quasi 7 milioni di sfollati interni richiederebbe un trattato.
La maggior parte delle persone sa che in Siria è in atto una guerra che ha letteralmente devastato il paese, ma se poi si va ad approfondire il livello di conoscenza, ci si rende subito conto che le informazioni sono del tutto approssimative.
Nessuno sa esattamente quali e quanti soggetti abbiano preso parte ad un conflitto che molti si ostinano ancora a definire “guerra civile”: sul campo, a fronteggiare i soldati del Syrian Arab Army (SAA) e gli alleati russi e iraniani (presenti sul territorio in maniera legale in base al diritto internazionale, perché invitati dal legittimo governo rappresentato all’ONU ad affiancare l’esercito), si contano combattenti provenienti da mezzo mondo spalleggiati da paesi quali Turchia, Arabia Saudita, Qatar, USA, Francia, Gran Bretagna, Israele solo per citare quelli che hanno svolto un ruolo più attivo.
Questo punto va chiarito una volta per tutte. In Siria si è svolta una guerra per procura.
I manifestanti che scesero in piazza nel 2011 furono da subito infiltrati da miliziani jihadisti armati e violenti che entrarono nel paese prevalentemente attraverso la Turchia.
Questi combattenti islamici trasformarono le manifestazioni di piazza in veri e propri scontri armati.
C’è una data simbolica che segna questo passaggio: è il 6 luglio 2011 ovvero il giorno in cui l’ambasciatore americano Ford si fece fotografare tra le fila dei ribelli armati di Hama.
Per anni i soldati del SAA sono stati dipinti dalla stampa mainstream come “massacratori del proprio popolo”. Ci è stato raccontato che l’esercito è stato lo strumento utilizzato dal governo per reprimere la spontanea richiesta di democrazia da parte della società civile siriana.
La realtà è che il SAA ha fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi altro esercito occidentale se posto nelle medesime condizioni.
Oggi assistiamo alla repressione brutale da parte del governo francese delle manifestazioni dei gilet gialli.
Si contano alcuni morti e centinaia di feriti e stiamo parlando della “democraticissima” Francia.
Immaginiamo che queste manifestazioni, in molti casi violente, ad un certo punto vengano infiltrate da jihadisti armati e supportati da paesi stranieri che intendono sovvertire le istituzioni francesi.
Supponiamo poi che queste milizie inizino a sparare sulle forze dell’ordine dando il via a scenari di guerriglia urbana in diverse città della Francia. A quel punto cosa dovrebbe fare il governo francese?
Ecco, la stessa domanda se la pose il governo siriano quando nel 2011, sul proprio territorio, si verificò uno scenario analogo.
Se oggi le guerre proseguono incessanti significa che di guerra si è parlato troppo e male. Alcuni ne hanno restituito un’immagine fascinosa, altri l’hanno mistificata confondendo le vittime con i carnefici per condizionare l’empatia del pubblico.
La guerra colpisce i civili ma prima ancora distrugge la vita dei soldati: di quelli che cadono in battaglia, di quelli che rimangono mutilati, ma anche di quelli che sopravvivono apparentemente integri.
Ricordiamocene sempre prima di dare giudizi, in particolar modo teniamolo bene a mente prima di parlare senza cognizione di causa dell’Esercito Arabo Siriano, che oggi siede incontrovertibilmente dalla parte giusta della Storia.

Postato su Facebook dall’autore

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome